6.
Kirishima's POV
«Smettila di soffrire rumorosamente».
La voce di Bakugou mi scosse dai miei pensieri. Non realizzai subito quello che intendeva finché non mi resi conto che stavo digrignando i denti tanto forte da fare rumore mentre osservavo Denki che giocava con gli altri.
Era una giornata di sole, il caldo ci accarezzava la pelle e ne avevamo approfittato per usare la piscina della scuola con l'intenzione di allenarci. Il risultato era stato tutt'altro, e dopo che Bakugou aveva accidentalmente bucato otto palloni di fila giocando a schiaccia cinque avevamo deciso di passare il resto della giornata a rilassarci fuori dall'acqua.
Alzai la testa ed incontrai il profilo del mio migliore amico intento a leggere un libro dalla copertina nera con scintillanti fiamme rosse.
«Che leggi?», chiesi cercando di leggerne il titolo.
«Fahrenheit 451», rispose senza distogliere lo sguardo.
«Di che parla?»
Il libro si chiuse con un tonfo; Bakugou lo lanciò pigramente sul tavolino e voltò la testa nella mia direzione con l'espressione di un genitore stanco che si domanda mentalmente dopo quanti mesi si possa chiedere il reso per un figlio fastidioso.
«Parla di me che mi sento obbligato a chiederti cosa cazzo ti passa per la testa», sbottò portando due dita a stringere la base del naso.
Malgrado tutto sorrisi.
Bakugou era una delle persone più burbere, aggressive ed incomprese che avessi mai conosciuto in vita mia.
Era bastato non arrendersi al primo colpo perché lui, a modo totalmente suo, mi permettesse di entrare di tanto in tanto nel suo mondo.
E nel suo mondo Bakugou era semplicemente un bambino a cui non avevano insegnato a gestire le troppe emozioni che provava.
Non si poteva dire esattamente che fosse cambiato da quando l'avevamo salvato dai Villain, ma sospettavo che avesse finalmente capito che tenevamo a lui e per qualche motivo era meno incline a chiudere il mondo fuori.
Soprattutto, più di ogni cosa, sapevo che qualcosa in lui si era spezzato quando All Might si era ritirato, quasi si incolpasse per quello che era successo.
Non ha mai voluto dirmi di preciso cosa provasse, né perché abbia affrontato Midoriya poco dopo, ma a volte lo sentivo urlare nel sonno e quando mi affacciavo per guardare in direzione della sua camera trovavo Deku rannicchiato fuori dalla porta con la mano contro la superficie di legno e la testa abbassata in totale silenzio. Rimaneva lì per ore, senza mai entrare, come se sperasse di propagare calma attraverso le pareti della stanza.
«Sono un amico di merda», commentai mestamente posando la schiena contro il suo petto. Mi riferivo a Denki, ma in quel momento un po' anche a lui. Per tutta risposta il biondo sbuffò alzando gli occhi al cielo mentre spostava il braccio per lasciarlo penzolare dalla mia spalla.
«Non costringermi a dissentire per farti contento. Continua».
«Dovrei essere felice per lui, no?»
«No».
Di Bakugou apprezzavo tante cose. Tra queste, l'aspetto che più amavo del suo carattere era la capacità di dare risposte tanto schiette da mettere in discussione anni di costrutti mentali basati sul mero perbenismo.
«Come no?»
«No. Perché cazzo dovresti essere felice se la persona che ami ama un altro?»
Non trovai niente da ribattere, aveva maledettamente ragione.
Denki si voltò verso di me come per chiamarmi. I capelli biondi svolazzarono attorno al suo viso come una corona d'oro, aveva sulle labbra un sorriso raggiante che si spense non appena mi mise a fuoco.
I suoi occhi, che fino a pochi secondi prima stavano rubando la luce al sole, si incupirono facendo spazio a nuvole cariche di pioggia.
Ricambiai la sua occhiata con aria confusa, sembrava essersi imbambolato su un punto impreciso all'altezza del mio petto, più o meno dove le dita di Bakugou sfioravano la mia pelle.
Stavo per chiedergli cosa avesse ma non mi diede modo di farlo, si voltò nuovamente per raggiungere Deku che era appena arrivato e notai una rigidità nei suoi movimenti che non riuscii a decifrare. Mi sentii semplicemente superfluo, inutile, incapace di lasciarlo andare e allo stesso tempo totalmente impossibilitato a stargli accanto.
«Passa, prima o poi?»
La domanda sfuggì alle mie labbra, poco comprensibile, ma Bakugou non rispose, era concentrato su altro.
Alzai la testa e seguendo il suo sguardo incontrai la figura snella di Izuku. Studiai per qualche secondo i solchi che gli circondavano le braccia, i muscoli tesi e quella cicatrice enorme che gli attraversava il fianco e di cui non aveva mai voluto parlare.
Sembrava la superficie di uno specchio rotto, piccoli fili biancastri intrecciati sulla sua pelle chiazzata di lentiggini.
«Glie l'ho fatta io».
Non avevo mai sentito la voce di Bakugou tanto flebile. Stava sussurrando, non so se a me o se a sé stesso.
Ci misi qualche secondo per capire a cosa si riferisse, quella consapevolezza mi fece sgranare gli occhi e voltare la testa tanto in fretta da farmi male.
«Non l'ho fatto di proposito. Eravamo piccoli, ma non me lo sono mai perdonato.»
Si alzò con un sospiro, spostandomi con una delicatezza che non pensavo potesse avere. Avrei voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma lui si limitò a prendere il suo libro per tornare dentro prima di guardarmi con uno sguardo indecifrabile.
«Non passa. Non passa mai. Puoi solo sperare di dare un senso al tuo dolore in cambio della sua felicità».
Angolino dell'autrice
Me so chiusa, sto scrivendo a manetta e non riesco a smettere.
Non pensavo avrei mai pubblicato qualcosa, sono sempre convinta di non essere in grado di fare le cose. Leggo molto, ci sono autrici fantastiche al mondo ed ho sempre quel senso di inadeguatezza che mi si appioppa sulle spalle e non se ne va.
Questa storia mi sta sbloccando tanto, ho scoperto il piacere di scrivere per il gusto di farlo e sono davvero grata alla mia commentatrice preferita e a chi sta seguendo la storia per essere accanto a me in questo viaggio.
Basta, ho finito col momento sentimentale che tra l'altro non c'entra niente col capitolo ಥ‿ಥ
A presto!
Ella ♡
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