Capitolo Trenta
Dove l'aveva messo l'ultima volta? L'aveva mai usato prima? Quando si era trasferita l'aveva messo da qualche parte, se lo ricordava... Ma dove?
Non era mai stata tanto ordinata da rendere orgogliosa sua madre, ma adesso il pavimento era un tappeto di oggetti inutili scartati nella foga. Tutto quello che non poteva aiutare Lauren era inutile in quel momento. Anche il distintivo, poggiato vicino alle sue mani imbizzarrite, era del tutto inutile: poteva salvare solo la persona che aveva preteso di essere. Frugò nei cassetti ancora inviolati. Trovò il kit in fondo al terzultimo mobile in bagno, e si precipitò da Lauren.
Era ancora distesa sul divano, i capelli sudati si erano raggrumati sul viso come il sangue sull'addome. La cubana cadde al suo fianco, le sollevò il lembo della maglietta auscultando il respiro creparsi in gemiti. Il foro aveva un'entrata e un'uscita, il che era un bene: il proiettile non era più all'interno. Oltre quello ne sapeva poco e punto. Si era ritrovata solo due volte a improvvisare suture, una su sé stessa provocata dal coltello di un criminale in fuga che non si era dimostrato mansueto quando lo aveva afferrato, l'altra invece risaliva a tempi meno recenti, agli anni in cui Sofia ancora giocava nel giardino e Alejandro non trovava mai il tempo per riparare quell'odiosa lamiera. Non un pedigree eccelso.
Osservava la ferita farfugliando parole senza senso. Era bravissima con i proiettili, ma a spararli non a rattoppare i danni. Lauren non riusciva ad alzare la testa oltre la soglia delle spalle. I suoi smerladi, un po' sporchi di sangue a dolore, fissavano lo sbigottimento di Camila con fatica.
La mano della corvina, intinta completamente di rosso, si strinse su quella della cubana, richiamando il suo sguardo perso sul suo patinato. «Mi fido di te.» Sforzò ogni singolo muscolo per proferire quel sussurro.
«Beata te, perché io no!» Ingoiò sia il magone che il panico, ricordandosi perché era sempre stata la prima del suo corso. Sangue freddo, Camila. Fece un bel respiro e si arrotolò le maniche sotto al gomito.
Il kit di prima emergenza non serviva a molto: non poteva certo mettere un cerotto per arginare il flusso!
«Ok, va tutto bene, tutto bene...»
«Se lo dici te.» Pronunciò a denti stretti, boccheggiando ad ogni spasmo di più.
Il farneticare di Camila non soverchiava i lamenti della corvina, o la contrazione del suo respiro mozzato. La cubana razzolò nella cassetta medica. Con delle bende premette forte contro la ferita, poi si accorse che il materiale non era sufficiente per curare la scalfittura della corvina. Non l'aveva mai fatto, ma aveva visto Paul, un suo vecchio collega, ricorrere al metodo un po' arcano e artigianale per suturarsi.
«Aspetta qui.»
«Non mi muovo.» Rispose sacastica, pigiando con quanta più mole possibile la spaccatura nella carne. Ora capiva cosa provavano i poliziotti che aveva lasciato a terra quando necessario. Solo che lei non aveva mai mirato più in su delle gambe. Non era un'assassina.
La cubana tornò dopo un tempo indefinito, stavolta aveva un ferro alla mano e sembrava incandescente.
«Non ti piacerà.» Preannunciò, ma dal pallore del suo volto sembrava che nemmeno a lei avrebbe divertito.
«Mi piace.. Sperimentare. Ma no..non credi di star esa..esagerando?» Sorrise salace, ricacciando uno spasmo sofferente che si slatentizzò in gocce di sudore.
«Probabilmente sverrai.» Balbettò inerme, il ferro nelle sue mani tremava come la prima volta che aveva bandito una pistola.
«Basta che non.. non svieni anche tu.» Era ironica, ma lo intendeva davvero visto il colore del suo volto.
«Va bene..» Si genuflesse al suo fianco, le sue labbra erano più rosse della punta dell'arnese e inspirava più profondamente del ricciolo di fumo che si levava dal ferro.
Lentamente approssimò l'attrezzo. Il suo volto, dalla prospettiva della corvina, si liquefaceva dietro le volute ardenti. Quando l'alito rovente le baciò la pelle, Lauren la fermò. «Aspetta!»
Camila ritrasse il ferro come se avesse appena toccato del filo spinato. I suoi occhi saettarono in direzione dell'altra che la rimirava affaticata. «Devo.. Devo dirti una cosa.» I tendini del collo si stavano ingrossando, e il suo petto si gonfiava irriducibilmente.
«Non c'è tempo, me lo dici dopo.» Scosse energicamente la testa la cubana, ma la mano di Lauren la interruppe di nuovo.
«No.. Adesso.» I suoi occhi ustionavano più del calore emanato dal ferro. La fissava così intensamente che non sapeva quali parole avrebbe potuto trovare per farle cambiare idea, così lasciò perdere i discorsi.
La cubana si tuffò sulle sue labbra strappandole con tutte le probabilità l'ultima riserva d'ossigeno. Strizzò forte le palpebre mentre un retrogusto di sangue le si insediata agli angoli della bocca. Distaccandosi gli occhi di Lauren stavano perdendo vitalità, ma si ostinavano a fissarla. «Potevi.. Farlo dopo.» La prese in giro, e Camila dovette ricordare a sé stessa che stava sanguinando per non colpirla.
«Si, beh, non è che possiamo rimandare tutto.» Abbozzò un sorriso che si rifletté fiaccamente sul viso dell'altra.
Camila si allontanò, ma intrecciò le dita a quellw di Lauren e le tenne salde nella sue. Le mise un panno pulito in bocca e le disse di stringere forte. La corvina fraintese però, perché l'unica cosa su cui fece forza fu la sua mano. «Ok, ok..» Per fortuna era abbastanza vicino al suolo per svenire, in caso ne avesse necessità.
Avvicinò cautamente il ferro e poi lo premette contro la ferita. L'odore della pelle e del sangue si condensò nell'aria assieme al gemito cavernoso e straziante della corvina, ma in quell'istante non solo la ferita di Lauren si stava cicatrizzando. Camila sentiva che stava suturando anche altro, che qualcosa dentro di lei si stava ricucendo per non riaprirsi più. La corvina ebbe il tempo di catturare l'immagine dell'altra accovacciata su di lei mentre chiudeva le palpebre, abbandonandosi.
Si svegliò di soprassalto muovendo troppo rapidamente il busto per non sentire una scossa elettrica squassarle il torace e riportarla distesa sul divano. Si guardò distrattamente attorno. A parte chiazze di sangue e panni sporchi trovò poco. Un ulteriore gemiro richiamò l'attenzione di Camila, che si era spostata nell'altra stanza solo per pulirsi e cambiarsi i vestiti.
«Oh, oh! Non ci provare nemmeno per scherzo.» Si materializzò alle sue spalle, aiutandola a distendersi nuovamente come prima.
Afferrò una sedia e si appostò al suo fianco. Aveva preparato una bacinella d'acqua, e con un panno iniziò a tamponare il volto sporco della corvina, nettando via i grumi rappresi. «Come ti senti?» Mormorò sottovoce, come se un tono troppo alto potesse provocare danni irreversibili.
«Come se mi avessero sparato.» Sorrise abbastanza sfinita da non avere voce, ma non troppo da non tenere gli occhi aperti e fissi su di lei.
Camila scosse flebilmente la testa, sciaquando ora le sue labbra macchiate. «Che è successo?»
«Sono tornata alla casa. Avevo lasciato un.. Un libro. C'erano delle..»
«Delle pattuglie, lo so.» Certo che lo sapeva, era stata una decisione di Dinah quella di piantonare ventiquattro ore su ventiquattro la campagna.
«Dovevi proprio tornare?» Sospirò, non riuscendo ad essere adirata anche se il peggio era passato.
«Era di, di Taylor.» Disse semplicemente la corvina, che evidentemente era a conoscenza della sua capatina a casa Jauregui. Camila annuì lentamente, immergendo un'altra volta il panno nell'acqua.
«Perché sei venuta qui?» Anche se un espediente lo aveva sempre pronto in canna, Camila era troppo vicina per mentire.
«Perché dovevo dirti una cosa, se fossi.. Sai, beh.. Non più qui.» Forse per scaramanzia, forse perché la ferita si stava cicatrizzando solo da poco preferì non pronunciare ad alta voce quella parola, e Camila gliene fu solo riconoscente.
«Cosa volevi dirmi di tanto importante?»
Lauren le artigliò il polso e lo rimosse dalla visuale, inchiodando i loro occhi insieme. Camila deglutì. Non c'era distintivo che poteva tenerla lontana da quello sguardo. Aveva fatto una promessa, ma era stata concepita prima della corvina, e ora sentiva che mantenerla non era più possibile.
«Volevo dirti...» Si passò la lingua sulle labbra riarse. «Il rosa non ti dona per niente.»
«Porca puttana.» Scosse la testa la cubana, sempre più incredula della donna. D'altronde era sempre la stessa che all'inizio l'aveva infastidita oltremodo con il suo sarcasmo. Potevano attentare alla sua vita, ma non al suo umorismo.
Ridacchiarono, bisbigliando improperi sommessamente che Lauren recepì come un balsamo.
«Sei sempre la solita.» Le disse, togliendo l'ultimo segno scarlatto dal suo volto.
«E tu? Tu sei sempre la solita?» Chiese con un fil di voce, osservando dritta negli occhi. Camila lasciò sguazzare il panno alle sue spalle e si spostò dalla sedia al bordo del divano. Senza dire niente si accoccolò sul petto della corvina, che rinnegò un rantolo per non allontanarla.
Camila avrebbe voluto chiederle scusa, ma non era il momento di proferire parole superflue. Lauren non aveva bisogno di sentirle per perdonarla, onestamente non sentiva nemmeno di dover concedere nessun perdono oltre quello che già si stavano scambiando.
Camila sollevò appena il mento. Il volto della corvina era contratto in una smorfia di dolore, ma quando i loro occhi cozzarono un sorriso stanco le si disegnò in viso. La cubana si sporse quel tanto che bastava per baciarla di nuovo, castamente, perché temeva che un po' di passione di troppo avrebbe minacciato la salute già precaria della donna, che comunque immerse la mano nella sua nuca per attirarla più vicina.
«Non farlo più.» La pregò mentre riprendeva aria sempre sulle sue labbra.
«Ok, se proprio non ti va..» La mano di Lauren la riportò vicina prima che potesse discostarsi. La cubana ridacchiò, scuotendo leggermente la testa.
«Lo sai cosa intendo.» Il suo sguardo si era incupito. C'era troppo serietà dietro le sue ciglia per essere una persona appena scampata alla morte.
«Va bene, non metterò più vestiti rosa.» Cantilenò faceta. Per una volta Lauren pativa il suo stesso veleno: il sarcasmo.
«Non hai pietà neanche di una convalescente.» Serrò le labbra per non ridacchiare dei tentativi amatoriali della cubana di rigirare il coltello nella piaga usando il suo, di coltello.
«Beh, non sei ancora ammanettata, perciò mi sembra di essere più che indulgente con te.» Le pizzicò la guancia col palmo della mano, raccogliendola lentamente per intero. Lauren inclinò il capo in quella direzione, adagiandosi sopra.
Tenne le palpebre chiuse mentre le dita di Camila le carezzavano la pelle stanca e infreddolita. Camila riempì i polmoni e, mentre Lauren stava per scivolare nuovamente fra le braccia di morfeo, le disse: «Non lo farò piu.»
La corvina schiuse gradualmente gli occhi, studiandola. «Te lo farei giurare, ma non vai forte con le promesse.»
«Che stronza.» Sorrise tenuamente la cubana, ricordando tutte le volte che aveva promesso di incidere il nome di Lauren sul prossimo proiettile e invece ora era finita col salvarla da quella stessa minaccia. Il destino doveva aver un senso dell'umorismo davvero grottesco.
«Come lo spiegherai agli altri?» Domandò la cubana, rimirando le bende avvolgere l'addome dolorante di Lauren.
«Non devo dirglielo per froza.» Si strinse nelle spalle. Poteva aspettare qualche giorno, rimettersi in sesto e tornare alla base con quello che non sarebbe stato più di un graffio.
«Beh, lo vedranno comunque.» Forse era un'impressione della corvina, ma ora teneva gli occhi bassi e non solo per esaminare la ferita, ma anche per sfuggire ai suoi.
«No se non mi alzo la maglietta.» Scosse brevemente la testa, scandagliando il riverbero del battito fuggevole nelle iridi della cubana.
«Appunto.» Articolò sommessamente, quasi le sembrò di non averlo udito, ma l'evasione della donna era troppo palese e tangibile per tapparsi le orecchie.
Lauren fece scivolare la mano sotto al suo mento, che grazie a Dio era abbastanza vicino altrimenti non avrebbe avuto la forza di tendersi oltre. «Che stai dicendo, Camila?» I loro occhi si legarono assieme, Camila emise un sospiro che non preannunciava niente di buono.
«Non sto dicendo niente. L'ha detto Trisha però.» Si schiarì la voce, sostenendo solo per pochi istanti le iridi focose della corvina. Aveva il sentore che fossero l'unica cosa calda del suo corpo in quel momento.
«Non so cosa abbia voluto sottintendere, ma ti assicuro che nessuno vedrà questa ferita, intesi?» Arcuò le sopracciglia, alludendo al fatto che nemmeno in passato nessuno l'avrebbe comunque potuta vedere. La cubana annuì, obbligandosi a sorridere disinvolta.
«E poi, non sono io ad aver cenato due volte a lume di candela.» Roteò gli occhi al cielo, sfuggendo allo scatto subitaneo della cubana.
«Com'è che tu sei sempre impegnata a morire ma mai abbastanza da spiare le mie effusioni?» Un sorriso gemmò sulle sue labbra. Un po' sì sentiva lusingata, ma non voleva che Lauren pensasse troppo a lungo a Maya. A Camila non importava nemmeno la metà di quanto paventava.
«Perché ci sono cose che mi spaventano più della morte. Tipo le giacche di pelle sopra i pantaloni della tuta.» La seconda parte della frase era stata soggiunta solo sviare la veridicità della prima, che forse nemmeno lei era pronta ad ammettere, ma per comprenderlo Camila non aveva bisogno di parole, visto che si era presentata da lei un momento prima di.. Beh, quello.
«Lauren,» c'era una domanda che le si accalcava in testa più di tutte le altre e ora non aveva più intenzione di temporeggiare. «Cosa c'è in quella chiavetta che vale tanto?» Non si riferiva alla ferita di per sé. La corvina era tornata per recuperare il libro di sua sorella, ma se ci teneva tanto perché semplicemente non aveva bussato alla sua porta e messo fine a quel dolore condiviso? Cosa contava più di quello?
«Chiedilo ad Ally, Camila. Chiedilo ad Ally.» Furono le uniche parole che le riservò prima di assopirsi.
Lo avrebbe fatto. Era il momento di scoprire la verità.
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Ciao a tutti!
Questo capitolo è carico di emozioni e scene contrastanti, quindi spero vi sia piaciuto! Nel prossimo vi svelerò la verità dietro la chiavetta, quindi vi aspetto stasera.
Grazie.
Sara.
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