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Capitolo Undici

Il prossimo capitolo sarà pubblicato stasera! Passate a leggere la nota autrice! Grazie🙏🏻

«Vuoi fare tu la polizziotta cattiva?» Chiese Dinah, il suo pugno serrato suggeriva già la sua preferenza.

«Stavolta ti lascio l'onore.» Un po' per la sua evanescenza e un po' per il ritmo frenetico degli eventi non avevano ancora parlato. Camila si rese conto che era di priorità fondamentale scambiare due parole con lei; trascinare un agente arrabbiato in missione era più pericoloso che indossare una bomba al petto: almeno quella decidivi tu quando farla esplodere.

Camila bussò insistentemente alla porta scalcinata. La casa si trovava in un quartiere non troppo abbiente e nemmeno troppo malfamato. Una via di mezzo fra Beverly Hills e Detroit. Il giardino era esiguo ma ben curato, qualche giocattolo per bambini puntellava di colore il verde. La voce di Maya riaffiorò come uno zampillo. Le faceva più paura tutto ciò che non poteva dominare con una pistola, come la verità o, peggio ancora, il matrimonio.

«Chi è?» La voce dell'uomo apparve serena dall'altra parte, segno che non si aspettava minimamente una visita da parte loro. Forse le aveva scambiate davvero per due piedipiatti, il che lo aveva portato ad abbassare la guardia più del previsto.

«Corriere. C'è un pacco per te.» Suonò parodistica Dinah, ma ciò che tanto parodia non pareva era la torsione minacciosa del polso.

Camila voleva dirle di andarci piano, quando l'uscio si spalancò e colsero Francis indifeso e stordito. Quando le mise a fuoco un lampo di paura attraversò i suoi occhi acquosi, ma era già troppo tardi. Dinah l'aveva messo fuori combattimento con una mossa basilare, e ora lo scortava gentilmente verso il salotto tenendogli il braccio accartocciato dietro la schiena.

«Ahia! Mi fai male!» I lamenti garruli facevano pensare che la sera prima avesse raschiato il fondo di un boccale di birra.

«Oh, come mi dispiace.» Con uno spintone Dinah lo fece accomodare sul sofà di camoscio, loro rimasero in piedi sul tappeto perrsiano.

La facciata traeva in inganno, la mediocrità apparente era solo una copertura. Gli interni erano tutt'altra cosa. Il candore moderno si amalgamava a lussuosi souvenir orientali. Così alla sinistra trovavi un televisore schermo piatto a cinquanta pollici mentre sulla destra una tigre imbalsamata che Camila si augurava essere finta. «E chi dovresti essere? Al Pacino?» Lo canzonò sardonica Dinah, guardandosi attorno.

«È tutta roba comprata su ebay.» Si difese malamente il ragazzo, imbronciandosi.

«Ah beh, certo. Sicuramente non può essere vera, no? Un corriere come fa a permettersi una vita tanto dissoluta?» Il preludio pacato ma tranchant di Dinah non preannunciava niente di buono. Era come camminare in un campo minato chiedendosi quando sarebbe scoppiata la prima mina.

«Francis, vogliamo solo delle informazioni.» Intercedette Camila, muovendo un passo avanti. Dinah recepì il messaggio e si tenne distante. «Che cosa stavi vendendo quella sera?» La postura più rilassata di Camila era maggiormente rassicurante, ma i suoi occhi non ammettevano commiserazione.

«Sentite, io consegno e basta, ok? Devo pur arrotondare a fine mese, non ne so niente di queste storie.» Il labbro tremava eccessivamente per credergli sulla parola.

«Allora perché Normani ha chiesto a te la validità del prodotto, eh? Sei anche addetto garanzia oppure ti occupi dei resi?!» Il sarcasmo cinico di Dinah incuteva più remore delle sue spalle spioventi sul naso del ragazzo.

«Non lo so!»

«Così non arriviamo da nessuna parte.» Bisbigliò riluttante la donna alle sue terga, prima di avventarsi sulle spalle cenciose del ragazzo, sollevarlo di peso e ingabbiarlo contro il muro, con la guancia a sfiorare la spada appesa come ornamento.

«Spero che anche questa non sia vera, perché in caso contrario immagino faccia molto male.» Sibilò, premendo il braccio contro il torace ansiamente del ragazzo.

«No, per favore, vi dirò tutto! Vi dirò tutto!» Piagnucolò grigio in volto. Dinah si distanziò solo per timore potesse vomitare sulla sua fondina.

«Era tanto difficile?» Borbottò Dinah, massaggiandosi il polso. Camila le lanciò un'occhiata eloquente, e lei andò a piazzarsi dall'altro lato della stanza, abbastanza lontana per scongiurare ulteriori raptus indebiti.

«Francis, cosa stavi vendendo quella sera?» Riformulò la domanda Camila, fissando il corpo del ragazzo riprendere lentamente ossigeno.

«Un localizzatore. Non so cosa stiano cercando, ma qualsiasi cosa fosse era dotata di GPS che probabilmente è stato disattivato alla prima occasione. Questo localizzatore è costruito appositamente per riattivare il sistema anche a lunghe distanze. » La USB possedeva un sistema di localizzazione, ovviamente. Era un oggetto sofisticato e pregevole per l'azienda, come aveva fatto a non pensarci prima? Volevano rintracciarla acquistando l'unico aggeggio capace di farlo.

«Dov'è adesso, il localizzatore?» Chiese precipitosamente Camila.

«L'ho venduto al secondo acquirente.» Confessò sommessamente, occhieggiando intimidito Dinah, che si era già approssimata ma era stata arrestata dal braccio dell'altra collega.

«Perché dovremmo crederti?» Sussurrò a denti stretti, valutando quanta verità ci fosse negli occhi del ragazzo.

«Perché io non me ne faccio di niente di un localizzatore, a me interessa la grana. E l'ho avuta. Se volete ammazzarvi a vicenda, affari vostri.» Camila era sicura che aveva già dato, o presto l'avrebbe fatto, le medesime informazioni a Normani e la sua squadra. Motivo per cui non c'era tempo da perdere.

«Dove lo troviamo il tuo acquirente?» Indagò Camila, con tono atono e autorevole.

«Sicuramente non all'indirizzo di casa.» Sogghignò ironico, scatenando l'ira di Dinah.

«Fai lo spiritoso, idiota?!» Fortunatamente il braccio di Camila faceva da transenna all'impeto sconsiderato della donna.

«Ci sarà una festa privata nella sua villa. I più importanti nomi saranno li. Se vuole rivenderla quello è il momento migliore per farlo.» Dichiarò il ragazzo, serrando la mascella in direzione di DInah.

«Dove? E quando?» Postulò Camila, stringendo i tempi.

«Naturalmente dove tutti i pezzi grossi vanno a spendere lo stipendio. Las Vegas, sabato sera. Lui si chiama Martin Willerman.» Fornì a malincuore le generalità, sapendo bene che se qualcuno veniva a saperlo rischiava molto più della sua carriera notturna.

Dinah ringraziò antifrastica, e uscì di scena con un tonfo sordo della porta d'ingresso che fece vibrare la punta della spada appesa alla parete. Camila fissò il ragazzo. «Devo chiederti un'ultima cosa.» Lui sospirò arrendevole. «Come si chiamava la partner di Normani? Lo sai?»

«Normani è sempre venuta da sola alle consegne, quindi ne so poco, ma ho sentito che la chiamava Michelle.»

«Michelle.» Camila assaggiò quel nuovo sapore, lo rigirò con la punta della lingua e infine lo ingollò assieme alla voglia di rivincita.

«Questa volta ti è andata bene, Francis. Ma la prossima ti denunceremo, scegli tu se continuare con la tua attività o rimettere in vendita il bestione là in fondo.» Consigliò Camila prima di marciare fuori dalla porta.

Michelle. Ora aveva due validi motivi per andare a Las Vegas.

                                         *****

Christina e Luis non abbandonavano volentieri il loro nido, motivo per cui si sentivano perennemente minacciati in aeroporto da chiunque indossasse un cappello dalla visiera pomposa o trasportasse un ventiquattro ore identica a quelle che vedevano nei film di 007. Camila e Dinah nemmeno li notavano. Nel tempo avevano sviluppato un fiuto metodico e quasi infallibile per discernere i criminali da dei semplici broker.

Christina e Luis presumevano di avere un leggero vantaggio sugli altri. Se i loro calcoli non andavano errati, presentarsi al check-in, anche sotto falsa identità, era troppo rischioso per una banda di scomparsi e deceduti, quindi, se anche loro stavano raggiungendo la meta, e lo stavano facendo di sicuro, si spostavano certamente per terra e non per aria. Questo li avrebbe fatto guadagnare qualche ora, ma il divario era quasi irrisorio; non era il momento di cantare vittoria e tantomeno di credere che stavolta avrebbero vinto loro.

Durante il volo, Christina era seduta quasi in punta all'aereo, mentre Luis quasi in coda. Camila aveva scambiato il posto col marito della sua vicina e si era accomodata accanto a Dinah, che però fissava fuori dall'oblò.

«Mi sentivo in colpa persino a guardalo il cielo, perché non sapevo se qualcuno mi avrebbe perdonato per ciò che avevo fatto.» Confidò con voce quasi innaturale nel bel mezzo del tragitto.

Camila si agitò sul sedile senza sapere cosa dire.

«E invece Normani è viva, e sta cercando di uccidere me.» Digrignò I denti, stritolando la bottiglietta di plastica fra le mani. «Quando la rivedrò non esiterò a spararle, ma questa volta non sarà per errore.» I suoi occhi finalmente trovarono quelli di Camila. Erano recipienti di rabbia incadescente, eppure nemmeno tanto calore aveva cancellato le lacrime agli angoli delle palpebre.

Camila le carezzò affettuosamente la guancia e raccolse un'unica solitaria goccia sul viso purpureo della donna. DInah le sorrise grata e tornò a guardare il banco di nuvole scorrere sotto di lei. Camila prese un bel respiro. Erano state promesse troppe pallottole per credere che sarebbe stato facile.

Il loro albergo era situato in pieno centro. Torreggiava assieme a pochi altri edifici, sfidando altezza e cielo. Era ricoperto di vetro che rifletteva in tono ardesia i colori circostanti. Camila non ricordava di aver mai alloggiato in un simile sfarzo, ma la sezione di Allyson non badava a spese quando di mezzo c'era il destino del paese. Nella hall vi erano più facchini che clienti. Christina per poco non ne colpì uno col suo bagaglio, credendo che invece di aiutarla stesse tentando di scipparla. Non fu facile per Dinah appianare l'incomprensione. Luis intanto stava facendo il check-in a nome di tutti, mentre Camila, da lontano, sognava di star sorseggiando il drink più forte al bar in fondo all'androne.

Avevano prese due camere, per risparmiare i fondi -c'era un limite anche alla generosità di Ally. Christina è Luis si fermarono al decimo piano, mentre Camila e Dinah proseguirono fino al quindicesimo. Ovviamente, per massimizzare l'efficienza, sarebbero rimaste nella loro camera solo per dormire, il resto del giorno sarebbe trascorso in camera dei colleghi, dove la base operativa temporanea si sarebbe dislocata.

Dinah si immerse sotto la doccia, mentre Camila schiacciò un pisolino sul letto. Verso quattro del pomeriggio la collega la svegliò con una certa fretta.

«Dobbiamo scendere subito.» Avvertì senza troppi preamboli. Ormai Camila si era quasi abituata ai risvegli bruschi. Quasi.

La camera di Christina e Luis era tappezzata di piccoli schermi, di apparecchi sofisticati, di sistemi operativi e altre cose di cui Camila non conosceva neanche il nome tecnico. Non aveva comunque tempo per fare domande perche Luis stava già parlando.

«Ho agganciato l'acquirente e ho scoperto che tiene tutta la merce illegale in un magazzino poco fuori città. Non sono sicuro che la USB si trovi lì, ma vale fare un tentativo, che ne dite?»

«Dico che guido io.» Rispose prontamente Dinah, trovando l'assenso di Camila già sulla soglia.

Las Vegas era davvero una grande arteria priva di capillare e vene. Il flusso di sangue animalesco irrorava tutta la zona, donando vitalità costante alla città. Solo dopo qualche chilometro i neon andavano diradandosi, i bei vestiti cominciavano ad essere bucati o rubati e invece delle macchine eccentriche si notavano solo i cerchioni, probabilmente sottratti nella notte. Martin doveva commerciare oggetti veramente illegali se per proteggerli si affidava ai bassifondi.

Camila e Dinah raggiunsero l'edificio in mezz'ora. Era incuneato fra un vicolo stretto e dei condomini abbandonati. La puzza di rifiuti ed escrementi era nauseante.

«Beh, almeno nessuno ci chiederà la mancia.»Constatò Camila, strappando una risatina squillante a Dinah. Era la prima volta che la udiva di nuovo, era musica per le sue orecchie.

«Prima le signore.» Fece cenno la collega, e Camila non se lo fece ripetere due volte.

Mentre varcavano la soglia non sapevano che non erano sole.

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Ciao a tutti!

Questo capitolo è stato un preludio del prossimo, che non so se definirlo più movimentato o sconcertante. Spero che vi arriveranno entrambe le emozioni, perché il dodicesimo Capitolo è il motivo per cui ho iniziato questa storia. È stato scritto prima di tutti ed è grazie a quello se ho proseguito a scrivere. Non perdetevelo! Lo pubblicherò stasera!

Spero vi sia piaciuto anche questo nel frattempo!

A domani.

Sara.

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