Capitolo Diciannove
Avrebbe voluto lamentarsi, ma non ci teneva a ricevere l'ennesimo insulto da Dinah. Tanto ormai serviva a poco mugugnare: erano già per strada. La guida sportiva della collega non si addolciva una volta tolta l'uniforme: puoi togliere il distintivo ad un poliziotto, ma non il poliziotto dal distintivo.
«È una festa pazzesca! Thorne ha detto che ci sarà mezza città.» Il fatto che fosse tanto esaltata mentre accelerava sfiorando i centotrenta chilometri orari non la rassicurava molto. Ma c'era un particolare che l'ammorbava di più.
«Thorne?! Ci sarà anche lui? E ci sarà anche qualcun'altro?» Era tanto brava a sgominare trappole ed escamotage, ma in un modo o nell'altro finiva sempre per esserne vittima.
«Pochi intimi, tranquilla. Nessuno che tu non abbia già baciato.» Se voleva farla sorridere non c'era riuscita.
«Dinah!» Abbaiò stizzita, capendo perché Dinah avesse bocciato ogni suo vestito finché non aveva tirato fuori il più audace di tutti, e per "audace" intendeva abbastanza suadente da lasciare molto all'immaginazione.
«Oh, stai tranquilla! In realtà lo abbiamo fatto per Luis. Ha una cotta per Frank, l'informatico imbranato. Mi sembrava giusto ci fossi anche tu, in fondo sei la nostra mente suprema.» La galvanizzò, ma l'affermazione servì soltanto a inabissarla maggiormente nel sedile.
«Che noia, Camila!» Sbuffò immusonita, notando il viso della donna incurvarsi sempre di più verso la direzione sbagliata. Pensava di farle un piacere portandole Maya, invece l'aveva incupita ancora di più. «Potrai svignartela quando vuoi, tranquilla. È una festa in maschera, ti riconosceranno a malapena.»
«Come se non ne avessi abbastanza delle maschere.» Borbottò fra sé e sé, ma non abbastanza piano da sfuggire all'udito di Dinah, che nemmeno con il rombo del motore perdeva capacità. Comunque non disse niente, si limitò a premere più frequentemente l'acceleratore prima che Camila cambiasse idea.
Non aveva mai messo piede in quella discoteca, ma la conosceva perché ci passava per tornare a casa. Non aveva una reputazione illibata, il che fece storcere ancora di più il naso a Camila. La frequentavano le star e i figli di papà per conoscere le star, il che garantiva sempre un'affluenza prolifica di ormoni e droga. Non era il suo dovere interessarsi dell'ambito narcotici, ma, come già si era detta "puoi togliere il distintivo ad un poliziotto, ma non il poliziotto dal distintivo". La fila si snodava lungo ambi due i lati del marciapiede, alcune maschere erano più alte delle palme rigogliose che bordavano la strada, e forse l'intento era proprio quello. Altre erano più eccentriche dell'insegna gigantesca che troneggiava su tutto il viale, e forse l'intento era proprio quello. Infine ve ne erano alcune macabre e sinistre più delle spalle dei buttafuori e si, l'intento era proprio quello.
Dinah aveva scelto una corsia preferenziale, incassando improperi da diavolesse e marchesi. «Mi dispiace, non è colpa mia se la mia faccia vale più delle vostre maschere.» Urlò loro, proseguendo a testa alta verso
l'ingresso. Ci pensava Camila ad abbassare lo sguardo. Facevano proprio una bella coppia.
Maya, Frank, Luis, Christina con l'altra tecnica e Thorne aspettavano all'entrata. Avevano dei pass in mano che li garantivano l'entrata anticipata. Il fiuto di Camila si azionò subito. Se avevano acquistato le prevendite doveva essere stata programmata tempo fa la serata. Qualcosa le diceva che non fosse stata messa al corrente perché temevano che si sottraesse all'ultimo con una scusa irreprabile. Il che la induceva a riflettere non solo sul suo comportamento recente, ma anche su come gestisse le sue amicizie al di fuori del lavoro.
«Finalmente.» Sospirò Christina.
«Non è colpa mia.» L'occhiata fece intendere di chi fosse la responsabilità. Camila salutò tutti con un sorriso, ma guardandoli la sollecitava il dubbio che la ritenessero inaffidabile e il pensiero le arriciava il naso a tal punto che non vedeva l'ora di indossare una maschera. Un'altra, tanto per cambiare.
Maya aveva il suo pass e la sua maschera. Sfortunatamente la fattezza copriva solo fino alla punta del naso, ma sempre meglio di niente. Optò per quella bianca ricamata con finiture nere, lasciando quella verde e rossa a lei. Dinah si era allontanata Thorne, Luis e Frank incespicavano le prime parole, mentre Christina e Laila, l'informatica, discutevano di attrezzatura per rafting. Camila era rimasta indietro con Maya, e anche questo credeva fosse stato preventivato in precedenza.
Mentre varcavano la soglia del locale, postergando fischi e luci accecanti, Camila avvertì la mano di Maya lambirle la pelle sulla parte bassa della schiena, laddove la stoffa si diradava lasciando l'epidermide esposta al vento. Le sorrise circostanziale, indossando la maschera prima che il naso si arricciasse di nuovo.
La musica le rimbombò nei timpani ancor prima che scostasse la tenda di velluto. La pista era sconfinata, ma la sua ampiezza si disperdeva fra fumo e luci stroboscopiche. Gli angoli erano le zone più ombreggiate, dove nemmeno i lase fosforescenti arrivavano mai. Camila sapeva che erano i crocivia adatti per smerciare droga indisturbati. Prima che Dinah si allontanasse nuovamente, la cubana le afferrò il braccio e l'attirò a sé.
«Avete considerato che qua dentro ogni persona conterrà almeno due bustine per tasca?» Non era certa che il suo volto esprimesse tutta la stizza che provava a causa della penombra, ma era sicura che Dinah sapesse interpretarlo anche al buio.
«Stasera non sei una poliziotta. Stasera sei solo Camila.» Urlò al suo orecchio per soverchiare la musica, gettando poi le braccia in aria mentre si addentrava fra la ressa.
La cubana rimase a farneticare da sola, mentre alla spicciolata si univano tutti alla frenesia della pista da ballo. Lei predilesse una sosta al bar. Aveva bisogno di carburante e un cambio gomme se davvero voleva scatenarsi in mezzo a quella cappa di gente.
Ordinò un drink scelto a caso sulla lavagnetta. Dal nome le ricordava una vecchia bomba al mano. Prometteva bene. Mentre pazientava il suo turno, Maya l'affiancò.
«Mi dispiace.» La musica era leggermente più ovattata, ma doveva comunque parlarle ravvicinata e mantenere un tono roboante per farsi sentire. «È stata un'idea di Dinah. Ha detto che saresti stata contenta, ma non lo sembri.» E nemmeno lei lo sembrava. Camila si sentiva in colpa. Stava venendo meno a tutte le premesse benauguranti che Dinah aveva seminato, ma si sentiva giù di morale come il ghiaccio in fondo al suo bicchiere.
«Sono solo stanca! Non ne sapevo niente.» Era una giustificazione patetica tanto quanto la convinzione che fosse davvero così.
«Voleva farti una sorpresa.» Difese le buone intenzioni della collega, che era sparita chissà dove fra la ressa. «E lo volevo anche io.» Confidò amabilmente la donna facendo scivolare le parole sulle labbra alla velocità con cui Camila faceva scivolare l'alcol giù per la gola.
«È stata una bella sorpresa.» Si sforzò di sorridere, ma ringraziò di essere aiutata dall'oscurità.
«Anche tu lo sei.»
Maya fece un passo avanti, e per impulso Camila portò mano al bicchiere, per interoporre qualcosa fra i loro volti che non fosse la sua smorfia. La mano della donna le sfiorò il fianco, e lei si maledisse per aver sfoggiato un abito tanto accattivante da permettersi quelle spaccature all'altezza della vita. Sentì le sue dita lambirle la pelle, con rispetto ma anche con cupidigia. Mentre affondava sempre più verso di lei, il bicchiere si prosciugava nell'indecisione di Camila. Lo voleva o non lo voleva? Voleva un altro drink, altroché. Fece l'errore di poggiare il bicchiere sul bancone e per Maya quello fu il segnale di abbordaggio. L'altra mano le si avvinghiò alla nuca e le labbra bramose ricercarono quelle ancora umide di Camila. La cubana si convinse fino all'ultima che lo volesse davvero, ma infine il dorso della sua mano scattò in mezzo a loro, interrompendo l'approccio.
«Non posso.» Era ancora abbastanza vicina per registrare il reale dispiacere che annacquava gli occhi della donna, ma non era sufficientemente contenta per dimostrarsi anche comprensiva.
«Non capisco.. Tu, pensavo che...» Quell'espressione afflitta e contrita nemmeno il cocktail più alcolico sulla lista poteva permetterle di dimenticarla. «Mi stai confondendo parecchio, Camila.»
«Hai ragione, non volevo, credimi. È solo che ultimamente sono successe troppe cose...» Generalizzò, senza sapere cosa cercasse di spiegare o di spiegarsi. Nemmeno lei era sicura del perché avesse rifiutato Maya.
«C'è qualcun'altro?» Balbettò indagatrice.
Gli occhi della cubana strabuzzarono. «Cosa? No! No! Oddio, no!» Una volta bastava per essere convincente, perché doveva ripeterlo così serratamente? «È che non ho la testa per queste cose ora...»
«Io non ti sto chiedendo la testa, Camila. Ti sto chiedendo altro.» Tentò di tornare all'attacco, stavolta più felina e rapace, tanto che la cubana non sapeva quale fosse il modo migliore per deviare l'affondo e si ritrovò ad arrancare. Ci pensò una donna maldestra alle loro spalle a soccorerla.
Andandosene colpì sbadatamente Maya, che perse il calibro del tiro. Il fondo del vestito si inzuppò col suo drink, esalando subito una zaffata alcolica.
«Oh, ma cazzo!» Gridò voltandosi facinorosa.
«Scusa.» Disse semplicemente, sparendo poi tra il fumo e la calca.
«Scusa un cazzo! Ma guarda te che stronza!» Bofonchiò collerica, tamponando le gale del vestito con un fazzoletto.
Camila aveva seguito l'ombra densa della donna attraverso la cortina grigia, chiedendosi quante possibilità ci fossero che qualcuno intervenisse casualmente al momento più opportuno a toglierla dall'imbarazzo. Non era la prima volta che succedeva. Le coincidenze quante potevano essere? Se aveva appreso una lezione fondamentale dal suo lavoro era che le casualità non avvengono quasi mai senza una logica dietro.
«Vado a smacchiare il vestito. Aspettami qui.» Se ne andò rapidamente, lasciando Camila a scervellarsi coi suoi dubbi.
La ressa era particolarmente fitta e gaudente. A Camila veniva il nodo alla gola solo al pensiero di doversi addentrare fra quella macchia di gente, come uscire da una giungla intricata senza bussola. Buttò giù tutto d'un sorso l'ultima porzione del suo drink, avanzando il primo passo fra la ridda.
Spalle, braccia, gomiti, anche, era un girotondo di ossa e pelle che la sballottava qua e là. Era confusa dalle luci e fal fumo artificiale, in più le maschere rendevano quasi improbabile riconoscere qualcuno nell'oscurità. I timpani erano straziati dal volume assordante, il che non semplificava le cose. Sentiva il respiro mancarle ad ogni passo di più, ma di tornare indietro non ci pensava nemmeno. Continuò a serpeggiare fra i pertugi schiusi fra la folla. Non sapeva nemmeno chi dovesse cercare. Si sentiva stupida e sola come un pesce in mezzo agli squali. Iniziava anche a girarle la testa e ora imporre alla sua mente di non lasciarsi sopraffare era più complicato. Non era sicura di quanto tempo potesse ancora contare sulle sue ginocchia già molli, eppure proseguiva imperterrita. Sopraggiunta al centro della pista, o quello che le pareva il centro, si guardò intorno incapace di capire come avesse fatto ad arrivare e sopratutto come potesse tornare indietro. Le venne la malsana idea di mettersi a ballare o quantomeno a saltare per non pensarci, ma i suoi piedi restavano incollati al pavimento. Pavimento che si distorceva sotto il suo sguardo ansioso. Tentò di spostarsi, ma la foga della folla la respinse al suo posto.
Poi, mentre il suo respiro si gonfiava troppo spasmodico, una mano le calcò la schiena, sfiorandole la pelle nuda.
Camila si voltò di scatto, ma qualcosa le suggeriva di non aver bisogno di constatare chi fosse. Lo sapeva già.
La maschera le occultava il viso fino al naso, ma gli occhi li avrebbe riconosciuti anche in mezzo a tutti gli altri. Camila tirò un sospiro di sollievo; parevano più sicure le braccia di una criminale che una ressa di innocenti. Lauren non le disse niente e nemmeno Camila le disse niente, però si fece più vicina, tanto che la mano della corvina si irrigidì contro il suo fianco. La cubana socchiusa gli occhi e si lasciò tranquillizzare dal profumo che emanava il collo della donna. Istintivamente agganciò le braccia alla sua nuca e si approssimò quanto mai prima d'ora. Sentiva la voce di Dinah ripeterle "Stasera sei solo Camila". E Camila voleva quello.
La donna alzò una mano, fermandola prima che potesse andare oltre.
Gli occhi mesti di Camila sfarfallarono in quelli più anelanti dell'altra.
«Tu sai chi sono io, vero?» Le chiese, mentre la sorreggeva affinché la calca non la urtasse eccessivamente.
«E tu lo sai chi sono io?» Rincarò la cubana, osservando le iridi della donna screziarsi più delle luci circostanti.
«Io non lo dimentico mai, Camila.»
«Invece dovresti, Lauren.» Ripose diretta la cubana, soffermandosi a esalare l'ultimo respiro innocente.
La corvina ispirò a fondo, contrasse la bocca come se stesse immaginando il peggior scenario possibile, ma neanche quello fu abbastanza per dissuaderla dall'afferrare la nuca di Camila e schiudere le labbra contro le sue.
Camila immerse le mani nel suo volto, la calca le manteneva unite mentre danzavano quel ballo mortale.
La lingua di Lauren assaporò quella di Camila con impeto e passione, saggiandone tutte le possibilità che si erano negate e decidendo che da lì in avanti non avrebbe più perso tempo con i dubbi.
La cuana si distaccò solo un attimo per tuffarsi nei pozzi verdi della donna. Doveva interrogarsi, riprendere fiato, smetterla di giocare col fuoco... Ma quella sera Camila era solo Camila, e Lauren voleva solo lei. Le loro labbra si trovarono ancora una volta.
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Ciao a tutti!
Beh, finalmente è arrivato il momento che tanto stavate aspettando. Mi è piaciuto descriverlo così, in modo che Camila e Lauren abbandonassero i loro ruoli per un attimo.
Nel prossimo ci sarà di più ;) , ma quello l'ho reso un po' una via di mezzo fra quello Che rappresenta Camila in questa storia e quello che rappresenta Lauren.. Vedrete!
Vi aspetto domani.
Grazie.
Sara.
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