Capitolo 1
La pistola era puntata sulla sua fronte. Artemis non aveva paura, sapeva che la persona che si trovava di fronte a lei non avrebbe mai avuto il coraggio di sparare.
Sapeva di essere troppo preziosa, era troppo attratto da lei anche solo per pensare di poterla uccidere.
A Artemis servivano le informazioni che lui possedeva e per come si stava evolvendo la situazione lei era in netto vantaggio.
«Non mi sparerai.» Scelse saggiamente il tono di voce, rendendolo morbido come velluto, tanto che Artemis lo notò il guizzo che fece la sua mandibola, il modo diverso con cui strinse la pistola dopo le sue parole.
Artemis gli appoggiò dolcemente una mano sulla spalla, «sai che non potrei mai tradirti» continuò lei cercando di convincerlo.
«Non sarei così calma se ti avessi tradito.»
Stava cedendo, lo vide nei suoi occhi. Cambiò completamente espressione. Le rughe che si erano formate per la tensione si rilassano, un angolo della bocca si sollevò in un mezzo sorriso quando abbassò la pistola.
Artemis continuò a mostrarsi piacevolmente attratta dalla persona che si trovava di fronte a lei. Spostò la mano sulla sua guancia e con il tocco delicato del pollice gliela accarezzò.
«Sto diventando paranoico» la voce di Austin tremava, era nervoso, paranoico. Sapeva che c'era qualcuno che lo stava tradendo all'interno della sua cerchia. Sospettava di lei fino a pochi minuti prima e aveva fatto bene a farlo.
L'espressione di Artemis cambiò, si fece preoccupata cercando di assecondarlo.
«Comprendo quello che stai passando amore mio, ma devi fidarti di me» le sue parole sono convincenti, «non potrei mai farti questo».
I suoi occhi incontrarono quelli di Austin e i suoi muscoli si rilassarono gradualmente, le fece scivolare il braccio intorno alla vita e la strinse più vicino.
Artemis non si allontanò da quel contatto, sorrise dolcemente, lo lasciò guidare quel gioco sul quale credeva di avere il controllo.
«Molte delle mie informazioni e dei miei dati sono spariti, sono preoccupato» le sussurrò a pochi centimetri dalle sue labbra, quasi fosse un segreto che solo lei avesse il permesso di ascoltare.
Artemis fece scivolare la mano nei suoi setosi capelli castani, un gesto che sapeva tentarlo.
La divertiva il modo in cui le sue priorità fossero cambiate così rapidamente. Lo osservava, studiando il suo volto, il suo linguaggio del corpo verso di lei.
Ora la sua concentrazione era altrove. Non sapeva che la donna che aveva rubato tutte le sue informazioni, tutti i suoi dati e ucciso alcuni dei suoi uomini per averle era proprio stretta tra le sue braccia.
Il gioco però stava volgendo al termine, Artemis aveva tutto quello di cui ha bisogno. Non era necessario che rimanesse.
«Cosa farai adesso? Dobbiamo capire chi ci sta facendo questo» aveva scelto con cura quelle parole, perché sapeva che usando il plurale Austin avrebbe creduto che fossero una squadra, che potesse fidarsi ancora di lei.
Lui era distratto, tutta la sua attenzione era rivolta su di lei, sul suo corpo e su quanto la desiderasse.
Artemis questo lo sapeva, doveva solo giocare le ultime carte prima di chiudere quella partita.
«Gli ultimi dati contabili e registri di transizione sono stati spostati in una banca a tuo nome all'estero» rispose lui solleticando le sue labbra, «vi potrai accedere qualsiasi cosa accada, perché mi fido di te.»
Non sapeva che si stava sbagliando a fidarsi di lei. Artemis sorrise e si lasciò baciare per l'ultima volta, lasciando che quella fosse l'ultima cosa bella che gli sarebbe accaduta prima di morire.
Artemis fece scivolare l'altra mano lungo il vestito per afferrare la siringa con il veleno nascosta sotto lo spacco del suo vestito.
Si lasciò stringere da Austin e estrasse l'oggetto senza problemi, senza che lui se ne accorgesse.
Quando si allontanò dalle sue labbra, Artemis notò il luccichio di desiderio nei suoi occhi, la voglia di andare oltre quel bacio.
«Mi dispiace tesoro, ma non dovevi proprio cercare di fregare mio padre» sussurrò Artemis.
Le sopracciglia di Austin si corrugarono confuse, era disorientato, ma quando Artemis con l'altra mano gli infilò l'ago della siringa alla base del collo i suoi occhi si spalancarono.
Avrebbe dovuto sparare quando ne aveva la possibilità. Aveva esitato nel momento sbagliato e questo le aveva dato il vantaggio giusto.
Lo osservò quando cade in ginocchio davanti a lei, il veleno che entrava in circolo nel suo corpo lentamente.
«Non avrei voluto farlo, sembravi un ragazzo molto intelligente» continuò Artemis prendendogli il braccio e arrotolando fin sopra al gomito la manica della sua camicia.
«Ma mio padre ha delle regole molto rigide per quanto riguarda le persone che provano a prenderlo in giro.»
La sua voce era calma, non c'era nervosismo che trasparisse dalla sua postura o dal suo tono di voce.
Artemis lo vide, sapeva di essere stata riconosciuta. Lui però non conosceva il suo vero nome, conosceva solo la sua fama e Artemis lo notò da come pronunciò uno dei suoi tanti soprannomi.
«Ora comprendo perché ti chiamino Death Blossom» strascicò Austin arrancando per respirare tra una parola e l'altra.
Artemis sorrise, «un soprannome davvero divertente per questo ambiente» risponse lei ironica.
Utilizzò una seconda siringa per fare un secondo buco sul braccio sinistro. Poteva tranquillamente non farlo passare per un incidente, suo padre le aveva dato il permesso di essere violenta se si fosse reso necessario, ma non voleva sporcarsi le mani e trasformare la sua morte in overdose sarebbe stato molto meno faticoso che doversi macchiare di sangue con un colpo di proiettile.
«Non l'ho scelto io quel soprannome» racconta Artemis facendo sparire le siringhe, «mi è stato affibbiato, come tanti altri.»
I suoi occhi incontrarono quelli agonizzanti di Austin, «la cacciatrice, la vedova nera, l'ombra, abyss...» elencò Artemis al ragazzo, «ma il mio vero nome è Artemis Serenity Thornerose.»
Lo vide che le sue parole fecero effetto sull'uomo, lo sconvolsero più di quanto il veleno lo stesse agonizzando.
«La figlia di Thornerose, ora comprendo le cicatrici...» le sue parole uscirono biascicate e fecero infuriare Artemis.
Con un calcio ben assestato sul petto lo fece cadere di faccia sul suo prezioso tappeto persiano.
Sapeva che non ne valeva la pena, non dovrebbe sfogare la sua rabbia in quel modo, ma nessuno poteva permettersi di presumere qualcosa sulle cicatrici che adornavano il suo corpo.
«Ora spero davvero che tu muoia molto più lentamente.» Gli sussurrò Artemis melliflua. Sorrise prima di tornare a sistemare la stanza per far sparire ogni traccia del suo passaggio.
Se Hwa si sarebbe preoccupata in seguito di qualsiasi filmato delle telecamere, rendendola di nuovo un fantasma agli occhi di poliziotti e persone normali.
Osservò per l'ultima volta Austin agonizzante sul pavimento sistemandosi la gonna dell'abito.
Aveva concluso la sua missione e lo aveva fatto così bene che il povero stolto le aveva lasciato soldi e informazioni a suo nome per poterle ritirare. Era stato tutto più facile del previsto.
Uscì dall'elegante appartamento senza fare una piega e si voltò verso Gregory, una delle guardie del corpo che Austin aveva assunto quando era diventato paranoico. Lo salutò con un cenno timido della mano, senza uscire dal suo personaggio «Austin vuole che vada a prendere dello champagne per festeggiare» lo avvisa Artemis e Gregory mostrò un sorriso viscido, che avrebbero fatto accapponare la pelle a qualsiasi ragazza normale.
Si allontanò, dirigendosi con passo deciso verso l'ascensore. Quando le porte si aprono lei sparì al suo interno e prese il telefono nella pochette.
La persona dall'altra parte della linea rispose dopo due squilli, «l'ombra ha parlato» le sue parole erano chiare e decise.
La risposta che giunge dall'altro capo lo era altrettanto, «e il silenzio è tornato.»
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