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Capitolo 7

Appena tornai a casa corsi in camera mia e pensai a Caleb."come ha potuto lasciare la famiglia!?" pensai. Ma d'altronde l'avrei fatto io al suo posto se lui fosse rimasto. Solo che lui sembrava così adatto alla nostra Fazione che la sua scelta mi era sembrata più che altro insolita. Entrai in quella che era la sua camera e vidi, impilati in un angolo, libri e libri di ogni genere e colore e rilegatura. Rimasi sconvolta. Perché non me ne aveva mai parlato? Perché non ne aveva mai parlato con nessuno? Mi sentii ferita, tradita, e mi ritrovai con il volto bagnato da calde lacrime che scendevano senza che io me ne accorgessi. Fu in quel momento che udii i passi di qualcuno per le scale. Mia madre mi raggiunse nella stanza e mi abbracciò, senza dire niente. Ma non c'era bisogno di alcuna parola, quell'abbraccio valeva tutte quelle che un uomo potesse pronunciare. "andiamo, è pronta la cena." Sorrise. Non sembrava preoccupata né tantomeno scossa da quello che era successo. Mi chiesi come facesse, ma lei era sempre stata brava a non esternare i suoi sentimenti; forse lo faceva per noi, forse per se stessa. A cena nessuno proferì parola su quanto era successo nel pomeriggio. Dopo aver sparecchiato, lavato e riordinato, salii in camera mia per cercare di dormire. Ma mi fu impossibile. Non feci in tempo a chiudere gli occhi che un avvenimento mi balenò per la mente.

<<"AMMAZZATELO! È UN TRADITORE DELLA SUA FAZIONE!" urlava la gente abnegante, riunita attorno a Caleb. Egli implorava perdono ma gli Abneganti sembravano irremovibili. "NON MERITA DI VIVERE, HA LASCIATO LA SUA FAZIONE, LA SUA FAMIGLIA E I SUOI AMICI PER DEDICARSI SOLO ED ESCLUSIVAMENTE A SE STESSO! CI HA TRADITI E NOI GLI FAREMO RIMPIANGERE LE SUE AZIONI!" si levò un urlo di guerra dalla folla. Io e la mia famiglia eravamo in disparte, ma non sembravamo interessati, come se Caleb fosse una persona qualunque e come se noi non fossimo Abneganti. Nessuno lì era Abnegante. Nessuno che si prostrava in aiuto del prossimo, indifeso e ferito e per altro in una situazione di inferiorità numerica. Ma nessuno ci badava. Tutti lo volevano morto. Vidi mio padre ridere di quel povero mal capitato quando gli puntarono la pistola alla testa. Io mi voltai. L'uomo con l'arma premette il grilletto. Un rumore forte. E mi ronzavano le orecchie...>>

Mi svegliai di soprassalto, sudata, con i capelli scompigliati. Mi alzai dal letto e mi diressi in bagno, feci una breve colazione, mi cambiai e uscii di casa; avevo bisogno d'aria fresca, di riflettere da sola, in pace. Era mattino presto e per le strade del quartiere non si aggirava nessuno. La fresca brezza mattutina soffiava tra i miei capelli e mi rinfrescava il viso. Ad un tratto vidi una figura di spalle, in lontananza. Era un ragazzo, alto e dalle larghe spalle. I capelli erano tagliati corti. Si girò e mi osservò per qualche secondo. Poi lo vidi avvicinarsi a me. Era il ragazzo a cui avevo offerto la cena qualche sera prima, quello che mi aveva sorriso e salutato. In un altro momento mi sarei comportata come qualsiasi altra ragazza che vede un ragazzo che le piace... o almeno credevo che mi piacesse... la realtà è che non ne ero molto convinta, era una strana sensazione. Quel giorno però non ero in vena di parlare con nessuno, di vedere nessuno; volevo solo stare sola. Ma poi mi dissi: "come puoi egoisticamente pensare che stia venendo verso di te?"

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