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Capitolo 4

Artemis odiava l'ufficio di suo padre ma era costretta ad ascoltare tutte le testimonianze dei cadetti che avevano visto per l'ultima volta i loro compagni deceduti.
Quella stanza emanava un'aura di potere e di controllo che su di lei facevano un effetto che odiava. Le ricordavano solo un padre freddo e autoritario.
Non c'erano molte decorazioni personali. L'unico elemento di spicco era un grande tappeto persiano, che aggiungeva un tocco di lusso sobrio alla stanza.
Le pareti erano rivestite da librerie che partivano dal pavimento e arrivavano al soffitto. Sugli scaffali erano contenuti volumi antichi, testi rari e manoscritti preziosi. I libri spaziavano dalla storia alla filosofia, fino ad arrivare alla scienza e alla tecnologia, con un'ampia sezione dedicata alle strategia militare, fino ad arrivare alle biografie di grandi leader (nonché i preferiti di suo padre).
Al centro della stanza troneggiava una scrivania antica in legno scuro e pesante, con intagli eleganti. La stessa dove in quel momento era seduta lei ad ascoltare ogni singolo cadetto con attenzione.
Era ordinata, con pochi oggetti visibili: una lampada da scrivania, un set di penne di lusso e una collezione di documenti ordinatamente disposti.
L'intera stanza era insonorizzata, nessuno dall'esterno poteva ascoltare quello che avveniva al suo interno, in questo modo i cadetti non potevano dare le stesse versioni se chiamati nell'ufficio per essere interrogati.
Se Hwa guardava fuori dalla finestra. Artemis sapeva che stava ascoltando ogni singola conversazione da quando era arrivata a Hollowraven.
Non aveva nemmeno avuto modo di cambiarsi la tuta tattica che usavano durante le missioni.
I capelli color inchiostro le cadevano lisci e setosi in un elegante caschetto che le metteva in risalto il viso stanco.
Gli occhi dal taglio affilato, dello stesso colore dell'onice, erano fissi sul panorama naturale che si estendeva per chilometri.
Non sorrideva, era attenta. Non si lasciava sfuggire nessuna parola che veniva pronunciata in quella stanza.
Quando uno dei penultimi cadetti terminò di parlare Artemis lo congedò e prima di farne entrare un altro si voltò a guardare Se Hwa.
«Non hanno nessuna vera informazione utile a questo punto, non so nemmeno perché li sto interrogando.»
«Perché tuo padre vuole un rapporto» la risposta di Se Hwa era calma. Non l'accusava, le mostrava solo un dato di fatto.
«Ti ho fatto venire qui per niente.» Appoggiò i gomiti sulla scrivania e iniziò a massaggiarsi le meningi stanca.
«Non mi hai fatto venire per niente, ti avrei raggiunta comunque. Non ti lascio affrontare niente senza che io ti guardi le spalle.»
Neanche lei avrebbe mai lasciato Se Hwa da sola durante una missione, si sarebbe preoccupata troppo a saperla da sola senza di lei a guardarle le spalle in uno scontro.
«I cadetti non ci aiuteranno, sanno a malapena come sono riusciti a finire in questa accademia di mercenari» le espose i fatti Se Hwa.
«Inoltre li ho visti poco addestrati ad osservare» continuò lei rigirando il dito nella piaga e criticando l'accademia che suo padre vantava con orgoglio.
«Parlerò con i loro istruttori per rivedere i loro allenamenti da capo.»
Artemis scrisse l'annotazione su uno dei margini del foglio che aveva usato per prendere appunti durante le testimonianze.
«Non ti dovrebbe importare come viene gestita l'accademia di tuo padre» la rimproverò Se Hwa e lei sapeva che ha ragione. Non era lei che si doveva occupare dei cadetti e dei loro piani di studio, quello era un compito che spettava a suo padre e al suo erede.
«Lo faccio per il bene dei cadetti.» Sapeva che la sua era una risposta troppo vaga, «non tutti possono vantare il tuo addestramento Artemis.»
«Non tutti possono vantare dei traumi» borbottò lei mettendo giù la penna per appoggiarsi allo schienale della sedia.
«Ti piace avere il controllo, ma devo ricordarti perché non vuoi più quel posto che ora stai occupando in modo temporaneo per colpa di tuo padre?»
Era consapevole a cosa Se Hwa si stesse riferendo, era perfettamente cosciente di quale fosse il messaggio dietro quelle parole.
«Voglio solo tenerli in vita» la risposta di Artemis uscì in un sussurro appena udibile che portò le labbra di Se Hwa ad incurvarsi divertite verso l'alto.
«Questo sicuramente ti rende migliore di lui» le ricordò Se Hwa senza staccare gli occhi dalla finestra, come se stesse tenendo d'occhio l'intero perimetro della villa.
«Chiamami il tenente Sanchez ho bisogno di parlare con lui prima di interrogare gli ultimi cadetti.»
Se Hwa si allontanò dalla finestra, uscendo dalla stanza con passo deciso.
La giornata era stata più lunga del previsto e non sembrava portare ai risultati che si sarebbe immaginata.
Non sperava di riuscire a risolvere il caso in una mattinata intera, ma non si aspettava di trovarsi a gestire anche le problematiche dell'accademia di suo padre. Vantava di produrre i migliori mercenari e spie, eppure lei aveva appena interrogato diciotto cadetti che aveva ripetuto una serie infinita di parole confuse e davanti a domande più specifiche erano entrati nel panico.
Non riusciva nemmeno ad immaginare come suo fratello avrebbe potuto gestire quell'accademia senza avere un addestramento come il suo.
«Capitano Thornerose mi avete fatto chiamare?»
Una donna dalla pelle del colore del cioccolato, il fisico slanciato e la capigliatura rada compare sull'uscio della porta. Indossava la divisa di allenamento nera e le mani strette lungo i fianchi come si sarebbe aspettato suo padre da qualcuno di grado inferiore al suo.
Artemis però odiava queste formalità, la mettevano a disagio non essendo lei la vera e propria responsabile.
Il tenente Sanchez era in gamba l'aveva incontrata diverse volte quando faceva ritorno ad Hollowraven, aveva notato anche quanto rapidamente fosse salita di gradi fino a raggiungere il posto che occupa ora.
Artemis era molto fiera di lei. Sanchez era tra le prime donne a raggiungere così velocemente il posto di tenente all'interno dell'accademia.
«Riposo» appena lei pronunciò quelle parole notò il modo in cui la muscolatura si rilassò assumendo una posa meno rigida e controllata.
«Ho bisogno che vengano riguardanti i piani di studio dei cadetti, non sanno osservare, si perdono troppi dettagli dell'ambiente circostante e questo può risultare fatale in una missione» la istruì lei, «credo sia meglio approfondire l'argomento non solo a livello teorico ma soprattutto pratico.»
«Lo consideri fatto capitano Thornerose.»
«Dì pure loro che sono stata io a mandarti» continuò Artemis guardandola dritto negli occhi. Il sergente Sanchez annuì con un cenno del capo e appena notò che lei non avrebbe avuto altro da aggiungere riassume la posizione rigida del saluto, per poi uscire dallo studio.
Se Hwa tornò nello stanza e fermò con un gesto della mano un cadetto che si stava affrettando ad entrare dietro di lei.
«Vai a farti controllare la tuta da Elara, ti farebbe bene uscire da questa stanza.»
Artemis si voltò a guardare l'orologio che suo padre teneva sul tavolo notando che erano quasi le sette di sera. Si era dimenticata di pranzare con tutto quello che aveva dovuto fare al suo ritorno e il solo pensiero di un pasto caldo le fece brontolare lo stomaco.
«Posso finire qui io.»
Si fidava di Se Hwa le aveva sempre guardato le spalle, ma non voleva lasciarle tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lei.
«Vai.» Il tono di voce duro e autoritario della compagna la costrinse ad alzarsi in piedi lasciando i suoi appunti sulla scrivania.
«Ricordati di...» tentò di avvisarla, ma Se Hwa la interruppe ancora prima che potesse terminare la frase.
«So quello che devo fare, ora sparisci dalla mia vista.» Sulle labbra di Se Hwa comparve uno dei suoi rari sorrisi di sfida e quando Artemis le passò accanto le diede una pacca amichevole sulla spalla.
La villa della famiglia Thornerose era costruita diversamente da quella della famiglia Bloodhood. Prima di tutto era stata eretta nelle zone più alte e appartate dell'isola, inoltre la struttura rifletteva la potenza e l'influenza dei Thornerose, combinando elementi di architettura classica con tocchi moderni per creare un ambiente sia opulento che funzionale.
Suo padre aveva fatto aggiungere nuove strutture negli anni, ma Artemis non aveva mai considerato quel luogo casa sua.
Quando era piccola si divertiva a esplorare le stanze segrete o a vagare per gli enormi giardini che circondano l'abitazione. Dopo la morte di sua madre però aveva perso ogni attrattiva. Ogni volta che tornava a Hollowraven non vi passa mai più di qualche ora e non si fermava mai a dormire.
Casa sua non era quella villa.
Per quanto riguarda il laboratorio di Elara era facile da individuare, era un piccolo edificio situato vicino alle sale di allenamento dei cadetti, in uno dei giardini principali che circondavano la villa.
Tutti i cadetti andavano da lei per le divise, per le armi e qualsiasi dispositivo tecnologico fosse necessario e richiesto per una determinata missione.
Inoltre lei era il migliore ingegnere che Artemis avesse mai conosciuto, non che suo padre potesse lasciarsi sfuggire il meglio.
Quando entrò nel laboratorio Elara era impegnata a spiegare a un gruppo di cadetti qualcosa a proposito delle nanotecnologie.
I suoi lunghi capelli platino erano legati in una stretta treccia raccolta in uno chignon, le mani guantate stavano indicando qualcosa sul bancone, spiegando con accurata precisione.
I cadetti di fronte a lei ascoltavano impassibili. C'era chi prendeva appunti e chi poneva semplici domande curiose.
Artemis si appoggiò allo stipite della porta, non volendo interrompere la lezione.
Elara si immergeva completamente quando spiegava e non desiderava essere interrotta in nessun modo.
Artemis rimase in ascolto fino a quando uno dei cadetti non la vide dall'altra parte del laboratorio.
Lo comprese dal modo in cui la osservò, come il suo sguardo cambiò rapidamente non appena riconobbe chi si trovava sull'uscio della porta.
Artemis vide il suo corpo irrigidirsi assumendo la posa del saluto, provocando una reazione a catena sugli altri cadetti.
«Capitano!»
Artemis lo odiava il modo in cui si rivolgono a lei, come se fosse migliore di loro. Lei non era migliore di loro, era diventata il mostro che suo padre aveva sempre voluto, non meritava alcuna attenzione speciale.
Elara si rilassò visibilmente quando girandosi trovò lei e non suo padre. Il suo viso sembrò riprendere il colorito naturale sotto le lampade al neon, lasciando che sulle labbra spuntasse un sorriso dolce e apprensivo che riservava solo a lei.
«Riposo.»
I cadetti tornarono ad assumere una posa naturale, «mi dispiace interrompere la vostra lezione...» le parole le morirono sulle labbra perché Elara si prese la briga di interromperla.
«Oh tesoro, tu non mi disturbi mai» la sua voce era ricca del suo solito entusiasmo, «è bello riaverti a casa dopo un anno.»
I cadetti rimasero in piedi a osservarla mentre si avvicina, i loro occhi puntati su di lei riconoscendo in Artemis il potere.
Non era facile nascondere chi era veramente, ogni cadetto di quella maledetta accademia sapeva perfettamente chi fosse.
Robert Thornerose si era preso la briga di far sapere a tutti qual era la sua arma migliore.
In fondo tutto il mondo la conosceva, le aveva addirittura affibbiato dei soprannomi, e loro la guardano come se aspirassero a diventare come lei, volendo essere spietati come lei e insensibili come lei.
Non c'era nulla di nobile in quello che faceva, nel modo in cui otteneva informazioni o come le prendeva.
Quest'aura di timore e riverenza che avevano nei suoi confronti la metteva solo profondamente a disagio.
Elara lo notò perché si volta velocemente verso i suoi studenti e li costrinse tutti ad allontanarsi dall'aula dicendo loro che la lezione era terminata.
Quando furono finalmente sole Artemis si sedette sul bancone, beccandosi un'occhiata infastidita da parte della ragazza di fronte a lei.
«Sei rientrata prima del previsto» notò Elara iniziando a sistemare tutti i suoi materiali.
«Robert mi ha voluto a casa prima» rispose velocemente Artemis. Lo chiamava sempre per nome davanti ai suoi dipendenti, non si permetteva mai di appellarsi a lui con la parola "padre", per due semplici motivi: il primo era che lui non lo sopporta, il secondo perché nemmeno lei era felice di chiamarlo in quel modo dato che non era mai stato un padre per lei.
«Riguardo agli omicidi?» gli occhi azzurro ghiaccio di Elara quasi si illuminarono di intensa curiosità mentre le faceva quella domanda.
«Lui vuole che indaghi» confermò Artemis facendo penzolare le gambe avanti e indietro.
«Tesoro tu sei l'unica che potrebbe risolvere un caso di questa portata» le parole di Elara rimpolpano l'ego di Artemis, che davanti a quel complimento sollevò un angolo della bocca in un accenno di sorriso.
«Lasciando da parte tetri omicidi, che cos'hai di nuovo per me?»
Artemis sapeva di aver fatto la domanda giusta, perché Elara si illuminò di una luce nuova. Il color ghiaccio dei suoi occhi divenne leggermente più intenso per l'entusiasmo. Indossò un nuovo paio di guanti in lattice per mostrarle i nuovi progetti a cui stava lavorando.
«Ho preparato qualcosa per la tua adorabile Se Hwa» la avvisò Elara aprendo diversi cassetti, cercando quello che le serve.
Ne tirò fuori da uno due shuriken, stelle da lancio, nonché una delle armi preferite di Se Hwa.
«Sono in titanio» spiegò Elara posandole una stella nel palmo con cautela, «estremamente affilate e bilanciate per un lancio preciso, inoltre alcune di queste stelle contengono microchip che possono emettere segnali di localizzazione o disturbare i dispositivi elettronici».
Se Hwa ne sarebbe stata sicuramente entusiasta a modo suo. Aveva commissionato quelle armi a Elara prima che partissero per l'ultima missione che le aveva tenute lontane da casa per quasi un anno intero. Oltretutto era stata proprio Se Hwa a suggerire a Elara come avrebbe voluto che venissero modificate le sue armi.
«Alla tua divisa invece voglio aggiungere una balestra da polso, facile da usare, con alcune frecce hanno la stessa funzione delle shuriken» la aggiornò Elara.
«Le frecce non sono un po' troppo visibili? Lo sai che a me piace lavorare nell'ombra.»
«Le frecce sono molto piccole, le ho realizzate apposta per te tesoro»
Il rimprovero di Elara la fece sorridere. Le riconsegnò la shuriken, spostando la sua attenzione su un argomento che nemmeno lei voleva aprire.
«Hai visto i corpi?»
Elara ripose con cura la stella nel cassetto e alzò di scatto la testa a quella domanda, osservandola dritto negli occhi.
«Ho trovato io il mercurio» ammise lei togliendosi i guanti di lattice, «non erano ridotti benissimo e molti di loro erano molto giovani.»
Elara non era fatta per i combattimenti, il sangue e la vita che conduceva freneticamente Artemis. Lei era fatta per stare rintanata come un topo nel suo laboratorio senza vedere la luce del sole per giorni.
Il suo contributo a livello tecnologico era prezioso, ma Artemis sapeva che una parte di quella ragazza si pentiva di aver accettato di lavorare per la famiglia Thornerose.
Artemis non gliene faceva una colpa, se anche lei avesse avuto l'opportunità di scegliere non avrebbe mai scelto quella vita.
Elara aveva bisogno di soldi e Robert Thornerose era un uomo ricco, avrebbe finanziato qualsiasi idea sarebbe uscita dal laboratorio di Elara purché lei lavorasse per lui e per nessun altro.
Le labbra di Artemis si strinsero in una linea piatta, dovuto alla frustrazione e alla stanchezza di quella giornata.
Fece per aggiungere qualcosa, ma sentì dei passi in avvicinamento. Alzò di scatto la testa e Elara si voltò per controllare chi potesse essere.
Sulla porta apparve Se Hwa i suoi occhi che brillavano di una fiamma di puro divertimento, l'attenzione di Artemis però si posò sulla persona che lei tiene stretta per un braccio.
Un ragazzo. No, non un ragazzo qualunque. Artemis aveva già visto quegli occhi del colore dell'oceano in tempesta e i capelli neri simili a notti senza stelle.
Spostò la testa di lato osservandolo con attenzione, lasciando comparire sulle labbra il solito ghigno famelico di chi sapeva di avere tra le mani qualcosa di davvero interessante.
Lui ricambiò il suo sguardo, l'odio che trapelava da esso era così intenso che avrebbe potuto bruciarla, ma aveva visto di peggio.
«Ho trovato questo ragazzino che si fingeva uno dei nostri cadetti» la aggiornò rapidamente Se Hwa, tenendo salda la stretta sul suo braccio mentre lui tentava di divincolarsi.
Elara scosse il capo sconsolata, sapendo già quale fine attendeva quel giovane e non voleva essere presente quando questo sarebbe dovuto accadere.
«Questo non è un ragazzino qualunque» rispose Artemis saltando giù dal bancone per avvicinarsi.
I suoi occhi si soffermano nell'oceano dei suoi occhi, sembravano quasi cambiare sfumatura di blu quando lei si avvicinò, mostrò un lieve guizzo di sorpresa quando comprese di essere stato riconosciuto.
«Questo è il figlio dei Blackfox» lo espose Artemis. Elara dietro di lei sussultò per la sorpresa quando si rese conto di avere il figlio del nemico davanti agli occhi.
«O mi sbaglio James Abraham Blackfox?» gli domandò Artemis. L'unica risposta che ottenne da lui fu un lieve accenno di panico che modificò per qualche secondo i tratti del suo viso, prima di tornare a guardarla con puro e rinnovato disprezzo.

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