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12. I'll be your yellowman.

Proprio quando feci finalmente un tiro rilassando tutti i muscoli in tensione e Nico tirò un sospiro di sollievo mia sorella passò davanti la stanza di Michael e, come si può ben immaginare, perse completamente la testa.

"WILL FOTTUTISSIMO SOLACE." Le urla di mia sorella spezzarono il silenzio facendomi saltare dal letto. Ero di nuovo teso come una corda di violino. "ORA. QUI. IMMEDIATAMENTE." Strinsi le labbra trattenendo un'imprecazione.
Sapevo che avrei avuto il bisogno di un Power Point.

Avevo completamente dimenticato che avrei dovuto spiegare, ad ogni membro della famiglia, cosa fosse successo e perché la stanza taboo fosse aperta. Non era per niente una bella cosa da fare. Inspirai profondamente e cercai di sistemarmi, ancora scosso dall'irrazionale passione di poco prima. Nico sembrava irrequieto e sofferente, era palesemente a disagio, avrebbe preferito sprofondare, piuttosto che rimanere ancora un secondo in quella situazione. Mi feci coraggio e andai deciso verso il corridoio. Bisbigliai rivolto a Nico un "tranquillo, ho tutto sotto controllo" e uscendo chiusi la porta della mia stanza. Non volevo assistesse più del dovuto ai nostri deliri casalinghi.

Kayla torreggiava al centro del corridoio, davanti alla porta della camera incriminata, nella sua solita posa della disapprovazione: braccia conserte, gambe divaricate e sguardo assassino. Già questo bastava a far tremare le ginocchia a chiunque, le urla stridule, però, erano fondamentali per completare la macedonia del terrore.

"Posso spiegare." Iniziai tranquillo, concentrandomi per non fuggire a gambe levate, con le mani poste in avanti, come se stessi per affrontare un cane feroce ed affamato che, tra l'altro, ha fiutato il mio panino al burro d'arachidi nello zaino. E con panino al burro d'arachidi intendo la mia instabilità emotiva. Dovevo scegliere bene le mie parole e le mie azioni se volevo evitare di essere sbranato.
"È un'emergenza. Se non mi credi chiedi conferma a Lee o Malcolm. Casa sua è un casino, c'è sangue ovunque. Ade ha definitivamente perso la testa ed è ancora libero. Se e quando lo troverà gli riserverà lo stesso trattamento che ha riservato a Bianca." La mia voce diventava sempre più implorante e disperata, accennavo a Nico indicando la stanza, mentre mi avvicinavo a lei afferrandole delicatamente un braccio, teso in quella stretta rabbiosa.

Avevo bisogno di contatto, raccontare per l'ennesima volta ciò che avevo vissuto quel pomeriggio mi dilaniava, come se ripetendo ad alta voce i fatti, volta dopo volta, divenissero sempre più reali e dolorosi.

"Ti prego Kay, non posso permetterlo, non sta volta, non posso." Mia sorella mi osservava sollevando un sopracciglio, con fare giudicante, sottintendendo un 'te l'avevo detto'. Capii che non avrebbe ceduto nella sua testardaggine e fermezza, decisi di allontanarmi da lei, sconfitto. Ero stanco di combattere, di cercare di fare sempre la cosa giusta, senza ricevere mai, neanche per una volta, un briciolo di comprensione.

"Cercherò di parlarti provando ad ignorare il fatto che hai la maglietta al contrario, non sarà semplice." Kayla mi rivolse una risata di scherno, era soddisfatta di aver 'vinto' la discussione.
"Mettiamo il caso che io ti creda, c'era bisogno di usare proprio questa stanza? Non poteva, che so, dormire sul divano?" Solito schema: ti provoca, cercando di ridicolizzarti e poi parte all'attacco. La sua freddezza e la morbosità nei confronti di quella stanza mi destabilizzavano.

"Ho pensato che comunque non la usava nessuno... non vedo dove sia il problema." Borbottai. In fondo riuscivo ad immaginare quale fosse il problema reale, speravo semplicemente che con il tempo le passasse. E, ad essere onesto, speravo anche mi passasse, prima o poi, questa stupida abilità di comprendere gli altri al punto di non riuscire ad arrabbiarmi con loro, neanche quando mi urlano contro e mi trattano come un sacco da box (sia in senso letterale, ahimè, che figurato).

"Dobbiamo ricominciare le stesse discussioni, ancora e ancora?" Incalzò lei. Non era una domanda retorica, era letteralmente pronta a ricominciare la stessa discussione. Ovviamente, non si era neanche sforzata a darmi una risposta. Ad un tratto mi sembrò di sentire un rumore, uno scricchiolio familiare.
"Sai come la pens-" Provò a continuare ma la interruppi, alzando un dito in aria, come per metterla in pausa, e iniziai a guardarmi intorno cercando di individuare da dove provenisse. Poi realizzai, conoscevo perfettamente quel rumore, era il cigolio della mia finestra.

No, non ti permettere.
Corsi verso la mia stanza e spalancai la porta con una velocità che stupì anche me. Kayla mi raggiunse pochi istanti dopo, incuriosita.

"Non ci provare nemmeno." Le mie sopracciglia erano così corrugate che riuscivo a vederle. Stringevo la maniglia della porta come avrei voluto stringere il suo collo in quel momento. Contrassi la mandibola e strinsi le labbra cercando di comunicare rabbia? Fastidio? Delusione? Stanchezza? Anzi, credo che tradussi in una specifica espressione facciale cosa provavo, ovvero: sono completamente sfinito da questa merda.
Nico si pietrificò guardandomi. Con la gamba ferita tra le mani a mezz'aria, cercava di portarla dall'altro lato della finestra.
"Che cazzo succede, avete tutti perso la testa oggi? Ho bisogno di una cazzo di tregua." Iniziai ad urlare anche io, l'isteria di Kayla era contagiosa. Nico tornò con entrambe le gambe a terra, come se nulla fosse successo.

"È evidente che non sono il benvenuto qui." Cercò di giustificarsi fingendo indifferenza, senza guardarmi in faccia, nemmeno per sbaglio. L'avrei strozzato se solo fossi stato meno idiota e sottone. Neanche in quel caso riuscivo ad essere veramente arrabbiato con lui. In qualche modo riuscivo a comprendere il perché delle sue azioni, stupide certo, ma allo stesso tempo logiche. Chi vorrebbe stare in un posto del genere, imbucato a casa altrui, mentre tua sorella ferita è persa chissà dove nelle mani di tuo padre criminale? Poi si mette pure la padrona di casa petulante a creare problemi, ovvio che scappi, no?

"Com'è evidente che mia sorella è una stronza, una di quelle che inizia a lamentarsi quando apre gli occhi e continua anche mentre dorme." Sentii un vaffanculo bisbigliato alle mie spalle, ovviamente dedicato a me. "Questo non significa che sei autorizzato a fuggire così, in questa situazione." Nico fece roteare gli occhi, ma stranamente non sbuffò, anzi, andò a sedersi alla mia scrivania dandomi le spalle.
Bene, facevamo passi avanti, almeno con il primo decerebrato.

"Per quanto riguarda te," indicai mia sorella "basta, per favore. Ho rischiato di beccarmi una pallottola oggi, o peggio, chissà. In ogni caso ho altri casini al momento e non me ne frega un cazzo di chi è, o di chi era, la stanza, non è un mio problema ora." Affermai deciso e l'espressione di Kayla si incupì, lasciò persino rilassare la sua fronte corrucciata da tempo immemore.
"Mi serve quindi la uso, non voglio più parlarne." Conclusi con una sicurezza tale da arrivare a chiedermi dove fosse nascosta per tutto questo tempo. L'avevo battuta al suo stesso gioco: spiega le emozioni con la logica, o almeno provaci. Evidentemente l'amore e la morte erano questioni troppo grandi da elaborare per il suo limitato cervello-robot.
"Tornerà tutto come prima non appena la situazione si risolve." Le promisi guardandola dritta negli occhi, aveva lo sguardo triste, deluso.

"Non capisci proprio un cazzo, idiota." Mi spinse e corse nella sua stanza, sbattendo la porta. Ottimo. Strofinai le mani prima sugli occhi, poi sulla fronte e infine tra i capelli, nervoso ed esausto. Presi un respiro profondo e tornai da Nico, chiudendo la porta.

"E tu, per tre giorni, solo tre giorni, resta qui. Poi sarai libero di farti uccidere, fuggire, lanciarti con il bungee jumping, decidi tu. Ma ora resti qui con me, non voglio sentire scuse e non voglio più vedere una scenata del genere. So che in fondo non sei stupido come dai a vedere." Andai a sedermi nuovamente sul mio letto, e sì, era ovviamente un pretesto per riuscire a guardarlo meglio. Lo osservai accendersi una sigaretta, mentre lasciava scorrere lo sguardo sulla lettera di mia madre che, chissà quando, aveva raccolto da terra. Fantastico, e da quando mr fatti-i-cazzi-tuoi ficcava il naso nei problemi degli altri? Non che mi desse fastidio, non avevo motivo di nascondere nulla, più che altro mi stupiva, ero sinceramente sorpreso da questo suo lato curioso. In seguito prese il suo cellulare dalla tasca senza rivolgermi neanche uno sguardo.

Cazzo, il cellulare, Miranda, Lee, Malcolm, Lou. Mi allungai per cercare di recuperare il mio, ormai completamente carico, su bordo opposto del letto e accesi il telefono.

"Riposati, fatti una doccia, non lo so, ma non costringermi a mettere Cloe a guardia, la mia sorellina. Non credo ti piacerebbe. Sembra piccola, carina e innocente ma è capace di prosciugare tutte le tue energie."
Lessi l'orario, quando era diventata ora di cena? E perché il mio stomaco non mi aveva avvisato come suo solito? Mi alzai diretto verso la porta.
"Devo preparare la cena, hai richieste particolari?" Alzò un dito medio voltandosi di spalle. Sì, certo Nico, ti voglio bene anche io.

"Ah sì, sono allergico al peperoncino." Disse mentre chiudevo di nuovo la porta. Avrei voluto rispondere mammamia eppure sei così piccante, ma decisi di restare zitto, per conservare quel briciolo di dignità rimasta.

Lavoro bene sotto pressione, sì, ma è dopo il problema.
Dovevo resistere ancora un po', quella giornata stava per finire. Certo, dovevo ancora cucinare, capire che fine avessero fatto i miei fratelli, fare in modo che Nico non tentasse la fuga, chiamare Miranda, cazzo, ero sparito. Un altro sparito era Lee, non l'avevo mai visto comportarsi in quel modo, la persona meno impulsiva che avessi mai conosciuto era fuggita di casa dopo aver saputo che una semi-sconosciuta era in pericolo.

Andai al piano di sotto, i miei fratellini erano incantati a guardare la TV, li salutai con un bel bacio tra le chiome dorate. Stava arrivando ora di cena e dovevo darmi una mossa. Con Kayla rinchiusa collericamente nella sua camera, Lee sparito, Austin probabilmente a delinquere rimanevo l'unico in grado di sfamare gli altri. Odiavo cucinare per persone che non conoscevo bene. Cosa gli piace? E se cucino male che figura ci faccio? E se mi prende in giro perché sono vegetariano?
Composi il numero di Miranda mentre cercavo disperatamente qualcosa di commestibile nella dispensa.

"Alla buon ora." Tossicchiò via l'ultima sillaba della frase e capii che stava fumando.

"Scusami è stata una pessima giornata. Ade ha rapito Bianca prima di iniz-" Cercai di giustificarmi ma venni interrotto.

"Shh, hai perso la testa? Ne parliamo a scuola." Staccò la telefonata.
Ok, mi ero posto pure il problema di chiamarla, mi ero sentito in colpa per non averlo fatto prima, per poi ricevere questa risposta. Perfetto.

Mentre continuavo nella ricerca di cibo, ancora interdetto dalla telefonata con Miranda, decisi di chiamare Lou. La mia Lou, ovvero l'ultimo essere umano, quasi certamente in vita, ancora disposto a supportarmi in qualche modo, o almeno speravo fosse così.

"Notizia flash, indovina chi ti ha trovato gli strumenti per la trasfusione?" Neanche il tempo di finire il primo squillo che rispose più allegra e pimpante che mai, una completa botta di vita se paragonata alla mia 'collega'.
"Stavo per chiamarti io." Sentivo masticare qualcosa distrattamente.

"Sei fantastica Lou, tempismo perfetto. Stasera ti piacerebbe mangiare da me?" Proposi, almeno avrei avuto un alleato in quella bolgia infernale che era diventata casa mia (in realtà lo era sempre stata, la presenza del demoniaco Nico Di Angelo era solo una coincidenza).

"Mi piacerebbe ma ultimamente sto lavorando davvero tanto, anche Jake, è raro che riusciamo a passare del tempo insieme." Fece una breve pausa per bere, immaginai ascoltando i suoni in sottofondo.
"Scusami, ma mi sa che passo. Domani mattina però ti porto quello che ti serve, promessissimo."

"Oh, va bene." L'esclamazione iniziale era in realtà di sorpresa, dato che avevo finalmente trovato del cibo adeguato in grado di accontentare tutti.

"Tu cos'hai? Ti sento strano." Ma immediatamente fui frainteso da Lou. Forse frainteso era una parola grossa. Di sicuro non potevo definirmi il ritratto della salute mentale dopo quella giornata, ma decisi di sorvolare.

"Lunga, lunghissima storia, domani mattina ti delucido." Tagliai corto, mi rifiutavo categoricamente di ripetere per l'ennesima volta cos'era successo quel pomeriggio.

"Ok, ma non dimenticare che mercoledì è il tuo compleanno, dobbiamo fare una di quelle feste per cui chiameranno la polizia, ci conto." Non ero molto in vena di feste e compleanni in realtà, ma lei non poteva saperlo.

[•••]

Alla fine preparai ciò che casa Solace offriva: lattine di fagioli.
Mi misi d'impegno, l'ansia mi attanagliava lo stomaco più di quanto mi succedesse mentre ricucivo persone. Cosa sarà mai cucinare lattine di fagioli, l'avevo fatto tante volte, cosa diavolo mi prendeva? La pressione del giudizio altrui mi faceva questo. Normalmente non vieni giudicato dalla persona che hai aiutato a guarire, o a cui hai salvato la vita, non c'è rischio in quello, anzi solitamente ti ringraziano anche se hai fatto un pessimo lavoro. In tutti gli altri campi invece, sentivo che il giudizio era costante.

Fortunatamente fui in grado di farne uscire qualcosa di commestibile e, coinvolgendo i più piccoli in cucina, ero riuscito a tenerli a bada. Mentre aspettavo che la zuppa finisse di cuocere tornai al piano di sopra per controllare che, intanto, Nico non fosse scappato. Passai prima da Kay, provai ad aprire la sua porta ma era chiusa a chiave. Seguiva subito dopo la stanza sistemata nel pomeriggio, deserta. Infine la mia, anch'essa vuota. Ebbi un colpo al cuore, finché non sentii l'acqua scorrere nella doccia e capii che era in bagno.

Recuperai degli asciugamani e un ricambio completo di vestiti puliti, boxer compresi, che a occhio e croce potevano andar bene, li riposi ben piegati ed ordinati sul letto che avevo preparato per lui. Aggiunsi anche uno spazzolino nuovo e una bustina d'erba per coronare il tutto. Per un attimo stavo quasi per decidere di sedermi ad aspettarlo, di certo l'idea di vederlo subito dopo una doccia, nudo bagnato e accaldato non mi lasciava indifferente, anzi. Ma il mio buonsenso ebbe la decenza di mostrarsi e decisi di tornare alla cena.
Ottima intuizione, dato che i fagioli stavano per bruciare.

Provai a contattare quei campioni assoluti dei miei fratelli.
Chiamai Lee quattro volte prima di ricordare che non aveva il cellulare con sé, era fuggito in completo da basket. Austin invece mi rispose, promettendomi che sarebbe tornato il prima possibile.

La zuppa era commestibile, cucinai anche le crocchette di pollo per gli altri, nonostante la puzza che emanavano mi provocava svariati conati di vomito, la dannazione di essere l'unico vegetariano in famiglia e, allo stesso tempo, l'adulto responsabile. Mangiammo tutti abbastanza voracemente, affamati come non mai. Ci sarebbe stato un silenzio strano e imbarazzante, se i mei fratellini non avessero continuamente chiesto di Lee e Kayla, del perché non mangiavano con noi e chi fosse quello spaventoso individuo chiuso nella sua felpa scura seduto alla loro tavola.
Sì tesori miei, Nico di Angelo seduto accanto a me, alla mia tavola, nella mia cucina, che mangia zuppa di fagioli e crostini, a casa mia, anche io fatico a crederci.

Mio fratello Austin invece ci raggiunse proprio nel bel mezzo della cena, fiondandosi a mangiare voracemente. Aveva incontrato Apollo, raccontò che era in condizioni pessime, ma fortunatamente era riuscito a non farsi impietosire. Austin faceva fatica ad ignorare Apollo, nonostante tutto era l'unico in famiglia a non provare gradi inenarrabili di risentimento nei confronti di nostro padre.
Forse gli facevo pena, vedendomi distrutto, o forse era in vena di gentilezza perché si sentiva in colpa per Apollo, visto che i fratelli maggiori erano impegnati, mi promise che si sarebbe occupato lui dei più piccoli e avrebbero dormito nella sua stanza. Senza bisogno di dover chiedere o spiegare, aveva già risolto problemi a cui io non avevo neanche pensato.

Finita la cena sparecchiai e decisi di portare un piatto a Kayla. Certo era stronza, ma era anche ferita, traumatizzata, triste, delusa. Preparai su un vassoio una bella porzione di zuppa guarnita con crostini, un piatto di crocchette di pollo e maionese, fazzoletti, posate, un bicchiere d'acqua e un biglietto con su scritto 'scusami, sono un coglione'.
Non lo pensavo davvero, forse solo un pochino, la mia voce interiore bisbigliava continuamente 'sei un coglione', al punto che faticavo a distinguere quando avesse ragione e quando torto. Salii le scale attento a non rovesciare ogni cosa. Arrivato fuori la sua porta bussai deciso, senza risposta. Bussai ancora, sta volta provando ad aprire, ma la serratura era ancora chiusa.

"Ti ho portato la cena, la mia zuppa di fagioli è stata molto apprezzata, ho salvato questo piatto giusto in tempo per te." Cercai di spiegare, ma non ci fu risposta dall'altra parte. Infilai il biglietto sotto la porta.
"Kay, so perché stai così. Non è vero che non capisco nulla." Probabilmente avrei solo peggiorato la situazione, ma decisi di non rimanere in silenzio sta volta. "Rifugiarti nei ricordi e immaginare che un giorno da quella stanza possa ancora uscire lui può farti solo del male. Devi lasciarlo andare." Volevo sapesse cosa pensavo, forse non era il caso, non era il momento giusto o la condizione adatta per farlo, ma ne sentivo il bisogno.
"Va bene, me ne vado, però tu mangia." La pregai prima di scendere di nuovo in cucina.

Incontrai Austin per le scale, mi guardò accennando con la testa al piano di sotto, prima di farmi un occhiolino e un sorrisetto sornione. Portava entrambi i pargoli in braccio mentre saliva le scale, non avevo idea di come diamine facesse ad avere tutta quella forza in quel metro e sessantacinque di altezza.

Arrivato in cucina la porta che conduceva al giardino sul retro era aperta. Ovviamente pensai al peggio, invece lo trovai sul piccolo portico a fumare una sigaretta. Resistetti dall'impulso di abbracciarlo e ringraziarlo per non essere scappato via e andai a recuperare gli alcolici, pensai che avevamo bisogno entrambi di zittire le nostre ossessioni, dopo quella giornata assurda ed infinita. Che concretamente si traduce in l'occasione giusta per bere fino a collassare. Tornai poco dopo dal seminterrato con un paio di bottiglie semivuote per mano, avanzi di vecchie feste, proprio mentre Nico rientrava.

"Prendi le birre in frigo se ti va, ti aspetto in salotto." Feci tintinnare le bottiglie di alcolici e lui annuì sereno, in silenzio.

"Tuo fratello non è tornato." Constatò Nico raggiungendomi in salotto con qualche lattina fresca di frigo tra le mani. Iniziai a sistemare gli alcolici sul tavolino, insieme ai bicchieri e l'erba prima di sedermi sul divano.

"Eh già, infatti vorrei aspettare che torni prima di andare a dormire. A quanto pare è andato a cercare tua sorella." Nico si sedette dal lato opposto al mio, aprendo la felpa lasciò intravedere la canotta azzurra che gli avevo prestato. Doveva metterla in teoria sotto la camicia hawaiana abbinata, ma a quanto pare aveva preferito l'oscurità.

"Dovrei anche io." Le sue dita tamburellavano nervosamente sul bracciolo del divano, prima di afferrare deciso una bottiglia di Jack Daniel's. Lo avvicinò al mio bicchiere e mi guardò offrendomelo, ma rifiutai, non mi piaceva neanche un po'. Con un cenno della mano e un occhiolino lo invitai a finire la bottiglia, se gli piaceva tanto.

"No, Lee non ha l'ira di Ade contro, non sa neanche che esiste. E poi non sei nelle condizioni giuste per setacciare il South Side a piedi." Nico non se lo fece ripetere due volte, si attaccò direttamente alla bottiglia, più parlavo e più beveva. "Non sei contento che qualcuno oltre la polizia la stia cercando? Che tenga a lei?" Gli chiesi con un sorriso triste sul volto.

"Ehm, sì, ma che c'entra come mi sento io? È lei ad essere ferita, ora, chissà dove. Il fatto che tuo fratello, praticamente uno sconosciuto, la stia cercando non mi rende meno inutile, anzi peggiora la sensazione." Sbottò, era estremamente lucido e reattivo sull'argomento, probabilmente nella sua testa non aveva smesso un attimo di rimuginare.

"Pensa a quanto saresti inutile da morto." Questa frase dovette dargli particolarmente fastidio, dato che mancavano solo un paio di sorsi e la prima mezza bottiglia era andata, dopo neanche cinque minuti di conversazione.

"Quando pensi di smettere di sputare verità?" Il suo sguardo passò dal comunicarmi astio, a frustrazione, infine rassegnazione, man mano che scendeva inesorabilmente verso il pavimento.

"Solo se tu smetti di sputare idiozie." Allungai la mano verso di lui proponendogli una stretta di mano. "Affare fatto?" Sorrisi sarcastico, lui rispose con un dito medio, beh, che sorpresa, chi se lo aspettava.

Ci volle un po' di tempo, alcol ed erba per rompere il ghiaccio, ma finalmente si aprì e provò a raccontarmi episodi sconnessi del suo passato. Più parlava e più mi sembrava di conoscerlo da sempre, le sue storie, per quanto fossero diverse dalle mie dal punto di vista degli avvenimenti, erano identiche nel contenuto traumatico e perturbanti psicologicamente. Come se le nostre vite fino a quel momento fossero trascorse in parallelo, fin troppo simili e tragiche, per poi confluire nello stesso punto, grazie ad un susseguirsi di episodi sfortunati e paradossali. Passammo ore a raccontarci delle nostre infanzie disastrate, dei nostri pessimi genitori, dei periodi in casa famiglia, del Campo mezzo-sangue, di tutte le volte che i nostri fratelli maggiori ci avevano salvato il culo, concordando sul fatto che non eravamo poi così diversi.

Ormai scoccate le due di notte, tutte le bottiglie erano vuote, certo non per merito mio, mentre il posacenere era pieno, quello forse era colpa mia. Gli sfilai la lattina di birra dalle mani, aveva davvero esagerato. Decisi che l'avrei finita io. Era così andato che non protestò, anzi mi rivolse un sorriso sbilenco che mi fece battere il cuore più del dovuto.

"Tu che sei esperto, praticamente il re dei froci..." Affermò con voce tremolante e risi di cuore per quella affermazione, mi faceva onore, decisi che l'avrei scritta sulla mia lapide 'Qui giace Will Solace, figlio responsabile, fratello premuroso, medico altruista, il re dei froci. RIP'.
"Cioè, guardati, tu brilli, splendi." Sbuffai una risata mentre con un sorso provai a finire la lattina salvata dalle grinfie di Nico. Cercò di spintonarmi amichevolmente, ma la sua mano andò a vuoto. Finì per darmi uno schiaffo sulla gamba. Lui non sembrò farci molto caso e la lasciò lì dov'era.
"È molto gay dare importanza al primo bacio?" Come scusa? Per poco non sputai il sorso di birra. Dopo qualche colpo di tosse convulsa cercai di ricompormi e tornare serio.

"Non vedo in che modo qualcosa possa essere gay. L'unica cosa davvero gay che esiste è il fatto che tu sia attratto solo da uomini, o che comunque ti piaccia fare sesso con loro." Cercai di spiegare con calma rivolgendogli uno sguardo incuriosito.

"Nah, non con gli uomini, con te." I miei polmoni decisero di smettere di funzionare, stavo per strozzarmi con l'aria dallo stupore. Mi aveva fatto dei complimenti, più o meno. Aveva ammesso che gli piacevo, o meglio che gli piaceva fare sesso con me. La sua mano era ancora sulla mia gamba, più ci pensavo più mi veniva la pelle d'oca. Internamente stavo urlando di gioia. Nico ubriaco era uno spettacolo. Feci un respiro profondo per riprendere un attimo di serietà necessaria ad affrontare quel discorso.

"Sono lusingato, ma dalla regia-" mi indicai il cavallo dei pantaloni con un gesto "-mi dicono che sono un uomo. Quindi brutta notizia: sei gay." Probabilmente nei gesti e nei movimenti un po' scoordinati mi ero spostato, o forse lui si era silenziosamente avvicinato, fatto sta che i nostri volti si trovarono a poco più di dieci centimetri di distanza. Mi persi in quegli occhi color mezzanotte, acquosi e lucidi, con delle pupille enormemente dilatate a causa delle numerose sostanze psicoalteranti assunte quella sera.

"Quello di oggi è stato il mio primo bacio." Esalò in un sospiro, sempre più vicino al mio viso, che ricoprì il mio corpo di brividi. Esternamente potevo dare l'impressione di essere calmo e tranquillo, di analizzare la situazione con pacatezza e razionalità, ma dentro di me era un susseguirsi di 'come scusaaª cosa hai appena detto cosa come aaā媪 non ti credo Di Angelo mi stai prendendo per il culo' e forse la cosa traspariva la mio tallone che rimbalzava incontrollato sul parquet e dai miei occhi irrequieti che cercavano di non fissarlo, in particolare di non fissare le sue bellissime labbra. Probabilmente arrossii, forse persino sorrisi, certamente rimasi senza parole. Mi fissava con sguardo vitreo, mentre la sua pelle diventava istante dopo istante sempre più pallida e verdognola.
Oh no.

"Devo vomitare." Biascicò tenendosi lo stomaco. Scattai in piedi immediatamente e corsi in cucina per recuperare un vecchio secchio e uno straccio. Arrivai giusto in tempo, poi, ahimè, espulse qualunque cosa avesse assunto nell'arco di 3-4 ore, fagioli compresi. Gli tenevo la testa e i capelli per evitare che si sporcasse. Non avevo avuto una buona idea con tutto quell'alcol.

Dopo un paio di round la cosa sembrò calmarsi. Gli portai un po' d'acqua con dei sali minerali, per evitare che svenisse. Non appena si riprese provai a convincerlo ad andare di sopra. Mi offrii d'appoggio, anche se poco mancava che non lo portassi in braccio. Ad essere onesto, e forse un po' molesto, mi beai di ogni secondo di contatto con lui, ogni stretta, ogni tocco, ogni piccola deviazione di tragitto o sbandamento, vicini, com'eravamo, l'uno all'altro, cercando di restare in piedi. Per un attimo, salendo le scale gli afferrai il busto reggendolo con una mano sullo stomaco. Sentii le contrazioni, potevo solo immaginare il livello di nausea dopo aver mischiato tutti quegli alcolici di diverse gradazioni, non volevo assolutamente essere nei suoi panni. Ma vederlo stare male iniziò a provocare nausea anche a me, sebbene non avessi bevuto molto.

Arrivati in cima alla scale Nico fece un grosso rutto, appena prima di dedicarmi un bellissimo sorriso, che a mala pena riuscii a vedere nel buio del corridoio. Si staccò da me dirigendosi verso il bagno, biascicando un 'ci penso io' prima di sbandare contro la porta del bagno.

Guardai ai miei piedi e notai che il vassoio fuori la stanza di Kayla non c'era più, cosa che mi rasserenò. Mentre il mio ospite alcolizzato si ripuliva, corsi in salotto a sistemare più velocemente possibile il casino. Certo, ero brillo e decisamente fatto, ma riuscii a pulire alla meglio il secchio, buttare le bottiglie e lattine vuote sparse sul tavolino.
Quando tornai di sopra Nico era già a letto, steso verso la finestra, mi dava le spalle. Entrai nella stanza deciso, non potevo lasciarlo solo, non dopo quello che era appena successo.

"E se poi vomiti mentre dormi e affoghi nel tuo stesso vomito? No grazie, io resto qui. Non voglio sentire proteste." Affermai sicuro di me, non avrei accettato un no come risposta. Ma in quel caso la risposta non ci fu, visto che Nico era già collassato.

Ovviamente non chiusi occhio. Passai ciò che restava della notte a ripensare a noi, alle nostre conversazioni, tutti i momenti solo nostri, i nostri baci, il fatto che volevo dargliene altri ancora e ancora e ancora, in ogni istante possibile, ogni volta che avesse voluto.

Pensando a tutti questi momenti perfetti e indimenticabili, quasi ignorai il male che ci aveva fatto da cornice costantemente, nonostante l'apocalisse nelle nostre vite, eravamo stati capaci di creare il nostro angolo di pace. Ero felice, finalmente felice.

Quando lo sentivo respirare in modo più profondo ed agitato gli accarezzavo lentamente la schiena o gli passavo una mano tra i capelli, scostandoli dal suo bellissimo viso angelico. Percepivo la sua agitazione, l'angoscia che infestava i suoi sogni in quel momento. Quando tremava, invece, sistemavo le coperte e lo cullavo delicatamente. Avrei potuto passare ogni notte della mia vita in quel modo e ne sarei stato profondamente soddisfatto.

Le prime luci dell'alba illuminarono fiocamente la stanza, Nico sembrava tranquillo, l'agitazione della notte sembrava svanire man mano che la luce inondava la stanza. Rimasi a guardarlo più che potevo. La mancanza di sonno iniziava a confondermi. La realtà iniziava a fondersi con la fantasia e arrivai perfino a chiedermi se tutto ciò che avevo vissuto fosse reale. Prima il disastro Bianca/Ade, poi Nico a casa mia, nel mio letto. Per quanto ne sapessi l'intera giornata poteva essere un alternarsi di terrificanti incubi e sogni meravigliosi, magari non mi ero mai svegliato quel sabato mattina, o forse ero in coma per qualche strana ragione.
Decisi quindi di alzarmi, volevo rimanere sveglio e lucido per affrontare la giornata che stava iniziando.

Otto in punto, avevo già fatto una doccia veloce, preparato la colazione, ripulito la cucina dalla cena della sera prima, cercato di contattare Lee e Malcolm per novità, preparato il pranzo e accolto Lou a braccia aperte. Mentre la mia migliore amica mi aiutava a spillare il mio stesso sangue, le raccontai nel dettaglio tutti gli avvenimenti folli degli ultimi giorni. Piangemmo un po', ci abbracciammo consolandoci a vicenda, avevo decisamente bisogno di sfogarmi, lasciare andare tutte le tensioni del giorno precedente e tutte le incertezze portate dal giorno appena iniziato.

"Non farti conquistare dai suoi sorrisetti dolci e accomodanti, mio fratello è un pezzo di merda." Kayla fece il suo ingresso in cucina e ovviamente ce l'aveva ancora con me, speravo solo che le sarebbe passato presto. Lou mi guardò con il sorriso di chi sapeva la verità e scosse la testa mimando con le labbra 'me ne occupo io'. Mia sorella osservò la flebo uscire dal mio braccio, più la pallina di gomma che usavo per pompare via il sangue dalle mie vene e mi lanciò uno sguardo incredulo e giudicante.

Stavo praticamente espellendo volontariamente un litro di sangue dal mio corpo per donarlo al ragazzo di cui ero cotto, l'espressione di Kayla urlava 'ma sei serio?'
Doveva seriamente smetterla di rinfacciarmi le conseguenze delle mie emozioni semplicemente guardandomi.

Ero sempre riuscito a distinguere il lavoro da tutto il resto, capace di non farmi coinvolgere in modo personale nelle questioni mediche o trattando con i miei pazienti, ma con Nico era diverso. Con lui tutto il mio mondo si contorceva, sovrapponendosi e mescolandosi fino a creare una strana brodaglia indistinta di emozioni. Non c'era un perché, ma ero convinto che avrei dato la vita per lui.

[•••]

Nico aveva una strana resistenza all'alcol, ben sopra la media di un sedicenne, le ipotesi erano: ci era nato o aveva acquisito questa caratteristica. E nessuna delle due ipotesi era rassicurante.
Ma l'hangover colpiva tutti, astemi e alcolisti. Fortunatamente avevo mantenuto livelli di lucidità dignitosi e non avevo ecceduto in nulla, se non con l'erba. Infatti la mattina stavo divinamente, nonostante non avessi dormito neanche un minuto.

Posai il vassoio con il bicchiere di premuta d'arancia sul comodino insieme a una torre di pancakes allo sciroppo d'acero. Il tintinnare delle stoviglie fece girare di scatto il mio bellissimo ospite, spaventato.

"Buongiorno, succo d'arancia e good vibes?" Rimasi in piedi accanto al letto, pronto a soccorrerlo con un secchio se avesse avuto ancora bisogno di vomitare.
Nico si stropicciò il viso e non rispose, prima di lasciarsi cadere e rilassarsi.
"Scusa non volevo svegliarti, né spaventarti. Ti va di mangiare?" Lui emise dei mugolii sofferenti, coprendosi gli occhi con un braccio. "Vitamine, proteine e una bella botta di zuccheri. Hai bisogno di rimetterti in forze, ieri hai espulso qualunque cosa avessi in corpo, non so se te lo ricordi."

"Cos'altro ho fatto?" Chiese con esagerato sconforto. Si guardò il corpo, notando che aveva ancora tutti i vestiti addosso, tirò un sospiro di sollievo.

"Nulla a parte vomitare, prima molte parole, poi il contenuto del tuo apparato digerente."

"Caffè?" Domandò alzandosi a sedere definitivamente e guardando il contenuto del vassoio. I suoi moventi erano lenti e scoordinati, l'ultima volta che l'avevo visto in quello stato gli stavo ricucendo una gamba e volevo baciarlo con tutto me stesso. La nostra relazione era cambiata parecchio dall'ora, l'avevo baciato davvero, finalmente, e quella stessa gamba ora era in ottime condizioni, a parte la brutta cicatrice.

Personalmente, in realtà, non mi sentivo molto diverso dal Will di qualche settimana prima, che si faceva stravolgere la vita da un piccolo criminale ladruncolo, quello che lasciava che un sorriso appena accennato potesse migliorargli la giornata, lo stesso Will che ha mandato a puttane anni di amicizia proprio perché quell'amicizia aveva messo in pericolo il suo prezioso Nico. Quel Will non era molto diverso dal Will di oggi, che si è tolto dal corpo volontariamente un litro di sangue per donarlo a lui, l'apparente causa di tutti i suoi mali e allo stesso tempo l'unica e sola fonte di gioia ed emozioni positive della sua patetica vita.

"Se sei un fan delle ulcere allo stomaco posso portartelo." Ridacchiai allegro, era davvero una battuta carina, ma lui non sembrò apprezzare.
"Scherzi a parte, mangia prima qualcosa, chiedo a Lou di prepararlo." Nico si allungò per recuperare il pacchetto di sigarette, ormai vuoto, dalla scrivania. Lo lanciò via quando si rese conto di averle finite. "Tranquillo ho pensato anche a questo." Indicai il vassoio con una canna già pronta. "Così ti viene anche fame, no?" Lui scosse la testa abbassandola, cercava di nascondere un sorrisetto. "Oggi sono e sarò tutto tuo, guarda qui." Presi dalla scrivania la sacca di sangue. "Sangue fresco tutto per te." Sorrisi sinceramente entusiasta del mio lavoro, ma da parte sua ricevetti uno sguardo confuso e disturbato dai vari acciacchi dei postumi.

Gli lasciai il tempo per fumare, mangiare e darsi una rinfrescata, intanto svegliai il resto della mia famiglia e mi accertai che mangiassero. Tornai da Nico e sperai di riuscire a convincerlo a farsi controllare la ferita e fare la trasfusione.

"Come ti senti?" Esordii entrando nella camera in cui si era rintanato, seduto sul letto con il cellulare tra le mani.

"Non male, considerando come stavo ieri sera." Sembrava effettivamente tranquillo. "Notizie di Bianca?" Mi chiese speranzoso.

"Malcolm, non mi ha risposto, credo che mi farà sapere se ci sono novità." Feci spallucce, non sapevo proprio come aiutarlo. Non avevo notizie neanche di mio fratello e la cosa iniziava a preoccupare anche me. Andai verso la scrivania su cui avevo poggiato la sacca di sangue e l'occorrente per medicargli la ferita.

"Su, spara, dimmi cosa ti frulla per la testa." Esordì criptico. Mi guardò facendo roteare i suoi bulbi oculari, come tipicamente faceva per dimostrare il suo disprezzo per ciò che lo circondava. "Conosco quello sguardo, stai decidendo come torturarmi stamattina." Ridacchiai. In un certo senso ci aveva preso, se per tortura intendeva provare a curare quel mucchietto d'ossa, pelle pallida e ferite che era diventato il suo corpo.

"Controllerei prima la ferita, se non ti dispiace." Gli rivolsi uno dei miei migliori sorrisi incoraggianti, mentre lo inviatavo ad abbassarsi i pantaloni. Lui esitò un attimo guardandomi accigliato. "Non fare il difficile, penso che abbiamo di gran lunga superato la fase della timidezza, ti ho letteralmente aiutato a vomitare." Non riuscivo a togliermi quel sorriso dal volto, le mie labbra ormai erano paralizzate. Sembrava che le cose iniziasserp a scorrere meglio tra noi, con meno freni e barriere a bloccare entrambi. Lui sbuffò ma ubbidì. "Poi c'è una bella sacca di sangue che ti aspetta." La indicai facendogli un occhiolino completamente senza senso.

"Devi smetterla, sul serio." Nico evitò il mio sguardo, imbarazzato mentre mi accovacciavo verso la ferita. Gli rivolsi uno sguardo confuso. "Devi smetterla di sorridere e magicamente convincermi a fare tutto quello che vuoi." Tossii dalla sorpresa, cercando di mascherare con l'asfissia il colore mio viso, che letteralmente prese fuoco. Non mi aspettavo minimamente un'affermazione dal genere da sobrio.

"Ok allora, come preferisci, d'ora in poi mi rivolgerò a te solo con questa faccia." Portai gli angoli della bocca verso il basso in una smorfia che doveva risultare triste, ma in realtà era semplicemente buffa. La risata di Nico riempì la stanza facendomi sciogliere.

"Sei veramente un idiota." Annuii ridacchiando, per poi dedicarmi completamente alla sua ferita.

Fortunatamente Nico non si lamentò troppo, non protestò neanche più di tanto. La trasfusione durò un bel po' e approfittai del suo buon umore per passare quanto più tempo insieme possibile, parlare e indagare su una domanda alla quale non avevo ancora avuto risposta dopo tanto tempo. Perchè diavolo aveva rubato una pala.

"Alla fine non mi hai mai spiegato perché hai rubato quelle cose al cantiere e ti sei fatto sparare." Chiesi un po' titubante, non volevo rovinare quel momento.

"Avevo preso tutto quello che mi serviva, ma avevo dimenticato la pala. Pensavo che quell'idiota sarebbe stato abbastanza distratto da te per accorgersi di me." Scosse la testa, sembrava ancora deluso da se stesso.

"Sì ma cosa dovevi fartene? C'entra qualcosa con Ade?" Lui annuì prendendo un profondo respiro, sembrava quasi aver dimenticato la vera causa di tutta quella situazione.

"Addormentarlo con i sonniferi era solo la prima parte del piano. Una volta reso inerme volevo murarlo nella sua stanza mentre dormiva." Lo guardai inquieto, era un'immagine che mi disturbava abbastanza, non che Ade non se lo meritasse, soprattutto dato l'evolversi della vicenda. "Sai, dalla prigione poteva uscire, l'ha fatto così tante volte. Volevo costruire una prigione da cui non potesse uscire, se non per mia decisione."

"Geniale. Crudele, ma geniale." Gli mostrai un sorriso tirato, riuscivo a comprendere le sue motivazioni, ma non posso negare che le idee di quel ragazzo erano agghiaccianti come poche altre cose.

Il resto della giornata e la seconda notte insieme fu tutt'altra cosa rispetto alla prima. Certo, parliamo sempre di Nico di Angelo, nulla di estremamente idilliaco e fatato. Ma la racconterò più avanti, ne ho abbastanza di parlare di me stesso e della mia stupida cotta. Nico è un essere umano, non un idolo, non una divinità. Ai miei occhi, però, andava ben oltre la divinità, era la personificazione stessa di tutto ciò che attiva il mio istinto, l'istinto di amare e proteggere. Un corpo celeste con un'attrazione gravitazionale tutta sua, una calamita che richiamava a sé questa parte di me senza possibilità di scampo, senza alternative.

Tornando a noi, la mattina del lunedì mi destabilizzò e non poco. Dovevamo correre a scuola, spargere volantini per la scomparsa di Bianca, riunirci con Miranda per decidere le sorti del nostro business, e ovviamente, come ogni stupido diciassettenne, avevo delle lezioni da seguire e un anno scolastico da superare, dettagli del genere.
Nico aveva bisogno di alcune cose fondamentali in casa sua e decidemmo anche di controllare se la merce che avevo nascosto nel bidone della spazzatura fosse ancora lì. Con una lista delle cose da prendere mi offrii di entrare io in casa, per evitargli ulteriori traumi, mentre Nico controllava il resto. L'odore di sangue e di chiuso era nauseabondo, dovetti coprirmi il viso con il bordo della maglietta per riuscire ad arrivare al piano di sopra senza vomitare. A missione compiuta, corsi fuori più velocemente che potessi.
Lo trovai in cortile che mi aspettava.

"Zaino, felpa nera pulita, caricabatterie, pacchetto di sigarette rubato dalla scorta di Ade, ho preso tutto?" Nico annuì soddisfatto ma leggermente agitato.
"Andiamo a scuola prima che si faccia tardi." Gli intimai cercando di spronarlo a camminare dopo avergli passato la refurtiva.

"La roba nel bidone..." Fece una pausa drammatica in cui lo guardai in trepidante attesa. "Non c'era, non c'era nulla, neanche il flacone dei sonniferi." Espresse preoccupazione nella voce, non era solito usare questo tono per le piccole cose e non capivo perché si preoccupasse tanto.

"Saranno stati i senzatetto, rovistano costantemente tra la spazzatura. Però che bel regalo che gli abbiamo fatto, no?" Sorrisi cercando di sdrammatizzare e togliergli quell'espressione turbata dal viso. Mi sembrò quasi di riuscirci, anzi mi convinsi di esserci riuscito, dopo che sul suo viso comparve un accenno di sorriso. Continuava a fissare un punto alle mie spalle, sempre più intensamente mentre il suo sorriso si allargava.
Non so per quale motivo la cosa non mi fece insospettire neanche un po'.

"Nico! Finalmente ti ho trovato, c'è tutto quel sangue in casa tua, ho pensato al peggio." Una voce sicura, chiara e profonda mi fece voltare.
Ok e questo chi cazzo è.
Un ragazzone era diretto verso di noi a passo sveltissimo. Somigliava alla versione bionda di Clark Kent mentre si sistemava gli occhiali, visibilmente agitato, corse verso Nico stringendolo in un abbraccio che sollevò il più piccolo da terra di 10 centimetri buoni.
Ripeto, chi diavolo sei, perché abbracci Nico senza preavviso e soprattutto perché un tuo bicipite è grande il triplo del mio? Perché sei così dannatamente attraente?

La cosa che mi sconvolse di più fu la reazione di Nico che invece di maledirlo, fuggire o provare a strozzarlo, ricambiò inaspettatamente l'abbraccio. Il mio cuore smise di battere per qualche eterno secondo e sta volta non per gioia, sorpresa, eccitazione o emotività. Il sangue iniziò a pulsarmi nelle tempie, le mie palpebre non volevano più chiudersi, costringendomi a fissare quella scena che metteva la mia interiorità in subbuglio, pietrificato, così come la mia mandibola spalancata in un espressione da ebete. Per fortuna nessuno mi rivolse le sue attenzioni, ero diventato invisibile, i due erano troppo impegnati ad abbracciarsi.

Ero geloso? Nah. Ero invidioso? Da morire. Per abbracciare quel piccoletto omicida dovevo chiedergli il permesso almeno sette volte e sperare di non essere pestato. Questo tizio invece, spuntando dal nulla, l'aveva abbracciato come se niente fosse.

"Jason, mettimi giù ora, non respiro." La voce di Nico era insolitamente dolce, piena di sorpresa.
Jason, chiunque tu sia, insegnami i tuoi segreti, certo, escludendo il fatto che avesse l'aspetto di una statua di un imperatore romano.

Tornai alla realtà a causa del mio telefono che iniziò a vibrare, il nome di Malcolm apparve sullo schermo, erano le 7:48 e dovevo correre a scuola. Non volevo disturbare i piccioncini, quindi mi allontanai furtivamente, con un'orribile sensazione di oppressione sul petto.



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Non annuncerò più i capitoli in anticipo, a quanto pare porta sfiga.

Questo capitolo latitante, finalmente ha visto la luce. Ho fatto del mio meglio per riuscire a ricostruirlo, spero di esserci riuscita.
Scusate il poco entusiasmo ma sono stanca, vorrei solo scrivere e sfogarmi, ma devo anche vivere purtroppo.
Proverò a farlo, un po' alla volta.
Anche grazie alle bellissime persone che leggono questa storia e mi supportano volta per volta, a cui devo tantissimo della mia felicità.

Come questo capitolo, purtroppo, sarò latitante anche io nelle prossime settimane. Continuerò a scrivere, a sviluppare tutte le idee già pronte per i prossimi capitoli e per il finale, che si avvicina sempre di più, ma non posso prevedere con che frequenza riuscirò a pubblicare.
Questo è un arrivederci, pace, amore e oscurità.

DVNKELHEIT

PS: sappiamo che la vita è imprevedibile, quindi potrebbe anche succedere che in una notte io riesca a scrivere il prossimo capitolo e ve lo pubblichi tra un paio di giorni, chissà, tutto quello che sembra altamente improbabile, prima o poi, diventa possibile.✨

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