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Capitolo Nove

Christina aveva confrontato le due liste ed era saltato fuori un riscontro interessante. Erano tutti radunati nella stanza, quando la donna iniziò il suo comizio.

«Allora, sappiamo che Lucy e Josh sono i primi sospetti. Andavano a scuola insieme e bla bla... Ho scoperto che un altro nome, abbastanza noto agli archivi della polizia, ha seduto fra i banchi della loro scuola.» Affisse una foto di una ragazza con delle treccine colorate e il viso annerito dal trucco sullo schermo magnetico. «Trisha Volant, ventuno anni, fuori corso pure lei. Non era nella stessa classe di Josh e Lucy, ma frequentava il corso extra scolastico di informatica con Josh. Anche Lucy era segnata, ma non si presentava molto spesso.»

«Voti pessimi, alunna pessima... Vorrei tanto sapere in cos'altro è pessima.» Sogghignò Dinah. Camila avrebbe dovuto redarguirla, ma visto gli avvenimenti del giorno antecedente soprassedette solo per quell'unica volta.

«Ha iniziato a saccheggiare prima le compagnie dei loro soldi e poi dei loro segreti. Ha passato un anno al fresco, dopodiché si è volatilizzata nel nulla. Ho contattato la prigione e dicono che non ne sanno niente, il suo avvocato sostiene si sia fatta più inimicizie che amicizie in gattabuia, il che l'ha portata ad una resa dei conti una volta uscita. Io credo solo che fosse troppo anonima per essere rilevante, quindi...»

«Quindi era il soggetto perfetto. A nessuno sarebbe interessato della sua scomparsa.» Completò Camila, ottenendo assensi da tutti i presenti.

«Nella lista del casinò compare una certa Tori Velvet fra i partecipanti. Velvet era il nickname di Trisha su internet. Ho trovato il suo ultimo indirizzo di casa, se volete farci un salto...» Propose, allungando i documenti a Camila.

La donna era troppo scossa per prendere una decisione obiettiva. Era lei? Era lei a tormentarla? A sapere i suoi segreti più profondi? Se era un mago della tecnologia, camuffare la voce doveva essere un gioco da ragazzi.

Ci pensò il computer di Luis, alle sue spalle, ad alleggerirla di quella responsabilità. Il ragazzo guizzò come una saetta, andandosi a sedere di fronte allo schermo. Dinah gli era alle costole.

«Ci siamo!» Proclamò esultante. «È da giorni che tengo d'occhio questa vendita. Il compratore ha sbaragliato la concorrenza alzando il prezzo da venti mila a duecento mila. La consegna avverrà in Hill Street, a quello che mi risulta. Credo ci sia qualcosa sotto.» Alzò gli occhi sulle donne sopra di lui. Camila e Dinah si scambiarono uno sguardo d'intesa.

«Credi bene, Luis.» La mano di Dinah fu la ricompensa al suo impegno. Camila stava già raccogliendo pistola e manette.

Il tragitto fu silenzioso. Erano entrambe sconcertate per poter parlare, anche se su cose diverse: Dinah sulla guida, Camila invece stava tentando di ripristinare la sua lucidità mentale.

Luis aveva segnato sul gps il luogo d'incontro. Posteggiarono abbastanza lontano da non essere viste e abbastanza vicino per poter vedere. E aspettarono. Solo dopo due ore il rombo di un camion intasò il vicolo. Un uomo col berretto calcato sulla fronte scese guardandosi circospetto attorno. Aprì il retro del camion, dove erano contenute scatole ricoperte. Forse era un carico del tutto illegale, o probabilmente era tutta merce legale che nascondeva quella altrettanto illecita. Più probabile la seconda.

Il ragazzo scomparve sul fondo del camion e quando riapparve altre che figure, con i passamontagna calati in testa, si materializzarono nel vicolo.

«Saranno loro?» Domandò Dinah, già con la mano pronta sulla portiera.

«Tanto vale chiedere i documenti.» Diede il via libero Camila, scendendo.

Si avvicinarono lentamente al vicolo, sfruttando la notte incombente come scudo. Camila portò un dito sulle labbra e fece segno a Dinah di nascondersi dietro la parete.

«Come faccio a sapere che funzionerà?» Una voce baritonale e calma sfiorò per la prima volta le loro orecchie.

«Ti ho mai fregato?» Slargò un sorriso sornione il ragazzo.

«Ci hai provato.» Ringhiò sottovoce l'altra, facendosi minacciosamente più vicina.

«Ma poi non ci ho provato più.» Arretrò di un passo il corriere.

«Non abbiamo tempo per questo.» Una terza voce troncò il dialogo. Camila non l'aveva mai sentita, ma le si drizzarono i peli sulla nuca lo stesso.

«E se poi ci frega?» Domandò troppo impertinente la donna, che subito fu ammonita dal tono imperioso dell'altra.

«Ho detto che non abbiamo tempo, Normani.» Scandì bene le parole. Parole che alle orecchie di Camila e Dinah suonarono come tamburi dall'aldilà.

Gli occhi della collega volarono nella sua direzione. Inizialmente le ombre sul suo viso erano solo il preludio per altre ombre, un mix di emozioni si alternava sul suo volto incredulo. Poi si compattarono tutte in un'unica smorfia iraconda. E si sa che la rabbia è la miglior amica dell'irrazionalità.

«Brutta stronza!!» Dinah assaltò le spalle della donna, senza riflettere.

La partner aveva già la mano sul calcio della pistola, quando Camila la colpì a sorpresa nella zona interna del gomito, facendole cadere l'arma. Gli occhi verdi della donna la fissarono e per un secondo tutto parve immobilizzarsi, poi le grida di Dinah la riportarono alla realtà e come una molla il braccio di Camila volò pronto a colpire. La donna schivò per un pelo il pugno, portandosi sull'altro lato, ma senza contraccambiare l'offensiva.

Il corriere si era rintanato all'interno del camion. L'oggetto bramato era ancora fra le sue mani.

Le grida di Dinah le ricordavano il ruggito che aveva scosso lei la sera prima, il che fomentò la sua rabbia e la indusse a sferrare un secondo pugno che però venne sventato più agilmente di prima. La donna di fronte a lei sembrava aver impostato, per qualche ragione a lei ignota, una tattica difensiva. Non intendeva attaccare.

Alle sue spalle, intanto, Normani, o quella che sembrava esserlo, si era divincolata dalla tenaglia di Dinah e stava correndo lungo il vicolo. Camila si distrasse solo un secondo a guardarla e in quel momento la donna di fronte lei le fece lo sgambetto e seguì la scia dell'altra. Merda!

Ambedue si involarono all'inseguimento. Camila si voltò verso Dinah, ma la collega rifiutò stoicamente l'offerta implicita e all'angolo sterzò, andando dietro a Normani. Camila la guardò solo un attimo prima di tornare a fissare la donna davanti a sé. Era veloce, ma stava andando nella direzione sbagliata.

Sfociarono sulla piazza centrale. I lavoratori in valigetta stavano lasciando per l'ultima volta l'ufficio quel giorno. La donna non se ne curò minimamente. Con un balzo atletico superò la panchina, postergata da schiamazzi e proteste, dopodiché tirò dritto verso la metropolitana. Camila le era subito dietro, anche lei incurante dei passanti. Probabilmente avrebbero spedito in terapia qualcuno per un anno per avergli rovinato la serata. Ma Camila aveva già da pensare ai suoi, di anni di terapia. La donna di fronte a lei stava sicuramente pensando agli anni di galera che la stavano rincorrendo.

A suon di spallate si fece spazio sulle scale e si mimetizzò fra la ressa. Camila aveva visto il punto in cui era sparita, ma non aveva altri indizi. Forse si era tolta il passamontagna, ma no, troppo rischioso: Camila sapeva com'era vestita e non se lo sarebbe dimenticata facilmente.

La marea di gente la sballottava qua e là, preoccupandosi di essere gentili ed educati solo con i clienti a telefono. Camila danzava da una parte all'altra con lo sguardo, senza però ottenere grandi risultati. Proseguì a zigzagare imperterrita, fin quando notò il passamontagna a circa dieci metri da lei. La donna stava salendo sul vagone. Camila la seguì, immettendosi nella prima porta aperta.

La fiumana di gente la schiacciò come una sardina. Detestava gli ambienti affollati, motivo per cui non frequentava discoteche o concerti. Respirò a fondo concentrandosi solo sul suo obiettivo e non sulla sua paura. L'auricolare nell'orecchio friggeva, il segnale era troppo debole per distinguere le parole. Lo spense.

Lentamente scivolò verso sinistra, approfittando della folla per mimetizzarsi meglio. Madre natura l'aveva dotata di una bassa statura strategica che ora le tornava comoda. Era quasi arrivata quando un passeggero starnutì attirando l'attenzione dell'altra donna. I suoi occhi si sgranarono all'istante e riprese la corsa, facendosi breccia fra la gente con la forza Camila utilizzava invece la sua voce stentorea: «Polizia, fate passare! Largo!»

I vagoni, a causa dell'orario, all'ultima destinazione si erano svuotati quasi del tutto. Scendendo verso la coda, prima o poi, le carrozze sarebbero finite e anche la corsa della donna si sarebbe irrimediabilmente arrestata. Camila sperava che il treno non giungesse a destinazione prima di quel momento.

Negli ultimi vagoni loro due erano le uniche presenti. Sopraggiunte alla fine, la donna zompò sull'ultimo, mentre Camila si fermò sulla porta del penultimo e spianò la pistola contro di lei.

«Fermati o sparo!» Urlò, sopraffacendo di poco lo stridore delle rotaie arrugginite.

La schiena della donna era increspata da un respiro irregolare.

«Voltati, andiamo.» La istigò Camila, tenendo l'occhio nel mirino.

I piedi si mossero lentamente, il corpo atletico ruotò di conseguenza, finché i loro occhi furono gli uni nella canna della pistola dell'altra. La donna alzò i palmi delle mani, ma anche dietro la stoffa nera Camila poteva percepire l'aria beffarda. Non aveva alcuna intenzione di arrendersi. Camila si sfilò le manette e gliele lanciò ai piedi.

«Mettile.» Ordinò autoritaria.

Gli occhi della donna caddero sull'acciaio scintillante e poi risalirono piano piano verso i suoi. Scosse piani la testa.

Camila ispirò al limite della sopportazione. «Togliti il passamontagna.» Continuò a figgerla, senza che lei agisse. «Adesso!» Sbraitò, percossa da un tremito.

«Non posso.» La voce arrochita era macchiata dalla cacofonia del treno.

«Non farmelo ripetere.» Abbaiò a denti stretti. «Coraggio, forza!» Oscillò la pistola nella sua direzione, ma niente pareva scombinare gli occhi statici dell'altra. Nessuna emozione ne screziava il colore naturale.

«Hai detto che mi avresti sparato per prima, se ci fossimo riviste. Dovresti farlo.» Allargò le braccia quel poco che bastava per diventare un bersaglio facile. Paradossalmente però sembrava fosse lei ad impugnare la pistola, l'altra era il vero bersaglio.

Un fischio si impadronì delle orecchie di Camila. Era lei. Le labbra si contrassero in una linea acerba e impenetrabile, mentre le spalle fremevano fino alla punta della dita. I loro sguardi rimasero legati a lungo, Camila non sapeva più come respirare e pensare insieme. Doveva ammanettarla e portarla in centrale, oppure ucciderla e pareggiare i conti. I conti, già. Le tornò in mente l'incidente in auto e le mani della donna che componevano il numero dei soccorsi. Come si pareggiava i conti con quello?

Il treno rallentò di colpo. Camila si rese conto che il fischio udito qualche attimo prima apparteneva alla decelerazione della carovana.

«Ora siamo pari, Camila.» Suggerì la donna, che evidentemente aveva riesumato la medesima scena.

Prima che Camila potesse fare altro, la ragazza fece un passo indietro, facendo scattare la porta di metallo che respinse il proiettile dell'altra. Camila tentò di saltare sull'ultimo vagone e riaprire il portello, ma l'altra l'aveva bloccato all'interno serrando la maniglia al palo con le manette.

Camila colpì ferocemente l'oblò spesso, dove dall'altra parte, a pochi centimetri, si stagliava la faccia, per modo di dire, della donna. Camila rimase a fissare quegli occhi verdi fremente di rabbia. Ma neanche adesso era sicura di aver mirato per centrarla.

«A presto.» Mimò la donna a fior di labbra.

Quando il treno arrestò del tutto la corsa, la donna si precipitò sul fondo e uscì dal treno. Camila arrivò alla porta più vicina e provvidenzialmente scese dalla corsa, ma quando si guardò attorno non vide altro che cappotti svolazzanti e gonne trasandate. Lei era sparita.

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Ciao a tutti!

Questo è uno dei miei capitoli preferiti, insieme ad un altro paio che non vedo l'ora di pubblicare.
Spero vi sia piaciuto e che non abbia deluso le aspettative. Anche la canzone non è niente male, quindi se avete tempo ascoltatela!

Il prossimo capitolo mi ha divertita troppo scriverlo, anche rileggendolo ho sorriso più di una volta, immaginando il paradosso della scena... Perciò, non mancate, perché le cose si stanno facendo interessanti.

Vi aspetto domani!

Grazie mille a tutti.

Sara.

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