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Capitolo 10

Mi incamminai verso il Palazzo degli Eruditi a passo svelto. Le gambe tremavano. Avevo paura di quello che mio fratello mi avrebbe potuto dire; chissà se conosceva la verità. Non sa niente, lo stanno tenendo all'ombra di quello che stanno facendo, altrimenti ci avrebbe già informati. Me lo ripetei per tutto il tragitto, sperando fosse vero. Quattro mi aveva spiegato che gli Eruditi avevano gli strumenti per manipolare le persone e che non si sarebbero fermati davanti a niente e a nessuno per raggiungere i loro scopi. Senza accorgermene ero entrata nell'edificio e avevo imboccato il primo corridoio a sinistra, come se forza mi spingesse da quella parte, come se le mie gambe camminassero da sole; con la testa bassa e la mente altrove non mi resi nemmeno conto di essere in una zona preclusa ai non autorizzati. Fu una voce a farmi riprendere lucidità. "Beatrice? Sei tu?" Mi voltai. Era Caleb che mi si avvicinò e mi abbracciò. "Mi dispiace, avrei dovuto parlarti della mia idea di lasciare gli Abneganti...io..." "Non importa, non importa. Ti voglio bene" Restammo abbracciati per un po' poi mi disse "So perché sei qui, so che cosa sai. Proteggi mamma e papà, dovete nascondervi: gli Eruditi faranno di tutto per far cadere la Fazione. Dici a mamma che tornerò presto, per ora devo stare qui e fare ciò che mi dicono." Mi strinse a sé di nuovo. "Ora va, non devono vederti qui" Corsi a casa e ne parlai con Quattro, che sembrava felice di aver trovato un alleato interno alla Fazione nemica. "Sapevo che potevamo fidarci di lui" dissi sorridendo. Ero così sollevata e ne parlai con i miei genitori. "Sapevo che c'era sotto qualcosa. Il Governo non è più lo stesso da un po' di tempo." fu il commento di mio padre, mentre mia madre fu più che altro felice di sapere che Caleb stava bene e che sarebbe tornato.
Andava tutto a meraviglia.
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Non ero sicuro di potermi fidare di Caleb, ma Beatrice aveva riposto in lui tutta la sua fiducia e questo mi bastava; se l'avesse tradita però, non gliel'avrei mai perdonato. Non poteva ferirla in modo così indelebile.
Cosa te ne importa di lei? Pensai.
In realtà me ne importava, eccome se me ne importava. Quando era venuta correndo a darmi la notizia, aveva i capelli scompigliati, le guance rosse per il caldo, gli occhi luminosi. E sorrideva. Aveva un sorriso come non ne avevo mai visti prima: era radioso e luminoso e, soprattutto, faceva sorridere anche me.
Non sapevo come potesse rendermi così diverso, così strano, così confuso. Forse perché in lei vedevo me stesso o forse perché lei era l'unione di tutto ciò che io sarei voluto essere, ma che non ero mai diventato, in quel quartiere grigio. Lei era reale, pura e semplice nei modi di fare e nelle azioni. Forse l'amavo, forse era solo una sensazione di affetto profondo.
Qualunque cosa fosse mi piaceva tantissimo.

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