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VI.

Appena varcai la porta d'ingresso vidi mio fratello nella stessa posizione in cui era messo il giorno prima.

«Aaron, sono arrivata».

«Sai, mentre ti stavi divertendo a soggiogare le commesse per arricchire il tuo guardaroba io sono andato fino a San Francisco a trovare un mio vecchio amico d'infanzia per cercare di capire qualcosa di più sulla storia dei licantropi».

«E hai scoperto qualcosa?».

«Se non mi interrompessi ogni dieci secondi magari riuscirei a dirtelo. Allora, il mio amico mi ha raccontato che c'era un antico uomo di nome Quiang che fece un patto con una strega molto potente, Eumenia. Egli voleva creare un'altra specie soprannaturale invincibile per aiutare le streghe a mantenere l'equilibrio della natura visto che i vampiri stavano impazzendo.
Eumenia lo accontentò, ella pensò che in fondo se una strega aveva creato i vampiri non sarebbe stato un problema creare dei semplici lupi. Però qualcosa andò storto, Quiang divenne un licantropo ma era costretto a trasformarsi durante la luna piena e divenne il primo e l'unico immortale della sua specie, infatti quando ci fu quell'attacco egli fu l'unico a sopravvivere e vide tutto il suo branco morire. ».

«Quindi tu mi stai dicendo che tutti i licantropi sono mortali tranne lui? E non c'è proprio nessun modo per ucciderlo?», se la risposta a quella domanda fosse stata affermativa significava che era ancora vivo e che avrebbe potuto essere molto pericoloso per noi.

«In effetti un modo ci sarebbe, sempre che sia vero. Bisogna strappargli il cuore durante una notte di luna piena e mentre è trasformato in lupo mannaro. Poi bisogna congelare il cuore, in seguito farlo a pezzi, bruciarlo e infine far mangiare le ceneri ad una strega ed poi ucciderla».

Aspetta... cosa? Era impossibile fare tutto questo, io mi ero già dimenticata tutti i passaggi.

«Beh quindi si può dire che è veramente immortale e impossibile da uccidere», conclusi.

«E poi io sfido chiunque a strappare il cuore all'avversario, in uno scontro corpo a corpo contro un lupo mannaro. Dopo l'invasione se ne è andato a creare licantropi in giro per il mondo. Ora però sta dando molti problemi, in Europa è già stato molte volte la causa scatenante di molte guerre. Le streghe lo vogliono fermare a tutti i costi e per fare ciò devono creare un nuovo ibrido: per un terzo strega, per un terzo vampiro e per un terzo licantropo. Strega perché così avrebbe il potere di immobilizzarlo, vampiro per la velocità nell'avvicinarsi a lui e licantropo per avere la forza necessaria per perforargli il petto e strappargli il cuore. Le streghe si stanno già muovendo e stanno cercando un incantesimo di questo genere».

«Ma non hanno paura che creando un ibrido così la situazione possa soltanto peggiorare? Chi le ha assicurate del fatto che questo ibrido le ascolti e non uccida chiunque? Non potrebbero fare uno scontro tre contro uno, invece di unire vampiri, lupi e streghe in un unico corpo?».

«Una strega normale non avrebbe la forza necessaria per immobilizzarlo e un licantropo gli farebbe al massimo un graffietto sul petto. Pensano di collegare la vita del nuovo ibrido a quella di un umano, così non potrà essere immortale».

Quelle erano troppe informazioni in una volta e io avevo bisogno di nutrirmi.

«Dimmi che hai rifornito il frigorifero e che sarà l'ultima volta che mi ritroverò senza colazione».

«A dire la verità, il frigorifero è ancora vuoto».

«Pensi di esistere solo te in questa cazzo di casa?», sbraitai. «Domani c'è quella festa e io dovrei rimpinzarmi di cibo per non avere la tentazione di fare una strage!».

Detto ciò uscii dalla porta e corsi via.
Non avevo una meta precisa, stavo solo cercando qualsiasi fonte di cibo, umana possibilmente.
Mi sarei nutrita ma con moderazione, non fino ad uccidere la mia preda. Volevo controllarmi e sapevo di esserne in grado.
Ai margini di un bosco vidi un bambino dall'età di circa sei anni.
No, non potevo nutrirmi di quella creaturina, non ne ero in grado, era così piccolo e innocente.

«Ma cosa mi sta succedendo?», mi chiesi scuotendo il capo.

Io ero un vampiro, mi nutrivo di sangue e non avevo pietà di nessuno. Dovevo smettere di sentirmi in colpa per la mia natura, ero così e basta.

Avevo deciso: da quel momento avrei ricominciato a nutrirmi dalle vene degli umani e quel bambino sarebbe stato il primo dei tanti.
Mi avventai su di lui e gli ordinai di non urlare e di stare fermo. Affondai i denti nel suo fragile collo e poi mi sentii in paradiso, non riuscivo a pensare ad altro che non fosse sangue. Era da troppo tempo che non provavo niente di simile, mi chiesi perché avevo smesso. La sensazione paradisiaca continuò finché non sentii più nulla, avevo prosciugato tutto il suo sangue. Non appena mi staccai vidi che sul suo volto era ancora stampata la sua espressione terrorizzata.
Provai a fargli bere il mio sangue per salvarlo ma ormai non c'era più niente da fare: era morto.
Lasciai cadere il suo corpo a terra e poi lo fissai per alcuni secondi.
Ero stata io a fargli questo.
Ad un tratto sentii due voci, per cui mi nascosi qualche centinaio di metri in lontananza.
Non appena capii che cosa stava succedendo andai in tilt. I genitori del bimbo videro il suo corpo accasciato a terra e ricoperto di sangue e urlarono il suo nome.

Si chiamava Jacob.

La madre iniziò a piangere, il padre le mise un braccio sulla spalla e le disse che era stato attaccato da un animale.
Non era stato un animale, era stato un vero e proprio mostro.
Per colpa mia quelle due persone si sarebbero incolpate per tutta la vita di non aver badato al loro figlioletto, il senso di colpa li avrebbe tormentati per tutto il resto della loro ormai inutile vita.
A meno che... avrei potuto nutrirmi anche di loro.
Aveva senso: loro sarebbero morti e non avrebbero dovuto più soffrire. 
Non riuscii a capire più nulla, il mio cervello era annebbiato. Il mio subconscio continuava a dirmi che terminare con le loro sofferenze era la cosa più giusta da fare e io decisi di ascoltarlo.
Li assalii e non mi preoccupai nemmeno di non farli urlare, eravamo in un bosco deserto di notte.
Uccisi prima la donna e in seguito suo marito, e lasciai i corpi senza vita della famigliola in bella vista, senza seppellirli o almeno nasconderli.

In quel momento ero veramente sazia e la mia mente non riusciva a pensare a nulla, avevo un vuoto che non riuscivo a colmare.
Avrei dovuto sentirmi in colpa per ciò che avevo appena fanno, ma nulla, una lacuna. Arrivata a casa mi cambiai come un automa e poi mi coricai sul letto.
Guardai il soffitto per un po' di tempo pensando a come erano costituite le travi di legno finché il sonno prese il sopravvento.

«Charlotte, svegliati! Hai visto che ore si sono fatte?», perché non ero andata a vivere da sola?

Sollevai il telefono controvoglia e guardai l'ora: erano le 12:17. Che male c'era a dormire così tanto? Era sabato.

In qualche modo riuscii a scendere dal letto e andai in soggiorno. Mio fratello stava guardando il telegiornale, così presi una sacca di plasma e mi accomodai accanto a lui.

«Ieri notte è successa una vicenda terribile: tre corpi senza vita sono stati trovati nel bosco questa mattina da un turista. Le vittime sono Arold Smirph, 41 anni, Samanta Grason, 43 anni, e loro figlio Jacob, 5 anni», mi ero sbagliata, non ne aveva sei. E perché riuscivo a pensare solo al mio errore? «Sono stati trovati dei segni di morsi sul collo, si pensa che siano stati attaccati da un animale».

«Attaccati da un animale», ripetei con ironia.

Mio fratello mi rivolse un'occhiata furiosa per poi ritornare ad ascoltare la cronista.

«Il mistero si trova nel fatto che non sono stati trovati segni di lotta sui corpi, è come se si fossero lasciati uccidere volontariamente».

Aaron non riuscii più a sopportare una parola e spense la televisione. «Adesso ti senti soddisfatta? Sei contenta di aver ucciso quegli innocenti per un capriccio?».

«Almeno la prossima volta ci penserai due volte a svuotare il frigorifero», alzai le spalle e gli rivolsi un sorrisetto e me ne andai in giardino a leggere.

Avevo chiesto a Mason dove abitava, così sarei passata io a prenderlo per poi andare al ballo quella sera, sapevo che dovrebbe essere stato esattamente il contrario ma non mi andava che sapesse dove vivevo, nessuno lo avrebbe dovuto sapere.
Quello era l'unico posto in cui potevo essere me stessa e non volevo trovare umani impiccioni che mi venivano a trovare senza preavviso in giro per casa.
Non volevo farmi aspettare come facevano tutte le altre ragazze, perciò iniziai a prepararmi, nonostante mancassero due ore al nostro appuntamento.
Mi feci un bagno veloce e poi indossai il fantastico vestito e le scarpe che avevo comprato il giorno precedente in compagnia dell'aspirante streghetta.
Sfumai sugli occhi dell'ombretto rosso con quello nero, tracciai una linea di eye-liner, misi le ciglia finte e passai sulle labbra un rossetto marrone. Intrecciai i miei capelli solo sulla nuca e creai delle onde leggere sulle punte.
Se fossi stata fortunata sarei riuscita a scoprire se c'erano altri vampiri in quella città e magari sarei riuscita a farmi qualche amico.

Ero pronta quarantacinque minuti in anticipo del previsto, perciò decisi di godermi una gustosa sacca di plasma e di fare una passeggiata nel bosco in modalità falsa umana per raggiungere la casa di Mason.
Feci appena in tempo a vedere una ciocca di capelli rosa dietro ad un albero che si era già dissolta nel nulla.
Ancora lei? Mi stava spiando per caso? Ma perché? Forse non l'avevo vista davvero ed ero solo paranoica, in fondo era stato solo un istante.
Comunque sia, se la sua assistente si trovava così vicina a me, anche D sicuramente non sarebbe stato molto lontano.
Mi misi ad ascoltare e a vedere se sentivo qualche rumore che mi avrebbe portato sulla pista giusta, ma nulla.
Decisi di lasciar perdere e di proseguire sulla mia strada.
Sorpassai il punto in cui ieri avevo commesso l'omicidio senza neanche voltarmi, si sentiva ancora l'odore del sangue sulla corteccia di un albero.
Non appena raggiunsi la casa di Mason lo trovai già davanti alla porta di casa ad aspettarmi, indossava una camicia nera aderente, sbottonata in cima e paio di pantaloni abbinati ad essa.

«Ehi splendore!», in risposta gli rivolsi un sorriso, sforzandomi di non alzare gli occhi al cielo.

Casa sua si trovava esattamente sulla strada parallela alla scuola, per cui il tragitto era molto corto.
Quando arrivammo vidi in tutti gli angoli studenti ubriachi, ed erano soltanto le otto.

«Andiamo a bere qualcosa bellissima?», ho giurato che se non avesse smesso di darmi inutili soprannomi gli avrei staccato il collo a morsi.

Dovevo concentrarmi, mi ero promessa di non trasformare questa scuola in una casa degli orrori.

«Certo!», almeno così sarei riuscita a tenere a bada la mia sete.

Ordinammo entrambi un Long Island e poi ci sedemmo ad un tavolino.

«Allora Charlotte, che cosa ti ha portata in questa inutile e noiosa cittadina?», mi chiese divertito.

«Mio fratello ha ottenuto un lavoro importante, così abbiamo dovuto trasferirci nella vecchia casa dei nostri nonni defunti, mentre i nostri genitori sono morti dieci anni fa», anzi no, stavo scherzando. Loro erano morti quasi cinque secoli prima, io ero un vampiro, mi nutrivo di sangue, avrei potuto staccargli la testa da un momento all'altro e tornavo in quella città ogni 95 anni, ma ovviamente tutto ciò non glielo potevo dire..

«E qual è stata la causa della loro morte?».

«Domanda sbagliata, ritenta», pensai.

«Scusami Mason ma non amo toccare questo argomento, perché non mi racconti qualcosa su di te?», chiesi nella speranza di scoprire qualcosa di più su di lui.

«Anche mio padre è morto questa estate, era il sindaco della città», quello però me lo aveva già detto il giorno in cui ci eravamo conosciuti.

Prima regola per conquistare una ragazza: non dimenticare la vostra prima conversazione.
Poi scoprii che aveva 17 anni, due mesi dopo ne avrebbe compiuti diciotto.
Io stavo ancora pensando a dove avrei potuto averlo visto, ma non ci riuscivo. Non mi potevo star sbagliando, ne ero sicura.
Dopo qualche drink ci alzammo e andammo a ballare, eravamo entrambi un po' brilli, almeno così sarebbe stato meno imbarazzante. Anzi, io ero brilla e lui era ubriaco, i vampiri riuscivano a reggere più degli umani.

Dopo alcune canzoni allegre, ballate in modo goffo e ridendo per qualsiasi cosa, partì un lento. Appoggiò le mani sui miei fianchi e io mi avvicinai pericolosamente a lui, non c'era nessuna distanza di sicurezza.
Involontariamente posai la bocca sul suo collo, quello era stato un errore.
La sete mi assalì.
Sapevo che avrei potuto succhiare fino all'ultima goccia del suo sangue per poi far dimenticare a tutti i presenti ciò che era appena accaduto.
Non dovevo farlo.
Non potevo.
Ma soprattutto non volevo.
Sentivo un forte legame con quel ragazzo e non lo volevo spezzare per i miei stupidi istinti.
Un conto erano gli sconosciuti della sera precedente, un'altra cosa era lui.
Mi allontanai bruscamente da lui e gli dissi che dovevo andare in bagno.
Durante il mio tragitto vidi Tyson, poi istintivamente alzai gli occhi verso il cielo e notai che la luna era arrivata al suo apice, e allora perché lui era lì? Forse io e Aaron ci stavamo sbagliando, forse la leggenda che diceva che tutti i licantropi si sono istinti era vera, forse non erano proprio mai esistiti.
Ma era impossibile, ne ero sicura.
Cercai di ignorare la situazione e andai in bagno.
Mentre mi stavo ripassando il rossetto davanti allo specchio lui apparve improvvisamente alle mie spalle e io quasi persi un colpo.
Ma come cazzo era possibile?

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