VII.
Mentre mi stavo ripassando il rossetto davanti allo specchio lui apparve improvvisamente alle mie spalle e io quasi persi un colpo. Ma come cazzo era possibile?
«Sorpresa di vedermi qui, succhiasangue?», chi chiese con una voce disgustata. «So che hai capito la mia natura, si capisce dal modo in cui mi guardi, e so anche che cosa ti starai chiedendo: "Ma perché fuori c'è la luna piena e tu sei qui, completamente umano?" Ma sai, le cose sono cambiate, le streghe hanno trovato una soluzione anche per noi: come voi potete camminare sotto la luce diretta del sole, noi possiamo trasformarci in qualsiasi momento vogliamo. C'è solo una controindicazione: i nostri occhi durante le notti come questa diventano gialli e luccicano, come due fari, ma sai, si può soluzionare con un paio di lenti a contatto».
E poi corse via.
In quel momento non riuscivo a capire due cose: primo, perché mi era venuto a dire tutte quelle cose, secondo, perché era scomparso così nel nulla.
Comunque, avevo ragione io, non mi stavo sbagliando.
Ma come faceva a sapere che io sapevo di lui?
Quel "si capisce dal modo in cui mi guardi", era sicuramente una scusa: cercavo di evitare il suo sguardo il più possibile.
E poi chi diavolo si credeva di essere? Noi vampiri eravamo condannati a bere sangue per l'eternità, a dover viver nell'ombra e a doverci nascondere quando i nostri occhi diventavano rossi e le vene pronunciate.
Invece lui si lamentava perché una volta al mese i suoi occhi erano gialli, ma davvero?
Ad ogni modo, dovevo tenere gli occhi ben aperti se, come mi aveva detto, poteva trasformarsi quando voleva, ci avrebbe messo un secondo ad uccidermi.
Mentre stavo tornando alla festa una ragazza mora perse l'equilibrio e mi rovesciò addosso un drink.
«Oddio, perdonami! Il tuo vestito era così bello», mi disse mettendo in accento la parola era, poi mi guardò negli occhi e aggiunse: «Ora dimentica ciò che è appena successo e torna a casa».
Io scoppiai a ridere. «Sei a conoscenza del fatto che la compulsione non funziona sugli altri vampiri vero? E ti do un consiglio: non usarla sui vampiri molto più vecchi di te».
«Ah, ehm, scusami. Sono stata trasformata da poco e non riesco neancora a nascondere bene la mia natura da vampiro. Sono Anne, comunque. Potremmo diventare amiche e tu potresti aiutarmi ad essere un vampiro a tutti gli effetti e a controllarmi», disse eccitata.
«E che cosa ti fa pensare che io voglia aiutarti ed essere tua amica?», sputai con arroganza.
«E soprattutto credi davvero che io sia in grado di controllarmi?», aggiunsi ripensando al giorno prima.
Prima che fosse riuscita a controbattere mi girai e me ne andai.
Io non volevo avere amici vampiri, anzi, pensandoci bene, non volevo nessun tipo di amico. Non ne avevo mai avuto uno da quando ero morta, la cosa più vicina ad un amico che io avessi mai avuto era mio fratello. Perché avrei dovuto condividere tutti i miei pensieri e i miei segreti con gente che non faceva parte della mia famiglia? Che cosa mi garantiva che io mi potessi fidare di certa gente? Quando ero umana tutti mi giravano alla larga perché non ero "abbastanza".
Poi, quando mi sono trasformata in un vampiro avevo iniziato io stessa ad isolarmi. Con la trasformazione ero diventata affascinante e temibile e tutti volevano essere miei amici solo per quello. Era da anni che cercavo qualcuno che mi volesse bene per quello che ero e non per ciò che apparivo; ma sapevo che non sarebbe mai successo, non era mai accaduto in quasi 500 anni, figuriamoci nel futuro. Poi la gente stava peggiorando ogni giorno che passava. Durante la mia infanzia, quando ero ancora umana, avevo avuto un paio di amici ma mi avevano tutti tradita e pugnalata alle spalle. Poi ovviamente una volta diventata vampiro ho ucciso loro e le loro famiglie.
Quando tornai da Mason vidi che una ragazza ci stava provando spudoratamente con lui.
«Vattene da un'altra parte», le dissi.
«Come hai fatto? È scappata via praticamente, a me non metti alcuna soggezione», mi disse con un sorrisetto.
«Oh, sai, l'ho soggiogata», gli risposi mentalmente.
Era ubriaco marcio, lo capii quando si avvicinò pericolosamente a me con un sorriso stampato sul volto e tentò di baciarmi. Io non ci pensai due volte e lo spinsi via. Non avevo la minima intenzione di baciare un ragazzo ubriaco che conoscevo a malapena da tre giorni ad una stupida festa.
Quando mi allontanai per prendere altri drink vidi che la ragazza si avvicinò di nuovo a lui.
Dannazione, avrei dovuto dirle: «Vattene da un'altra parte e non azzardarti a parlargli mai più», ma ovviamente non pensavo mai prima di parlare.
Avrei potuto tornare da loro, obbligarla a tornarsene a casa e a non parlare mai più con lui. Poi avrei potuto obbligare Mason ad amarmi, oppure avrei potuto nutrirmi e ucciderli entrambi.
Ma non volevo farlo.
Non potevo obbligarlo ad amarmi, quando finalmente avrei trovato l'amore, volevo che fosse puro e non condizionato dalla compulsione.
E allora perché il desiderio di andare lì e separarli era così forte?
Perché mi dava fastidio vederlo ridere e scherzare con lei e non con me?
Forse... ero gelosa?
No, era impossibile.
Io volevo essere insensibile. Ma il volere era molto diverso dall'essere: io volevo essere senza cuore ma non lo ero affatto.
Io avevo dei sentimenti.
«Che cosa succede succhiasangue? Sei gelosa di quella bionda molto più figa di te?».
«Non sono gelosa», risposi alzando gli occhi al cielo. «Non ti ricordi? I succhiasangue, o come vuoi chiamarli, non provano emozioni».
Non riuscivo a capire perché le altre specie si ostinavano a credere che non provavamo alcuna emozione, anzi, ciò che provavamo era amplificato.
Ma era meglio così, almeno non erano a conoscenza dei nostri punti deboli.
«Ah no? Prova a dirlo alla tua faccia. Li stai guardando come se volessi staccare la testa da un momento all'altro a entrambi. Ma non capisco, perché non usi i tuoi poteri da vampira e non li separi?».
«E tu perché non pensi ai cazzi tuoi una volta nella vita?».
«Attenta a come mi parli, sai, potrei morderti da un momento all'altro».
Non sapevo perché ma sentivo che nel profondo non lo avrebbe mai fatto.
In seguito si sedette affianco a me.
«Chi ti ha detto che ti puoi sedere qui con me?».
«Nessuno, ma sembri così accogliente e gentile», che simpatico.
«Non fidarti assolutamente di Tyson», mi ritornarono in mente le parole di mio fratello, ma decisi di fregarmene.
Non sapevo perché, ma c'era qualcosa in lui che mi ispirava fiducia. Era prepotente e sfacciato, ed era questo che mi piaceva di lui. Se uno era così, voleva dire che mostrava alla gente il peggio di se, quindi dentro ci sarebbero stati solo pregi, che però nascondeva. Invece se qualcuno mostrava soltanto il meglio di se, e faceva il gentile o il simpatico, significava che dentro nascondeva la parte oscura, e non si sarebbe potuto sapere quanto oscura fosse.
Feci l'errore di cercare con lo sguardo Mason, e quando lo trovai, qualcosa dentro di me si spezzò. Era un sentimento strano, non l'avevo mai provato prima di allora e non riuscivo a capire.
Ecco che cosa si era spezzata: la speranza.
Speravo davvero che fosse interessato a me almeno un po', io ci credevo.
E invece, succedeva sempre così.
Io avrei dovuto essere un vampiro, non avrei dovuto lasciarmi distrarre da queste cose. Stupida, stupida, stupida.
Avrei dovuto apparire al meglio, e invece non riuscivo nemmeno a immaginare la faccia da pesce lesso che avevo addosso in quel momento.
Pochi istanti prima stavo ridendo, e appena vidi quella scena rimasi pietrificata.
«Ehi, Charlotte, i tuoi occhi, dobbiamo nasconderci subito».
E così corremmo in bagno, non appena mi guardai allo specchio vidi che i miei occhi erano diventati rossi e le mie vene erano sporgenti.
Avevo l'aspetto di un vero e proprio mostro.
«Guardami!», urlai. «Sono un assassina! Lui non si innamorerebbe mai di me».
Sentii gli occhi inumidirsi, non stava succedendo davvero.
L'ultima volta in cui avevo pianto era stata 103 anni prima. Sentii una lacrima scorrermi lungo la guancia destra.
Non stava accadendo veramente.
Non con lui lì accanto a me.
Io non dovevo mostrarmi debole di fronte a lui.
Le lacrime iniziarono a scorrere rapidamente su entrambe le guance.
Io avrei dovuto fargli credere di essere forte.
I singhiozzi aumentarono.
Lui avrebbe potuto uccidermi in quel momento.
«Ehi, che razza di vampiro sei se piangi? Tu dovresti essere forte e coraggiosa», sentii che mi avrebbe uccisa. «No anzi, queste sono tutte delle enormi cazzate. Sai una cosa? Questo non è essere coraggiosi, il coraggio è riuscire a esprimere il proprio stato d'animo, senza nascondersi dietro una maschera di freddezza.
Tu sei coraggiosa».
Sentii il suo corpo avvolgermi in un abbraccio.
Ok, quello non me lo aspettavo proprio.
Pensai che potrebbe avermi abbracciata soltanto per mordermi più facilmente o per non lasciarmi alcuna via di fuga. Avrei dovuto staccarmi subito, e invece mi strinsi ancora di più a lui e affondai la testa nel suo petto.
Lui mi accarezzò i capelli e mi sussurrò che sarebbe andato tutto bene, ma sapevo che non era così.
Avrei soltanto voluto fermare il tempo in quel momento per sempre.
Ma a che cosa stavo pensando? Era soltanto la Vodka che mi faceva pensare a quelle cose.
Io non volevo provare assolutamente nulla per Mason e non volevo stare lì con Tyson.
Avrei voluto stare attaccata al collo di qualcuno.
Sarebbe bastato solo un piccolo click, avrei potuto spegnere le mie emozioni.
Sarebbe stato tutto così facile: non amare, non odiare, non essere felice, non essere triste, nutrirsi per poi uccidere chiunque senza avere nessun senso di colpa.
Ma chi ha detto che la strada più facile sia la migliore? Io volevo sentirmi umana, sapevo che sarebbe stato difficile e che avrei sofferto moltissimo, ma dovevo provarci, ne valeva veramente la pena.
E un giorno, prima o poi, forse qualche mese, forse qualche secolo o magari qualche millennio dopo la mia umanità sarebbe risalita in superficie e non sarei più riuscita a superare il senso di colpa che mi avrebbe afflitto, c'ero già passata, e non volevo riviverlo.
«Ehi, ti senti un po' meglio?», me lo stava chiedendo perché gli importava davvero o soltanto perché era la tipica domanda che veniva posta a chi aveva appena diminuito il ritmo dei propri singhiozzi?
«Sinceramente no, però fa lo stesso, torniamo a quella stupida festa», dissi asciugando le ultime lacrime.
Il resto della festa lo passai davanti al bancone del bar, bevendo drink su drink.
Tyson era dovuto tornare a casa e io ero rimasta sola.
Mi guardai attorno in cerca di qualche volto conosciuto, ma nulla. C'erano solo ragazzi ubriachi in preda agli ormoni.
Quella sera non avevo visto la minima traccia di Katherine o dei suoi amichetti, per cui dedussi che se ne fossero già andati.
Ogni tanto qualche ragazzo si sedeva vicino a me e mi offriva da bere, ma io rifiutavo sempre.
Perché farsi offrire qualcosa se potevi soggiogare il barista e finire tutte le bottiglie?
Non riuscivo a trovare ne Mason, ne la sua amichetta, e non volevo immaginare dove fossero.
L'alcol stava facendo effetto e io sentii che stavo per perdere il controllo. L'unica cosa che riuscivo a sentire era il sangue che scorreva nelle vene dei presenti, la mia mente si stava offuscando e io sentivo il bisogno di affondare le zanne nel collo di qualcuno.
Non riuscivo a pensare lucidamente ma mi imposi di non fare niente di stupido.
C'erano centinaia di ragazzi perciò non sarei mai riuscita a cancellare la memoria di tutti. Se mi fossi nutrita di qualcuno in quel luogo non risarei riuscita a controllarmi e lo avrei ucciso, rivelando a tutti i presenti la mia natura.
In qualche modo riuscii ad alzarmi ed a andarmene dalla parte della scuola in cui si stava svolgendo la festa.
Non riuscivo a camminare in posizione eretta e ogni tanto inciampavo.
Quando raggiunsi la parte deserta della scuola vidi arrivate la bionda che aveva passato la serata con Mason.
«Che ci fai qui tutta sola? Non hai paura?», lei chiese proprio a me se avevo paura di stare da sola?
«Stai scherzando? Tu chiedi ad un vampiro di 487 anni se ha paura? Io mi preoccuperei di più per il fatto che fra qualche secondo prosciugherò il tuo sangue».
Lei in tutta risposta rise e io mi avventai su di lei. L'unica cosa che riuscivo a sentire era il fastidioso rumore delle sue grida.
Persi ancora una volta il controllo e appena mi staccai da lei non sentii più il battito del suo cuore.
Beh, non era poi così importante, mi ero fatta un favore da sola.
«Che cosa hai fatto? Che cosa sei tu?», mi chiese una voce spaventata.
Mason? Perché non avevo sentito il rumore dei suoi passi?
Mi ero lasciata andare ed avevo perso le concezione di ciò che mi circondava, una mossa molto stupida.
«Dimentica tutto ciò che è appena successo e torna a casa», gli ordinai.
«Perché dovrei?», mi chiese con un'aria di sfida.
Perché la compulsione non aveva funzionato?
Mi scagliai sul suo collo per sentire se nel suo sangue ci fosse qualche traccia di cosmos atrosanguineus, ma il sapore era pulitissimo.
Non era né una strega né un licantropo e né un vampiro, e allora perché resisteva alla compulsione?
«Chi sei tu più che altro!», gli domandai con rabbia.
«Mason», mi rispose con un sorrisetto.
Avevo perso la pazienza, perciò mi scagliai su di lui e lo colpii fortemente alla testa, in modo da farlo svenire e basta per poi catturarlo e rinchiuderlo nella soffitta della mia casa.
Sarebbe stato un mio ospite finché non avesse deciso di confessare.
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