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Capitolo Tredici

Camila si svegliò con la testa pesante e intenta a soffocare un gemito per il dolore al fianco. Si era addormentata per necessità più che per sonno vero e proprio. Non poteva credere alla sfacciataggine di quella donna. E non poteva nemmeno capirla. C'era un senso alle sue chiamate, alle sue apparizioni oppure era divertimento fine a se stesso? Cosa voleva provare? Che ce l'aveva avuta davanti, impacchettata e indifesa, e aveva comunque vinto lei? Le mancava solo il fiocco e poi sarebbe stata un regalo perfetto, ma non uno di quelli che si scartano il giorno di natale. Uno stile Unabomber.

Nei giorni successivi a quel mercoledì disastroso, Camila non aveva ricevuto chiamate né aggiornamenti. A quanto pareva non solo la banda era evaporata nel silenzio, ma anche l'arroganza di Lauren non era ancora venuta a ritirare il premio per la sua indimenticabile sceneggiata.

Aspirapolveri, e tu che pure le vai dietro! Col senno di poi aveva riassemblato i pezzi e si era ravvista di quanto dilettantistica fosse stata la sua disamina. Forse la botta alle costole, lo stress della giornata, la rabbia biliosa verso Lucy avevano annebbiato le sue competenze, ma non riconoscere così tanti segnali assieme era veramente un errore da principianti. Si era fatta sbeffeggiare e ora tutto taceva. Aveva un senso tutto quello? Se lo chiedeva rigirandosi fra le dita la piccola spilla dorata che Lauren aveva abbandonato sul bancone. Per lei. Era formata da un cerchio con due spade incrociate al centro. Camila non aveva idea di cosa signficasse, nonostante le ricerche ossessive su internet. Aveva troppe variabili, non poteva semplicemente sceglierne una e pretendere fosse quella.

Intanto con gli altri non aveva fatto parola della sua scoperta. Erano ancora impegnati ad analizzare i quattro nomi della lista. Ogni volta che la foto di Lauren veniva proiettata sullo schermo Camila non serrava più il pugno, doveva invece deglutire e respirare. E distogliere lo sguardo il più velocemente possibile.

Lauren aveva una blanda connessione con la banda per via di Lucy. Aveva spigolato qua e là online qualche foto. Gli altri non ci avrebbero messo molto a trovarle. In una erano in pub con altri dieci o quindici amici, la foto era scattata di schiena, ma erano distinguibili dalla capigliatura. La seconda era uno scatto di loro due su un molo, sempre di schiena. Sulla nuca di Lauren vi era tatuata una libellula. Erano troppo vicine per essere solo amiche. Nell'ultima Lauren era da sola. Lucy l'aveva ritratta dal basso con un obiettivo modico. La luce del sole colpiva il viso della ragazza e la lente della fotocamera, rendendo il volto di Lauren nero e al limite del riconoscibile. Stava sorridendo, e Camila non poté fare a meno di chiedersi di cosa stesse ridendo. Chiuse repentinamente il computer, poi si scusò con gli altri e disse che aveva bisogno di una boccata d'aria.

Salì in camera e si affacciò al balcone. Il refolo ventilava l'aria estiva, chiuse le palpebre ed espose il viso alla carezza refrigerante. Sentiva che quella storia le stava sfuggendo di mano. Doveva darci un taglio. Forse non era troppo tardi per dire la verità agli altri. Tutta la verità. Forse avrebbero capito, e anche se non sarebbero stati in grado di comprenderlo poteva comunque inventarsi una storia credibile per giustificare il suo comportamento egoistico e ambiguo e...

Poi però il telefono squillò. Non ebbe nemmeno bisogno d leggerlo lo schermo per sapere chi fosse.
«Tu. Ti credi tanto furba? Pensi di essere invincible? Ti sbagli, Lauren. Io ti troverò, e metterò fine a quest'assurdità prima di quanto tu pensi!» Si sfogò come una cascata in piena. Ora si che il suo pugno era serrato.

«Ciao anche a te.» La sua voce non era camuffata da nessun meccanismo stavolta. Avevano surclassato di gran lunga quel punto. «Pensavo che lasciarti qualche giorno per sbollire sarebbe servito. Mi sbagliavo.» Ora che il sarcasmo era tanto vivido e tangibile nella limpidezza della sua voce alterava ancor di più l'equilibrio mentale di Camila.

«Ti sbagliavi su tante cose! Come sul fatto di credere che non ti avrei arrestato, o ucciso.» Ruggì baritonale, incanalando la collera nel torace affinché non esplodesse nel volume.

«Sei stata tu a dirmi che lo avresti fatto per prima, ma non l'hai fatto davvero.» Doveva abituarsi alla sua voce. Ogni volta che parlava un brivido le si propagava lungo la spina dorsale. Ma era troppo esigente per definirsi paura o rabbia.

«Solo perché non sapevo che eri tu.» Puntualizzò Camila, ma Lauren rimbeccò velocemente.

«Intendevo sul treno.» Aveva avuto una fidanzata assuefatta a rinvangare, e aveva promesso a se stessa du tenersi il più lontan possibile dalla categoria. Non aveva messo in conto che avrebbe avuto una criminale della stessa pasta.

«Che cosa vuoi, Lauren? Che cosa vuoi da me?» Il tono stizzoso aveva lasciato posto ad un sospiro esacerbato. Quel tira e molla la stava sfinendo.

Anche stavolta, come quando aveva ponderato se dirle o meno il suo nome, l'attesa si prorogò a lungo. Camila vedeva gli occhi verdi della donna dietro le palpebre, e non sapeva scorgerci odio.

«Non voglio niente, Camila.» Non sapeva... Anzi, non sapevano come interpretare quella risposta. Non voler niente in circostanza normali era un male, ma non volere niente in circostanze fatali cos'era?

«Era tanto importante venire in hotel a sbeffeggiarmi? Ti sei esposta ad un alto rischio solo per il gusto di farlo?» Insisté la cubana, vagando con lo sguardo oltre l'orizzonte frastagliato. Si sentiva scostante quanto il panorama.

«Non l'ho fatto per umiliarti, tantomeno per gongolare.» Il silenzio di Camila alluse alla prossima domanda. Launre prese un bel respiro e tracannò un sorso di scotch. «L'ho fatto perché avevo dato ordini precisi, e sono stati contravvenuti.» Camila si accigliò. Era difficile non solo interpretare i suoi gesti, ma anche le sue parole. Lei che alla prima sciarada irrisolta gettava via il giornalino era finita dentro la sciarada stessa. «Non volevo che avvenisse alcuna colluttazione, dovevamo solo recuperare ciò che ci spettava.» Una risposta schietta non l'avrebbe ottenuta. Almeno non quella sera. Lasciò perdere e passò al dubbio successivo.

«Perché volete quella chiavetta? Avete già soldi in abbondanza, o sbaglio? Che ve ne importa?»

«Tu non lo sai.» Momorò con un filo di voce, come se fosse allibita o sconcertata. «Ma certo che non lo sai.»

«Di cosa stai blaterando?» Si spazientì la donna, sentendosi svantaggiata in qualche modo.

«Ti hanno tirato dentro un gioco più grande di te, e tu non sai neanche per chi o per che cosa stai rischiando la vita.» Il timbro arrochito della donna era rinfocolato dall'escalation iraconda.

«Ma di che cosa parli?» Alzò il tono di un'ottava, esigendo chiarezza.

«Ne parleremo in un altro momento.»

«No, Laur.. Merda.» Aveva già agganciato.

La donna esplose in un grugnito frustrato. Che diamine voleva dire? Doveva crederle? No, certo che non doveva. Però lo faceva. Ma forse la domanda che avrebbe dovuto porsi era: a cosa doveva credere?

Lei e Dinah si agghindarono per la serata. Luis aveva ricostruito l'auricolare, fortunatamente era rimasto abbastanza intatto per aggiustarlo. Avevano affittato un'auto e un'autista quantomeno per arrivare alla villa. Dovevano confondersi il più possibile: anche se ormai le carte erano scoperte non voleva dire che non avessero più mani da giocare. E gli assi nelle maniche erano più pericolosi di qualsiasi proiettile.

Dinah sembrava quasi contenta di trovarsi lì. Ormai ogni occasione era diventata una buona occasione per incastrare Normani. Camila paventava una possibile inversione di rotta. Non voleva che la faccenda divenisse personale per Dinah. Almeno una delle due doveva preservare la professionalità, e Camila confidava in lei per questo.

La villa affacciava su un quartiere in voga. I parvenu compravano ville nella zona, allettando i propri clienti con lo skyline mozzafiato e il buon vino sulla veranda. L'abitazione di Martin era la più egocentrica in quanto a dimensioni. Troneggiava al centro del quartiere, vantando colonnati e archi. A vista d'occhio conteneva almeno una trentina di stanza. Camila si domandò quanti segreti un uomo dovesse collezionare per possedere tutte quelle stanze.

«Mi sa che la regina Elisabetta dovrebbe essere un tantino invidiosa.» Riassunse egregiamente Dinah la vista.

«Solo finché non conosce il proprietario.» Soggiunse Camila.

La sala pullulava già quando valicarono la soglia. Era uno spazio mastodontico illuminato da una luce azzurrognola che scendeva a come pioggia cristallina dai lampadari argentati. La balconata era accessibile da una scalinata che andava rimpicciolendosi fino in cima. Abbracciava l'intero perimetro, ed era disseminata di divanetti ancora vuoti. Il vero fulcro nasceva al centro della sala, dove la maggior parte degli invitati parlottava con accenti squillanti e rideva esuberantemente, come se i ricchi dovessero rimarcare l'eccesso in ogni loro movenza.

Dinah andò verso quella direzione, mentre Camila stavolta aveva appaltato uno sgabello al bar. Ordinò solo un'acqua tonica, poi appoggiò i gomiti sul bancone e rivolse lo sguardo unicamente verso la sala. Dove sei? Tamburellò i polpastrelli sul bicchiere, le sue ciglia sfarfallarono sulla ridda esaminando persona dopo persona.

«Noi quanto siamo disposte a spendere?» La voce di Dinah interruppe il flusso dei suoi pensieri.

«Tutto quello che hai in tasca.» Pronunciò lentamente.

«Ma ho un vestito.» Eccepì la collega.

«Appunto.» Precisò franca Camila, ritirando un sorriso da parte della collega che sollevò il bicchiere verso di lei.

«Non credevo fossi una cattiva ragazza.» Anche da lontano lo stupore positivo risaltò nei suoi occhi.

«Ultimamente me lo dicono spesso.» E ora si che sperava l'acqua tonica fosse vodka.

Il proprietario di casa si manifestò dopo qualche decina di minuti fiancheggiato da una donna avvenente più di giovane di almeno vent'anni. Salutò gli amici con un abbraccio, i conoscenti con una stretta di mano e i nuovi arrivati con una pacca sulla spalla. I modi espansivi erano inclusi nel pacchetto: se voleva espandere il giro d'affari non poteva fare lo schizzinoso. Il ruolo gelido e machiavellico si confaceva bene agli schermi cinematografici, ma nella realtà gli abbracci e le pacche pagavano molto meglio.

«Ho sentito che metterà in vendita tutta la merce al piano di sopra. Solo pochi prescelti possono scendere, mentre tutti gli altri restano a far numero in caso qualche poliziotto bussi alla porta di casa. Ma a detta loro non vengano mai i piedipiatti.» Articolò i pensieri raggranellati nel suo giro in avanscoperta.

«Vuoi avere tu il piacere di salire, stavolta?» Chiese Camila, sorseggiando vigile.

Le sopracciglia di Dinah scattarono verso l'alto seguite da un sorriso malizioso. «Cerchi di mandarmi come esca? Tranquilla, non vedo tubi di ferro a giro.» Ironizzò la donna.

«No, ma ci sono tante corde alle tende.» Alluse Camila, che non poté aspettarsi niente di meno che il furtivo dito medio di Dinah.

Mentre ingollava l'ultimo sorso, percepì la pelle surriscaldarsi, l'aria raggrumarsi attorno a lei e i peli sulla nuca magnetizzarsi. Era lì. Non la vedeva, non ancora, ma era lì. Restituì il bicchiere al barman e si allontanò dal bancone per addentrarsi nell'aria scoperta. Dinah stava salendo al piano di sopra, dirigendosi verso destra assieme ad un gruppo di altre persone. Camila la seguì con lo sguardo fino alla balconata. Al bivio dove aveva svoltato la collega, c'era una donna appoggiata contro la ringhiera, di spalle.

La chioma corvina carezzava la schinea nuda, il vestito nero le si inguainava perfettamente addosso. Camila la fissò finché lentamente non si voltò verso di lei. I suoi smeraldi rifulgevano anche da lontano. Un sorriso esiguo sbocciò sulle labbra di Lauren che, dopo aver notato la bocca di Camila contrari duramente, si era incamminata verso sinistra, senza lasciare per un secondo il suo sguardo. Voleva che la seguisse. Lei non se lo fece ripetere.

Lauren si muoveva placida, sembrava una farfalla sull'acqua. Ma come diceva il detto, un battito d'ali poteva creare l'uragano dall'altra parte del mondo. E loro due erano certamente i poli in quella stanza. Camila osservava le sue sinuosità ancheggiare con la stessa morbidezza del mare e anche con la stessa libertà. Il più gran paradosso vivente. Ecco cos'era quella donna.

Camila la vide voltarsi solo una volta, e fu prima di scomparire dietro l'angolo. La cubana accellerò il passo, trovandosi di fronte una scala che proseguiva verso il basso. Guardò in basso, riuscendo a cogliere solamente un lembo del vestito fugare via. Ispirò e avanzò. Le luci diventavano più soffuse, i corridoi più angusti, il lusso più raro. Ecco dove un uomo ricco nasconde i suoi scheletri nell'armadio. Camila scommetteva che non avrebbe trovato soltanto cantine o sgabuzzini laggiù.

Ciò che però Lauren non sapeva era che Luis si era procurato una mappa dell'intero edificio giorni prima, e Camila, convalescente nel letto, aveva avuto diverso tempo a disposizione per memorizzarla palmo dopo palmo. Era lei che si trascinava nella tana del lupo, ma ancora non lo sapeva.

Camila non imboccò il corridoio dritto davanti a lei, convinta che invece la corvina questo avesse fatto. Sterzò alla sua sinistra, dove una vi erano due stanze comunicanti. Aveva visto la planimetria, ma non era sapeva quello che ci avrebbe trovato dentro finché non avesse aperto la porta. Indubbiamente si aspettava di tutto dopo tanti anni di carriera, ma addirittura due stanze dedicate interamente a sigari non l'aveva proprio immaginato. Il calcio della pistola premeva contro la coscia, ma sapeva che non ne avrebbe avuto necessità. Doveva solo aspettare. Socchiuse leggermente l'uscio, quel tanto che bastava per sbirciare con mezza pupilla sul corridoio e minimizzò anche il respiro, per non perdere i passi della donna.

La corvina sbucò dopo qualche secondo e si posizionò dietro l'angolo, probabilmente appostandosi per un'imboscata. Camila spense l'auricolare, aprì cautamente la porta e con passi felpati le si avvicinò alle spalle. Le mani le prudevano e le tempie le pulsavano, ma il respiro era un tutt'uno con lo sguardo felino.

Senza che Lauren se ne accorgesse, Camila le serrò I polsi con le manette, cogliendola totalmente impreparata.

«Beccata.» Sussurrò al suo orecchio.

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Ciao a tutti!

Spero il capitolo vi sia piaciuto. Come vi dicevo il mistero della usb resterà ancora a lungo, quindi potete fare le vostre supposizioni o restare col dubbio... Vi aspetto nel prossimo capitolo che sarà anche quello molto movimentato e inaspettato!

A presto.

Grazie a tutti.

Sara.

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