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Liberarmi.

Ho deciso di prendermi una giornata per fare ciò che più mi piace. Di restare per ventiquattr'ore completamente con me stessa.

Ho lasciato il cellulare in camera e sono uscita per correre al parco. Fa molto caldo, ma adoro correre. Adoro l'aria che mi accarezza il viso e mi scompiglia i capelli. Adoro quei piccoli momenti perché mi sembra quasi di assaporare la libertà.

Sono uscita di casa presto proprio perché volevo restare il più sola possibile. Infatto a quest'ora in giro non c'è nessuno, per fortuna.

Le scarpe da ginnastica dettano un ritmo regolare sull'asfalto e il fiato dopo poco si è normalizzato.

Il prato che mi circonda è di un verde acceso e gli alberi sono alti e slanciati.

Una sensazione resta, però, persistente. Mi sento costantemente osservata, come se ci fosse qualcuno interessato a me. Mi volto e cerco nel boschetto non so cosa, ma non vedo nulla.

Svolto l'angolo e corro attorno al laghetto. Non è più azzurro come quando ero piccola. Adesso la melma e il fango fanno da protagonisti.

In pochi mesi la mia vita è cambiata totalmente. Mia madre ha conosciuto un uomo e probabilmente questa situazione rimarrà invariata per parecchio tempo. Jungkook è diventata da "Muori io ti odio" a "Resta accanto a me". Becca è finalmente felice e innamorata. E io, beh, io sono quasi riuscita a superare la violenza di Jimin. Tra qualche mese farò le valige e scappo via di qua, anche se mi mancheranno tutti i miei amici.

Sono felice tutto sommato della mia vita. Non potrei desiderare amici migliori. E sono innamorata. Dio, se lo sono.

Devo ringraziare Jungkook anche solo per avermi rivolto parola quella sera all'Openair. Sono così contenta quando penso a quel ragazzo che credevo fosse solo un pallone gonfiato.

Per colpa delle vacanze il nostro gruppo si separerà e per due mesi saremo tutti sparsi per il mondo. O meglio, io rimango a casa e i miei amici viaggeranno in giro per il mondo. Sono felice per loro, però sono un po' invidiosa.

Mi fermo e respiro chiudendo gli occhi. In quel istante una mano ricoperta da un guanto in pelle nera, mi copre la bocca. Mi divincolo, ma un altro braccio mi afferra il busto. Respiro e un odore strano mi penetra nelle narici. Che diavolo è? Mi sento ancora più stanca e barcollo. Non riesco a tenere gli occhi aperti e perdo i sensi senza rendermene conto.

La testa pulsa come se nel mio cervello stessero ristrutturando una villa con tanto di martello pneumatico. Ho le lacrime agli occhi e il respiro affannato. Cerco di mettere a fuoco la stanza in cui mi ritrovo, ma realizzo di essere nel retro di un furgone. Ho le mani legate dietro la schiena e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. Il cuore mi batte nel petto vivo e impaurito.

Sono stata rapita. Mi mancava solo questo. Ma non è un rapimento per riscatto, no, quello no. I miei non sono ricchi. Perché io? Perché proprio il sequestro di persona?

Quando il mezzo rallenta il respiro si fa corto. La luce mi invade completamente e chiudo immediatamente gli occhi per non accecarmi.

«Andiamo!» dice quell'uomo prendendomi per il braccio e trascinandomi fuori dal furgone. Inciampo sul suolo ghiaioso e guardo l'uomo accanto a me. Porta un passamontagna nero che lascia intravedere la bocca sottile e gli occhi chiari. Molto probabilmente sta indossando delle lenti a contatto.

C'è un bilocale diroccato davanti a noi. Le finestre sono rotte e la porta non chiude bene.

Il mio rapitore mi spinge in una stanzino buio nel sottoscala e chiude a chiave. Non c'è nulla accanto a me. Non c'è nulla attorno a me.

Inizio a piangere silenziosamente e mi interrogo sulla motivazione per la quale io sia finita in questo luogo terrificante.

Cerco di liberarmi le mani legate, ma fallisco e questo mi scoraggia ancora di più.

Perché? Perché a me?

Inizio a battere sulla porta e cerco di urlare. Ma questo mio tentativo fallisce a causa del nastro sulla mia bocca. Ho bisogno di uscire da questa stanza e tornare a casa.

Il mio rapitore entra nella camera con una mazza. Indietreggio contro il muro e mi immobilizzo immediatamente.

«Molto meglio.» dice sogghignando. Anche se il suo volto è coperto, si capisce quanto sia fiero di aver ottenuto ciò che desiderava.

Esce dalla stanza senza dire un'altra parola e mi chiude dentro. Inizio a piangere in preda al panico e mi chiedo in quanto tempo mia madre si sarebbe accorta della mia mancanza. E mi domando se sarebbe stato abbastanza presto. Per una volta mi manca e non avrei mai pensato di dirlo, ma vorrei tanto essere con lei a casa mia a litigare.

C'è un chiodo arrugginito a terra. Mi abbasso e lo afferro con due mani. Lo sfrego sulla corda, ma non succede nulla. Perché nei film o in TV questo tipo di cose funzionano sempre?

Riprovo e passo chissà quante ore nel tentativo di liberarmi.

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