Capitolo Trentatré
«Resterai in macchina, intese?» Domandò, o meglio ordinò, la cubana.
«Sempre che ci sia una macchina dove restare.» Rispose aggrappandosi più forte alla maniglia, mentre l'ennesima curva ardita le comprimeva la ferita sull'addome.
Camila alzò le sopracciglia, ma ora non aveva tempo né per risentirsi né per scusarsi. Ci aveva provato a convincerla a non muoversi, ma il proiettile avrebbe dovuto ucciderla per dissuaderla dai suoi scopi, che non riguardavano soltanto la chiavetta ma anche l'incolumità di Camila. Lo stesso valeva per la cubana al volante: voleva recupare quella usb una volta per tutte e voleva che la salute già compromessa della corvina non venisse intaccata maggiormente, perché in quel caso non avrebbe potuto fare molto per lei se non portarla in ospedale, e Lauren avrebbe preferito una pozzanghera di sangue che una condanna all'ergastolo. A causa di questi pensieri, la donna seguiva con la testa vuota le coordinate sul gps, litigando con l'acceleratore ma scalando sempre una marcia in meno quando andavano al massimo.
«Perché adesso?» Balbettò fra sé e sé, non ricordando che la persona al suo fianco era l'unica a poterle dare risposte certe.
«Ci stavamo già organizzando per trovare un modo di penterare all'interno. Per questo sono andata a prendere il libro di Taylor. Sapevo che una volta arrivati al compimento saremmo dovuti sparire per un po', valutare la reazione su vasta scala...» Siccome il fianco pulsava di dolore e abbisognava d'ossigeno più di quanto la guida di Camila necessitasse di una revisione, andò dritta al punto. «Probabilmente, non vedendomi tornare, avranno pensato che anche io ero stato arrestata e hanno preferito agire prima di restare troppo pochi per arrivare fino in fondo.»
Camila le lanciò un'occhiata di sottechi. Notò la smorfia sofferente sul suo viso e malgrado avesse appena risolto i suoi rompicapi, l'unica domanda che le si articolò sulle labbra fu: «Come stai?»
«Resterò in auto, questo è poco ma sicuro.» Abbozzò un sorriso che seppur esausto non si arrendeva al sarcasmo omeopatico che la corvina spalamava su ogni ferita come fosse la panacea mondiale di ogni male.
La cubana diede ancora gas, riconoscendo che prima tornavano a casa, prima Lauren avrebbe potuto riposare. La posizione indicata da Dinah, o meglio dalle sue indicazioni, stagliava in cima ad una collinetta sabbiosa. Le ruote della donna riuscirono ad attraversare solo perché dotate di grande capacità, le macchine della polizia, un po' più lontane rispetto al punto scelto da lei per attraversare, si erano fermate a metà strada, gli pneumatici non aderivano abbastanza al suolo per scortarli fino all'altro lato. Camila fece cenno a Lauren di abbassarsi mentre si avvicinavano all'area. Era presidiata solo da cinque agenti. La cubana gridò il suo nome e mostrò il distintivo, poi proseguì senza che i richiami la fermassero. Posteggiò sul retro dell'edificio, dove c'era una sola auto, quella di Dinah, ed era vuota.
«Ok,» scavalcò rapidamente atterrando in una nuvola di sabbia. «Aspettami qui, se arriva qualcuno abbassati. La macchina ha i finestrini oscurati, ma comunque meglio non rischiare.» Scarrellò la pistola, udendo già in lontananza l'eco di pallottole.
«Camila,» la mano di Lauren le afferrò il polso con uno scatto apprensivo. Erano i suoi amici quelli che stava andando ad arrestare, imprevisti permettendo, ma nelle sue iridi non intravedeva l'ombra di una supplica diversa da quella che le sue labbra pronunciano dignitosamente: «Stai attenta.» Se avesse saputo che quelle erano le ultime parole famose, le avrebbe concesso più di un sorriso.
Richiuse la portiera e si allontanò velocemente, entrando dall'uscio di metallo socchiuso di fronte a lei. A giudicare dall'odore di muffa, dallo stillicidio fangoso doveva essere capitata nella cantina. C'erano delle scale malandate e sbeccate che portavano al piano superiore. Per quanto detestasse la macchinetta del caffè nel corridoio davanti al suo ufficio, era sicura che nessuno nel sottosuolo lucidasse i gradini meno di quattro volte a settimana, ecco perché le condizioni igieniche la lasciarono perplessa. Era una sede governativa, no? Quando sbucò sul pianerettolo, fece molta attenzione ad aprire a poco a poco l'uscio rosso di fronte a lei. Alle spalle si lasciava un'altra rampa di scale, che però avrebbe perlustrato in seguito.
Il suo occhio di piombo setacciò i pericoli in agguato, ma oltre bossoli ormai innocui e silenzio non scovò niente. Decise comunque di dare un'occhiata. Ora i colpi di pistola si erano azzerati, anche in lontananza non si udiva un suono. Decisamente lì, però, c'era stato del gran trambusto, e valutando l'odore di polvere da sparo ancora nell'aria non poteva essersi concluso troppo tempo fa. Il corridoio si snodava verso un'unica direzione. Vi erano sei porte, tre per lato, e solo la prima della fila di destra e l'ultima della fila di sinistra erano aperte. Una scia di sangue percorreva il muro alla sua destra. Partiva da metà parete per poi interrompersi e riprendere poco più in basso. La cubana tenne la pistola ancora più vicina e all'erta. Non si accorse che la punta della scarpa si era intinta di rosso, registrò solamente il corpo accasciato, esanime di Josh accanto all'uscio. Aveva ancora la rivoltella in mano, ma ormai non avrebbe sparato più a nesssuno. Per precauzione, comunque, la calciò alle sue spalle. Il colore esangue, cinereo delle sue palpebre convinse la cubana a non prendergli il polso: sapeva che non c'era. Ispezionò la stanza, messa a soqquadro, ma non scorgendo niente di utile decise di continuare l'avanscoperta.
L'ultima porta conduceva su una stanza nettamente più interessante. Qui la temperatura le fece desiderare di avere addosso più di un giubbotto. L'intero perimetro era tappezzato da grandi casse dalle molteplici lucine, da suoni acustici fastidiosi e una luce spettrale inondava l'ambiente. Era decisamente la sala comando, o una delle sale comando. Ma non c'era nessuno. Camila comprese che quella struttura doveva essere una delle aorte del governo, i famigerati archivi. Sbirciò all'interno, ma non trovò niente di interessante a prima vista. Un'analisi più accurata le mostrò una colonna tecnologica in fondo alla stanza più rumorosa e lampeggiante delle altre. Con la pistola ancora rivolta verso l'alto si approssimò. Non era un genio come Christina e Luis, ma sapeva com'era fatta una usb e non ci volle molto a identificare quella che stava cercando da tempo immemore.
Un sorriso compiaciuto le sfiorò le labbra troppo presto. Ripose la pistola nei jeans e si concentrò sullo schermo, tentando di comprendere come estrarla senza creare danni al sistema. Aveva appena cliccato sul led quando l'inconfondibile sensazione siderale di un foro abbastanza largo da trapassarle il cranio da parte a parte le agghiacciò la pelle.
«Ti conviene non muoverti, altrimenti ti rispedisco all'inferno da dove vieni.» Il ringhio supponente non poteva che appartenere ad una sola persona.
Camila strizzò occhi e labbra, maledicendosi per la sua sventatezza. In realtà, ciò che più le dispiaceva, non era tanto trovarsi di nuovo di fronte a Lucy e di nuovo in svantaggio; ciò che le rimordeva era di essersi avvicinata tanto alla soluzione del problema solo per trovarsi sconfitta.
Stavolta si voltò prima che Lucy potesse ordinarglielo. Aveva un ghigno compiaciuto e mefistofelico, sapeva anche lei che era la fine. Non l'avrebbe lasciata andare, soprattutto ora, che aveva le scarpe ancora insanguinate dall'ultimo spasmo di Josh, riverso a qualche metro di distanza. Il destino le aveva dato la possibilità di vendicarlo e lei non avrebbe perso l'occasione. Questo non impediva però agli occhi di Camila di ardere furiosi.
«Sei arrivata giusto in tempo per vederci vincere.» Sghignazzò, impugnando disinvolta la pistola. Sembrava che non sarebbe stato un addio laconico.
«Lucy, potrai anche uccidermi, ma fidati che ti prenderanno un giorno.» Tremarono le sue parole, scottandole gli angoli della bocca.
«Chi, Camila? Dinah, uhm? Normani è al piano di sopra e sono sicura si stia occupando di lei.» Ci teneva a farle sapere quanto fruisse di tutta quella situazione, si vedeva che sarebbe andata a dormire immersa in sogni piacevoli quella notte.
La cubana serrò i pugni. Così ora aveva due rimorsi da portarsi in tomba: aver abbassato la guardia troppo alla svelta, e aver scelto il piano sbagliato. Se si fosse avventurata di una rampa più in su, forse avrebbe avuto la probabilità di salvare Dinah. Se prima era contenta del silenzio, ora si chiedeva se l'assenza di proiettili non fosse un segno negativo.
«Prima di salutarci,» avanzò lentamente, abbreviando ancora di più la distanza fra di loro. «Dove cazzo avete portato Lauren?» Digrignò i denti, facendo trapelare tutta la collera allignata nel suo cuore.
E quello fu come se la pistola avesse già sparato.
Per un momento, probabilmente per autodifesa, aveva dimenticato la corvina. O meglio, aveva sfidato la pistola di Lucy senza pensare ai suoi smerladi, ma ora la sua resa pesava il doppio. Aveva commesso l'unico errore che si era ripromessa di non compiere mai: si era affezionata a qualcuno che sapeva di dover perdere. Avrebbe voluto cancellare i momenti precedenti solo per tornare indietro e regalarle più di un sorriso, le dispiaceva andarsene sapendo che quella sarebbe stata l'ultima cosa che avrebbe ricordato di lei, e le dispiaceva soprattutto per Lauren, che non si sarebbe mai perdonata di aver conservato solo un sorriso di quel giorno.
Nonostante lo stato d'animo della donna fosse tempestoso e avvilito, nei suoi occhi non fece balugianre nemmeno il simulacro di un lampo. Non poteva dirle la verità, che forse le avrebbe anche fatto guadagnare un po' di tempo, ma avrebbe messo Lauren in pericolo e invece sperava che, appena lo sparo si sarebbe propagato lungo il fianco della collina, la donna fosse stata abbastanza sagace da ingranare la marcia e andarsene via.
«Non lo so. So che c'è stato un conflitto a fuoco vicino a dove abitavate prima, ma io non lo so dove l'hanno portata.» Deglutì, sentiva di aver fatto la cosa giusta anche se l'alito del piombo respirava ancora sulla sua tempia. Ora ne aveva meno paura però.
«L'hanno colpita?» Mormorò terrorizzata, fu l'unica volta in cui la sua mano ebbe un fremito che titillò contro la cubana.
«Anche se fosse, non l'avrebbero lasciata morire prima di interrogarla.» Chi ci avrebbe pensato a lei? Chi ci avrebbe pensato a Lauren una volta che il proiettile di Lucy fosse esploso? Detestava dover chiudere gli occhi senza avere certezze su chi restava.
Le labbra di Lucy si contrassero in uno spasmo incollerito. Le premeva sempre più a fondo l'arma, assicurandosi che fosse il più vicino possibile all'ineviabile. «Se le avete fatto qualcosa, ti giuro che non mi fermerò qui, andrò a casa di tua madre, di tua sorella.» Voleva sincerarsi che Camila avesse il peggior epilogo, ma il suo cuore era già talmente pesante che aggiungere un po' di dolore era come versare una goccia in mare.
«Sono sicura stia bene, e che starà bene.» Gli occhi di Lucy parvero confusi, perché la stava consolando? In realtà stava solo parlando a sé stessa.
«Lo starà, te lo assicuro. Ma tu lo vedrai da sottoterra.» Ringhiò. Camila aveva visto solo da lontano gli occhi di un assassino il momento prima di premere il grilletto, ma quando le pupille della donna si dilatorono più del foro della pistola che aveva attaccato alla tempia, capì che era il momento di spremere le palpebre e trattenere il respiro.
Forse l'aldilà arrivò troppo alla svelta, perché la cubana non sentì niente. Aveva ancora gli occhi stretti in un ultimo battito e i polmoni stavano per implodere nel petto. Aveva immaginato che trapassare dall'altra parte sarebbe stato più tranquillo, invece aveva sconfinato nella stessa posizione in cui se ne era andata... Non capiva come...
«Abbassa quella cazzo di pistola.»
Una voce rauca la riportò alla realtà. Lentamente schiuse le palpebre. Almeno che l'aldilà non fosse una stanza dalla luce azzurrognola fluorescente era ancora viva. Riprese ossiegno, accertandosi una volta per tutte di essere ancora tutta intera. Più o meno.
Lucy stazionava ancora di fronte a lei, proprio come l'aveva lasciata, solo il suo sguardo era cambiato, trascolrando da baldanzoso a sconcertato. Se non avesse assistito alla sconsideratezza della cubana poco prima, allora forse anche lei avrebbe abbandonato la pistola; aveva tutta l'aria di chi non riusciva a mantenere nemmeno le proprie braccia.
«Lucy, ti ho detto di abbassare la pistola. Ora.» La cubana si ricordò solo ora del perché non aveva ancora fatto la conoscenza di Iside. Sfarfallò le ciglia oltre le spalle di Lucy incontrando ciò che temeva.
Se non si era ricordata degli smeraldi di Lauren in precedenza, ora era impossibile scordarseli. Saettavano fuoco e faville, ed erano fissi sulla nuca di Lucy assieme alla rivoltella di Josh. A quanto pare non era vero che non avrebbe più sparato, lo avrebbe fatto, ma dalla mano di Lauren.
«La..Lauren. Ma, ma che fai?» Ansimò sbigottito Lucy, cercando di cogliere un frammento della corvina alle sue spalle.
«Adesso abbassi la pistola e me la passi.» Ribadì la corvina, sempre più autoritaria. Camila osservava la scena col fiato sospeso, non sapendo se preoccuparsi di più per Lauren o per il fatto che fossero tutte e tre nella stessa stanza.
«Lauren, hai sbattuto la testa?» Tubò fremendo di rabbia. Avrebbe voluto guardarla negli occhi, ma non poteva rischiare di trovarsi due pistole contro, doveva tenere a bada Camila... Camila. Invece di catturare gli smeraldi fece l'errore di visionare gli occhi della cubana di fronte a sé e da questi realizzò tutto.
Inizialmente sospirò basita, affranta. Ferita. Poi la sua espressione si macchiò di rabbia e rancore, e dalle narici della donna uscì del vero e proprio fumo. Camila credeva che le cose non potessero andare peggio, ma si sbagliava.
Continua...
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