Capitolo 22
L'adesivo a forma di cuore, di un'orribile colore rosa evidenziatore, con il riflesso del sole, scintillava. Il naso mi prudeva ma non potevo grattarmi per paura di imbrattarmi ancora di più, a causa di quella macchiolina nera che avevo. Non avevo il coraggio di guardarmi allo specchio. Mi tenevo a debita distanza da qualsiasi cosa che potesse riflettere, neanche ci fosse stata la strega di Biancaneve a dirmi che ero la più brutta del reame. La finta treccia colorata di un verde pastello penzolava ancora sulla mia spalla, ed era una delle poche cose carine che avevo addosso. Da piccola mi era sempre piaciuto giocarci e avere la testa arcobaleno. Il mondo era così bello quando le indossavo, tutto colorato e gioioso, beh...fin quando Jess Milton, invidiosa, non me le tirò, dicendo che sembravo la brutta copia di un unicorno. Da quel momento finì la mia fase trecce e anche la mia simpatia per gli unicorni, e iniziò la mia passione per il taglio e cucito. Avevo donato a Jess, dalla fluente chioma di ricci biondi, il più bel caschetto di tutta la scuola. Comunque, ritornando ai colori, fino alla fine delle superiori, avevo evitato qualsiasi colore evidenziatore o fluo, accontentandomi di quelli pastello.
Oltre alla treccia e all'adesivo, avevo lo smalto color arcobaleno sulle unghie e il viso impastato di trucco. Un occhio era completamente nero, un misto tra quello di un panda e un disastroso tentativo di disegnare la benda di un pirata. Le mie labbra erano coperte da un rossetto rosso che si allungava anche fuori gli angoli, facendomi apparire come la versione femminile di Joker.
Ecco cosa succedeva quando accompagnavi i tuoi nipoti all'asilo e ti lasciavi convincere da venti paia di occhi, più l'espressione supplichevole dell'insegnante. Aveva il tipico sguardo di chi non dorme da giorni, con un paio di occhiaie che riusciva a nascondere appena con un correttore di seconda mano, e soprattutto di un urgente bisogno di scappare a gambe levate da lì. Erano lavori come questi, che ti facevano passare la voglia di diventare mamma.
Le possibilità di una presunta Eva Josephine Reed, si erano drasticamente ridotte. L'idea di una famigliola felice costituita da me e i miei tre futuri e bellissimi bambini, stava sfumando. I bambini erano bellissimi, alcuni, ma erano più belli quando non erano i propri e soprattutto non si trovavano in un asilo.
Ero rimasta lì un'ora a farmi imbrattare da decine di piccole manine sporche e umide per la saliva, fin quando Kat non mi aveva chiamato d'urgenza. Niente spiegazioni, niente gentilezze, solo un secco e sbrigativo 'vieni' che io avevo ringraziato con gratitudine. Tuttavia, non avevo avuto il tempo di truccarmi, quindi mi ero precipitata fuori in quello stato. Davvero una pessima scelta. Era stata una delle giornate più umilianti della mia vita. Il martedì grasso era passato da circa tre mesi e Halloween era ancora molto lontano.
Mentre camminavo avevo dovuto affrontare sguardi stralunati, di dissenso e beffardi, risatine e prese in giro. Tuttavia, la cosa peggiore erano stati i flash dei telefonini. Nonostante nella mia vita avessi sempre immaginato di essere paparazzata, avrei preferito che succedesse in un altro momento. Non mi ero mai sentita così al centro dell'attenzione come in quel momento, tranne quella volta in prima elementare quando un mio compagno di classe, davanti a tutti, non mi aveva fatto la più brutta dichiarazione di sempre. In quel momento, proprio come adesso, avevo desiderato ardentemente di essere risucchiata da una voragine oppure di essere investita da uno di quei 'simpatici' autisti che non facevano altro che premere il clacson per attirare la tua attenzione. Già mi aspettavo i titoli del giornale l'indomani, 'Pagliaccio in fuga spaventa bambini, indigna anziani e blocca il traffico mattutino'.
"Harley, mi stai ascoltando?" Girai lo sguardo verso Kat, nonostante avrei voluto storcere il naso e ignorarla completamente soltanto perché, a causa del mio viso, non mi aveva chiamato per nome. Dopo aver passato un'ora con circa venti bambini, potevo abbandonare per un po' il mio aspetto da donna matura ed essere più infantile. "Amber" sospirò, così andava meglio ma non era ancora abbastanza, continuai nella mia recita melodrammatica, ignorandola e guardando altrove. "Amber, per favore, potresti girarti e ascoltarmi? Grazie" ecco, così andava molto molto meglio. Come un gatto offeso, per restare in tema trucco, che si accingeva a rivolgere di nuovo l'attenzione al suo padrone, mi voltai verso di lei. Kat mi guardò e si morse il labbro, sembrava piuttosto agitata. Il labbro era screpolato, pieno di pellicine strappate, per tutte le volte che l'aveva morso, i capelli lievemente spettinati ma come al solito, perfetti.
"Stavi facendo tutto un giro di parole sul perché mi avessi chiamato con tanta urgenza" e soprattutto sul perché non mi dava neanche il tempo per struccarmi. Ero a casa sua da più di dieci minuti con l'ardente speranza di un bagno, ma anche quello mi era stato negato, come la mia dignità quella mattina. "Quindi potresti gentilmente spiegarmi il motivo, così posso andare a pulirmi?" Sentivo il viso seccarsi, come se avessi indossato una maschera di fango e la cosa iniziava a spaventarmi. Dopo il pagliaccio/gattino, l'ultima cosa che desideravo, era diventare la signora delle paludi. Iniziò a girare a destra e a sinistra per il salotto, come quando all'ultimo anno di liceo, dovette affrontare il terribile e fatidico compito di chimica, dopo aver passato tutta la notte con David. Potevate immaginare l'esito. Muscoli e birra l'avevano avuta vinta sul buon senso e sullo studio. Mi guardò, scosse la testa, si morse il labbro e mi guardò di nuovo. Sospirò, rilassò le spalle e sparò la notizia bomba
"penso di essere di nuovo incinta"
Nel mio immaginario, venti paia di mani sudice si posavano sul mio viso. Urla stridule, pianti assillanti e schiamazzi vari. La mia schiena fu pervasa da brividi di paura, peggio della scena tra George e Pennywise.
Mi ci volle un po' per metabolizzare la notizia, e anche quando lo feci, non ero assolutamente pronta per accettarla...una seconda volta.
Scosse sismiche, cicloni, maremoti, incidenti, crollo di intere palazzine, montagne di vestiti, cene di famiglia, noi donne avremmo potuto mantenere la calma sempre...tranne in queste situazioni. Forse era per gli ormoni, o forse per la prospettiva di avere un figlio o perché di lì a poco, avremmo messo su più di 20 chili e saremmo sembrate delle balene, in ogni caso, l'idea ci metteva assolutamente nel panico. Certo un bambino poteva essere una benedizione dal cielo, soprattutto dopo il conseguimento del decimo anno di età. Prima avreste dovuto sopportare la tragica esperienza pre e post parto. Il buco nello stomaco, le nausee a qualsiasi odore, i problemi articolari e il ventre che si arrotolava sempre più come una mongolfiera. Questo per i primi 9 mesi, poi lo tiravi fuori, sperimentando una terribile agonia. Tutte quelle che affermavano il contrario, o avevano avuto un miracoloso parto naturale completamente indolore, oppure erano sotto anestesia. Il parto costituiva il dolore puro, indescrivibile. Mi dispiace ragazzi ma è peggio di un calcio nei testicoli. Subito dopo il parto, dopo aver sfornato il vostro rumoroso e piagnucoloso pargolo, avreste fatto i conti con pianti, notti insonne, occhiaie, pannolini, vomito e l'esaurimento nervoso che avrebbe raggiunto picchi esorbitanti.
"Hai fatto il test?"
"No" si mordicchiò freneticamente le unghie, inarcai un sopracciglio
"e come fai ad esserne sicura?" La prospettiva di diventare di nuovo zia mi rallegrava e mi terrorizzava allo stesso tempo, soprattutto per i miei poveri dvd.
"In questi giorni ho avuto la nausea, non guardarmi così, Amber!" Eh? Sospirai "chiamalo come vuoi, sesto senso materno o altro, ma penso di essere incinta e vorrei che tu mi accompagnassi in farmacia" sbatté le ciglia, sfoderando uno di quegli sguardi ammiccanti e teneri da ragazzina di 5 anni. Lo stesso sguardo che usava su David e che aveva usato su qualunque uomo per ottenere piccole concessioni gratis. Peccato che con me non funzionasse.
"Mi dispiace ma sono David solo ai compleanni, anniversari, tutti gli altri giorni questa faccia non attacca" incrociai le braccia al petto, ricordate la storia della consulenza festiva, o più comunemente conosciuta come 'sos David'?Era a quella che mi riferivo.Lei sbuffò, continuando cocciutamente nella sua farsa "comunque pur di farti togliere quell'espressione, ti accompagno"
"beh..." giocherellò con i pollici "non dovresti soltanto accompagnarmi ma..." quel suo temporeggiare non mi piaceva affatto "dovresti andare al posto mio" non ero una mamma ma come sempre il mio sesto senso era molto sviluppato e non sbagliava un colpo.
****
Passò un ragazzo sullo skateboard con il cappello al contrario, facendoci un occhiolino. Una signora, una donna piuttosto matura con la carrozzina, ci diede una veloce occhiata, nessuno aveva mai visto due donne in auto, una delle quali con un paio di occhiali neri e il foulard attorno al capo?
Finalmente mi ero struccata, togliendomi tutta quella roba dal viso, che da troppo tempo non vedeva la luce del sole. Il pacchetto dimezzato di cerchietti e lo struccante piangevano ancora per il deplorevole uso. Nonostante il viso pulito e immacolato, la gente continuava a guardarci. Le ipotesi erano molteplici ed oscillavano dall'essere due lesbiche in incognito oppure due ladre. Mi aspettavo perfino di veder arrivare la polizia da un momento all'altro. Eravamo accostate con l'auto accesa di fronte alla farmacia da ormai dieci minuti, decidendo sul da farsi
"mi spieghi perché devo andare io?" la guardai, non sapevo se ridere dinanzi al suo aspetto, molto da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, oppure scivolare fuori dall'auto, seduta stante
"perché lì mi conoscono tutti, e Maddy è una grande pettegola, non sia mai che passasse la madre di David, sarei rovinata" strinse le mani intorno al volante. Non sapevo se queste fossero le voglie da donna incinta oppure semplicemente era in fase pre-mestruale, ma non era assolutamente carino coinvolgere anche me nelle sue paranoie. Le amiche tra loro dovevano essere solidali, invece di essere costantemente una spina nel fianco. In ogni amicizia c'era la tipa super figa, guarda caso, nella maggior parte dei casi, bionda e spesso molto stupida. Poi c'era l'altra, la sfigata, la poveretta che era costretta a risolvere i problemi di tutti. Io però avevo un prezzo, ed era molto alto, infatti avevo stilato una corposa lista su tutti i favori da restituirmi. Erano così tanti che avrebbe potuto finire in bancarotta fraudolenta.
"Va bene ma giuro che ti uccido" scesi dall'auto, guardando con astio e diffidenza l'insegna della farmacia. Una voce nella mia testa, la parte più sensata e saggia, mi incitava, con ragionamenti validi e convincenti degni del miglior sofista, a svoltare l'angolo e cambiare strada. Tuttavia, non so come, arrivai davanti alla farmacia, maledicendo me stessa. Mi animai di un grandissimo respiro ed entrai. Nonostante i capelli legati e gli occhiali da sole scuri, quando fuori c'era un sole da spiaggia californiana, appena spinsi la porta, sentii la maggior parte degli occhi su di me. L'odore di disinfettante e pulito saturava l'aria, mentre avevo la spiacevole sensazione che tutti gli sguardi fossero puntati su di me.
Mi feci largo tra gli scaffali e raggiunsi il reparto non consono ai minori. Non soltanto per i contesti del loro utilizzo ma anche perché loro erano i principali nemici della nostra esistenza. Feci scorrere lo sguardo sullo scaffale, fin quando tra preservativi, gel e altro, non trovai i test di gravidanza. Centinaia di test, di vario genere, così tanti che a confronto la costituzione americana non era nulla, ed era questo il problema. Era scientificamente provato dall'alba dei tempi, che noi donne odiavamo scegliere. Il nostro principale difetto? La scelta, soprattutto quando c'erano più di due alternative e quando queste riguardavano un paio di scarpe o il cibo. Ecco perché ci mettevamo tanto tempo a fare shopping o a far la spesa, perché da ciò dipendeva il nostro benessere, soprattutto emotivo. Non c'era niente di più piacevole di assaporare, dopo una giornata intensa, un pezzo di cioccolata.
Presi il test e mi guardai attorno, dopo essermi accertata che non c'era nessuno che conoscevo, coprii il mio acquisto con un braccio, avvicinandomi al bancone. Allungai il test alla cassa e il tizio mi squadrò con un tale sguardo sprezzante, tanto da farmi assottigliare gli occhi e reggere la sua occhiata. Era un farmacista, possibile che non avesse mai visto una donna comprare un test di gravidanza? Ecco questa era la conseguenza della vostra natura da zotico animale. A voi interessava soltanto ficcarlo ovunque, scaricando su di noi tutte le conseguenze e questo piccolo test era direttamente proporzionale alla vostra incontinenza. La Durex avrebbe potuto provvedere a una campagna del genere, una gravidanza, soprattutto se indesiderata, poteva essere un ottimo sport motivazionale
"10 dollari" presi il portafoglio mentre lui faceva lo scontrino. Sporsi i soldi mentre il farmacista imbustava il test, ce l'avevo quasi fatta ad uscirne illesa ed ero pronta a buttare un sospiro di sollievo
"Amber!" o quasi. Mi voltai malvolentieri mentre Loren mi sorrideva e gli angoli delle sue sottili labbra rosse si piegavano, generando delle piccole rughe. I capelli bianchi, erano arricciati in una pettinatura molto anni 50.
"Salve signora Caldwell" il mio sguardo si posò sul test mentre la madre di David mi baciava le guance. I suoi orecchini di perle mi solleticavano la guancia. Era minuta e bassa ma sempre elegante e di classe. Una delle poche donne che ammiravo sinceramente, d'altronde non era affatto facile crescere due gemelli da sola, ma alla fine il risultato era stato ottimo "come state?" allungai velocemente la mano per prendere la bustina, sperando che non fosse così trasparente da mostrare il suo interno
"molto bene, grazie, cosa ci fai qui, non ti vedo mai" Nascosi velocemente la busta dietro la schiena e temporeggiai, Kat meritava di essere strozzata a dovere.
"Ehm..." mi guardai attorno alla disperata ricerca di un'illuminazione "aspirine... sono venuta a comprare delle aspirine per il mal di testa, ultimamente ho dei frequenti mal di testa" mi sforzai di terminare quel piccolo sproloquio, sperando che la mia piccola natura da bugiarda potesse funzionare ancora. Il liceo serviva a molte cose ma soprattutto ad insegnarti a trovare scuse e raccontare 'piccolissime' bugie.
"Studiare e lavorare non è facile, i ritmi sono piuttosto stancanti" posò la mano rugosa sul mio viso e mi accarezzò la guancia, feci un cenno d'assenso prima di cadere nella disperazione totale. Le sue parole avevano risvegliato in me il terribile ricordo di tutti quei capitoli da recuperare, con le date degli appelli che si avvicinavano. Per non parlare del doppio turno che mi attendeva questa settimana. Quasi quasi avrei iniziato a cercare tra gli scaffali qualche anti-depressivo per aiutarmi
"ogni tanto fa bene rilassarsi"
"si, certo, mi rilasserò" ingozzandomi di cioccolata e riducendo sua nuora in pezzettini "ora devo proprio andare, è stato un piacere rivederla" mi allontanai e scappai il più velocemente possibile da lì.
****
Più il tempo passava più aumentava il mio livello di impreparazione per queste situazioni. Katherine si era chiusa in bagno con il test da più di 10 minuti e ormai avevo terminato tutta la lista dei possibili nomi per la/il mia/o nipote, sperando vivamente che non fosse come i gemelli. Questa volta avrei nascosto bene tutti i miei dvd da qualsiasi mano infantile. Guardai la porta del bagno, sperando che si aprisse ma naturalmente non fui accontentata. Estrassi il telefono e chiamai l'unica persona in grado di risolvere quella situazione
"Wilson"
"Dimmi il problema, tesoro" si percepirono dei rumori di sottofondo, la voce di Kurt che mi invogliava ad aspettare un attimo, poi il silenzio. In momenti del genere quella musichetta dei call-center aiutava "eccomi, parla" il tono di Kurt si fece leggermente serio, Wilson era la nostra parola d'ordine che usavamo quando la situazione iniziava a farsi difficile, come in questo caso. Ero quasi tentata di sfondare la porta e l'avrei fatto nel giro di 5 minuti.
"Vieni immediatamente qui, Kat pensa di essere incinta, è chiusa in bagno da più di 10 minuti con il test, sembra non voler uscire, ho bisogno di te e porta anche una vaschetta di gelato, anzi un bel po' di vaschette di gelato, siamo in 4 adesso" ordinai mentre mentalmente facevo il conto alla rovescia, avvicinandomi alla porta.
"Ricevuto Roger" Kurt riattaccò e con il palmo della mano colpii ripetutamente la porta "Katherine, alza quel culetto da Kim Kardashian e muovi quella bocca dandomi gentilmente tue notizie, altrimenti butterò giù la porta" sentii dei passi, altro che buone maniere, le minacce erano la soluzione migliore. Veloci ed efficaci, utili per irrobustire il corpo e lo spirito. Era per questo che eravamo forti e tenaci, perché eravamo stati cresciuti a suon di pantofole e mestoli lanciati, il terrore di qualsiasi bambino.
"Kurt, sta arrivando e tu devi riprenderti, porterà il gelato" continuai per darle un piccolo incentivo di incoraggiamento. Finalmente la porta si spalancò e fui tentata di gettare un sospiro di sollievo. Non ero pessimista, mi consideravo più realista, ma mi ero seriamente preoccupata.
Kat deglutì, aveva lo sguardo stralunato e l'espressione sbigottita, le labbra rosate lievemente schiuse, in mano reggeva il test
"sono incinta" si girò verso di me, si inumidì le labbra "aspetto un bambino" girò il test e mi mostrò quella linea che indicava la positività
"eh...congratulazioni!" Inizia un po' titubante ma mi ripresi in ultima battuta. La mia migliore amica, però, non sembrava essere il ritratto della gioia materna. In momenti come questi mi trovavo completamente impreparata, consolare le persone non era mai stato il mio forte ed ero sempre molto impacciata. Studiavo legge, non psicologia, diamine! Sospirai, avrebbero potuto brevettare un manuale su come comportarsi nelle faccende interpersonali e nella comunicazione. Il campanello suonò e sia io che Kat ci voltammo verso la porta, io con gratitudine, lei con un pizzico di paura.
"È Kurt, l'ho chiamato quando tu eri in bagno, ha portato il gelato" questo sembrò destarla per un momento. Senza molti preamboli, andai ad aprire
"è...?" annuii, Kurt sgranò lo sguardo e si precipitò dentro, lasciando le buste di gelato sul tappetino, era stato davvero 'gentile'. Le raccolsi, per essere gelato non era affatto leggero, doveva essere ipercalorico, cosa c'era lì dentro, calcestruzzo?.
Quando entrai, Kurt e Katherine erano già abbracciati appassionatamente, roteai gli occhi al cielo, arricciando il naso. La mia non era indivia o gelosia, semplicemente avevo incontrato io Kurt per prima, avevo stretto io amicizia con lui, ci tenevo a sottolineare il soggetto io, Katherine era sopraggiunta dopo, diventando una specie di terzo incomodo.
"È fantastico!" Sprizzando gioia da tutti i pori, immaginavo già lo shopping ossessivo in vista del nuovo arrivo. "Non vedo l'ora di diventare di nuovo zio" assottigliai lo sguardo, oh no, non mi avrebbe rubato anche questo nipote, Thomas and Elvire lo amavano, non poteva prendersi anche questo. "Tu e David vi siete divertiti molto" ammiccò maliziosamente
"usiamo sempre preservativi, la maggior parte delle volte, ma qualche settimane fa non l'abbiamo usato, David li aveva dimenticati" un lusso che soltanto le coppie sposate, e neanche tanto, potevano permettersi. Kat si lasciò andare 'dolcemente' sul divano, allungando la mano, assomigliava molto a una foca spiaggiata in quella posizione, afferrò da dentro la busta la vaschetta di gelato. Non so con quale assurda abilità, riuscì ad aprire la vaschetta senza difficoltà con l'utilizzo delle unghie. Forse era vero che certe abilità potevi svilupparle soltanto dopo essere diventata madre.
Si mise a sedere ed immerse il dito nel gelato, portandoselo in bocca. Il bello dell'essere incinta, anzi forse l'unica cosa positiva? Era il cibo. Avresti potuto mangiare tutto, ingrassavi, sì, ma avevi una giustificazione valida e per di più avresti ricevuto anche i complimenti per la tua bellezza. Come si diceva, chi bella voleva apparire un po' doveva soffrire, ma questo era un prezzo troppo alto da pagare.
"Non so come dirlo a David, non so come reagirebbe, un terzo bambino non era in programma" mormorò con la bocca piena. Improvvisamente, mi sembrava di avere un terribile deva-jù, risalente a due anni prima. Quando mi aveva detto che aspettava un bambino e anche lì non era in programma. Aveva già fatto il test e parlato con David. Io non avevo reagito per i primi 30 secondi, poi il mio telefono era finito a terra, passando tra gli spazi dei gradini in lamiera delle scale di emergenza e facendo un volo di due piani. All'inizio pensavo fosse uno scherzo ma una volta visto il test, ero quasi svenuta. Scherzavo spesso sul fatto di diventare zia ma non avrei mai pensato che il mio desiderio potesse realizzarsi così velocemente. Una volta elaborata la notizia, ero corsa negli spogliatoi maschili, alla ricerca di quel bastardo che aveva messo incinta la mia migliore amica. Non era stata una buona scelta, visuale a parte, entrare mentre c'erano più di una ventina di muscolosi adolescenti in asciugamano, non faceva di te una puritana. I miei sogni non erano mai stati così licenziosi, ma per mesi ero stata lo zimbello della scuola. Ero diventata la spiona del liceo. Forse se magari mi fossi fermata a riflettere un po', mi sarei risparmiata un anno di prese per i fondelli e schiamazzi inutili, ma in quel momento non avevo pensato alle conseguenze, solo a tirare per l'orecchio David (per fortuna, vestito) e a portarlo fuori di lì. Una volta fuori, l'avevo preso e l'avevo spintonato contro il muro, minacciandolo a morte. Esperienza più traumatica di sempre, parole sue.
Kat ci aveva raggiunto, poco prima che mi beccassi una bella denuncia. Da lì è solo storia
"Un bambino è una cosa meravigliosa!" Tralasciando quando era sveglio e attivo "poi sarebbe fantastico avere un altro nipote" lanciai un'occhiataccia a Kurt, con i primi due era riuscito nel suo intento ma non avrei mai lasciato anche questo nelle sue mani. Avevo ancora qualche possibilità per realizzare la mia aspirazione di Zia per Amica. "Potresti disegnare sui suoi boxer una cicogna e lasciarli sul letto quando si spoglia" sospirai, scrollando le spalle, gay o non, gli uomini erano davvero una strana e insensata specie.
"Stasera quando torna dal lavoro, metti i bambini a nanna, lo coccoli un po' e gli dai..."suggerii
"la notizia bomba" precisò Kurt "vedrai, andrà tutto bene" la rassicurò, beh, tranne per loro due e il marmocchio, tre figli erano un arduo compito.
****
Se mai fossi stata incinta, mio figlio sarebbe stato un gelato al pistacchio e stracciatella. Ero così gonfia e piena di gelato che avrei potuto vomitarlo. Avevo capito la lezione, mai mangiare con una donna gravida, avresti finito per essere il suo cestino dei rifiuti e condividere il suo peso. Avrei voluto dimagrire con la stessa velocità con cui mettevo peso, sarebbe stato una grandissima benedizione dal cielo.) Mi lasciai andare in tutta la mia anti-femminilità e gonfiezza sul letto, pronta per andare in letargo e svegliarmi in primavera. Chiusi gli occhi e cercai di appisolarmi, contando i punti della costituzione americana...altro che pecore. Mi beai di quel silenzio, fin quando non sentii dei passi
"Amber, dove sei?" Percepii la porta spalancarsi e il mio sogno infrangersi, purtroppo non era il bel principe azzurro
"Dylan, sono stanca, lasciami dormire" mi girai di dorso, senza aprire ancora gli occhi
"avrai tempo per dormire durante il viaggio, alzati e prepara la valigia, domani pomeriggio partiamo per New York" Sgranai gli occhi...cosa?"
Mi scuso per il ritardo assurdo ma con l'inizio della vita universitaria, non ho avuto un briciolo di energia, infatti non so quando pubblicherò il resto. In realtà avevo pensato di mettere in pausa la storia o eliminarla ma non mi sembra giusto nei vostri confronti, quindi ho deciso di continuarla, anche se a rilento. Grazie mille per la disponibilità!Baci
-Astrad
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