Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 14

Mi calai la mascherina sul viso, all'altezza del naso e della bocca e lentamente, con un movimento della mano, schiusi la porta. Mi sentivo un po' come Meredith Grey in una versione solo più apocalittica. Ci mancava soltanto la canzone dell'esorcista e sarebbe stato un film horror con i fiocchi. The Ring mi avrebbe fatto un baffo. Immaginavo già le pareti sporche di sangue e il pavimento scricchiolare mentre i rami degli alberi battevano contro la finestra a causa del vento. Per un attimo, ebbi voglia di tornare indietro ma mi feci forza. Era assolutamente certo che in ogni film horror, alla fine, si salvasse la ragazza o il ragazzo un po' più sfigato, che riusciva a cavarsela, dopo che erano morti tutti i suoi amici. Mossi un passo titubante, non entravo in quella stanza da più di due settimane e non avevo la più pallida idea di ciò che avrei visto. L'ultima volta avevo assistito a una discarica di lattine, come i pezzi di un domino. Entrai. Una debole e soffusa luce entrava da un piccolo spiraglio della finestra lasciato dalle tende. Perfino il sole sembrava intimorito ad entrare in quella stanza. Mi feci avanti e in un gesto rapido, spalancai le tende, lasciando che la polvere svolazzasse nell'aria, illuminando l'ambiente. Diedi uno sguardo in un giro, ma forse sarebbe stato meglio se non l'avessi mai fatto. Era peggio di quanto pensassi, più che una stanza sembrava una discarica, peggio di qualsiasi armadio femminile. Il letto era disfatto, con le lenzuola tra il pavimento e il materasso, su comodini e cassettoni c'erano scarti di cibo mentre i vestiti erano sparpagliati a terra insieme a degli oggetti radioattivi non identificabili, simili a delle macchie che lontanamente conservavano ancora il loro aspetto originale. Per non parlare dell'ammasso di vestiti sporchi, grande quanto una piramide, situato in un lato della stanza che stranamente continuava a reggersi ancora in piedi. Avevo quasi paura che improvvisamente da lì sarebbe potuto uscire qualcosa. Mi guardai intorno, notando un paio di boxer sulla tv, un metodo per asciugarli davvero molto originale, e piccole macchie bianche sulla sedia della scrivania, sperai vivamente che non fosse ciò che pensavo. Trattenni un conato di vomito, non osavo toccare la mascherina, chissà come doveva essere l'aria...
Sussultai quando percepii il rumore della porta del bagno che si apriva. Mi voltai e il mio sguardo si posò su una nuvola di vapore, più che da una doccia sembrava essere appena uscito da una sauna. Dylan entrò nel mio campo visivo e mi bloccai, scossa da un improvviso moto di imbarazzo. Era in boxer, con un'inquietante papera al centro che chiedeva di essere accarezzata, proprio lì sul cavallo. Il petto erano nudo e mi sorpresi io stessa nel constatare l'addome slanciato e asciutto, definito al punto giusto, a quanto pare aveva ancora un filo di virilità che non si era perduto in mezzo a tutta quella schifezza. Anzi, non era per niente male. Scossi la testa, per destarmi da quei pensieri e alzai lo sguardo, mancava soltanto che iniziassi a sbavare per lui. Un brivido di orrore mi attraversò la schiena, mai, non sarebbe mai successo! A costo di morire intossicata in quel catrame.
"Addirittura la maschera, sono sul serio così tossico?" sorrise mentre annuivo con quella stupida mascherina ospedaliera che mi faceva apparire come il medico dell'Allegro Chirurgo in procinto della sua prima operazione su un modellino. Ma in quel momento, quella mascherina bianca, rappresentava la mia unica ancora di salvezza. "Sbrigati a vestirti ed esci" mormorai, scandendo lentamente le parole e abbassai lo sguardo. Inarcai un sopracciglio, stretta in una mano aveva una papera, una di quelle di gomma che producevano un fastidiosissimo suono "perché hai una papera di gomma?" la indicai
"è un'anatra"
"no, sono sicura che sia una papera, è anche gialla" lo corressi e mi lanciò un'occhiata fulminante
"non puoi dirle queste cose, si offende" incrociò le braccia al petto, guardandomi seriamente "chi? La papera?" mi incenerì con lo sguardo "...l'anatra di gomma?" mi corressi "non sei abbastanza grande per fare il bagno con un giocattolo?"
"e voi donne non siete grandi abbastanza per andare in bagno da sole?" questa non era esattamente la risposta che volevo. Noi donne avevamo tutto il diritto di poter andare in due, era una legge universale e naturale, altrimenti chi mai ci avrebbe tenuto la borsa o la porta, qualora fosse stata rotta? Poi chi mai ti avrebbe aiutato a risistemare trucco e capelli, dopo? Era un sistema altamente collaudato, ormai.
"Meglio che non ti dia una risposta, altrimenti dovrei farti un papiro con tutte le motivazioni" scrollò le spalle e uscì dalla stanza, ritornando poco dopo, senza più nessun pupazzo, rigorosamente sistemato nello sgabuzzino. Non sapevo cosa potesse esserci lì dentro, se una specie di santuario delle anatre o peggio ancora, e non volevo scoprirlo, anche perché Dylan mi aveva impedito di avvicinarmi. Quando ritornò, prese dall'armadio un paio di pantaloni e una maglia, sperai vivamente che fossero lavati e profumati. Una volta vestito, mi seguì fuori da quella discarica che chiamava stanza. Quando fui abbastanza lontana da quella porta, mi tolsi la mascherina, inalando una bella boccata d'aria
"perché sei entrata nella mia stanza?" domandò con la testa piegata nel frigo, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Più lo guardavo e più mi pentivo di avergli chiesto di venire con me, avrei potuto chiedere a Jim. Per un minuto rimasi a valutare l'idea, Jim sicuramente non mi avrebbe creato problemi, anzi sarebbe stato perfetto...forse un pochino troppo. Mia nonna sicuramente lo avrebbe elogiato e proposto come un potenziale candidato per una storia romantica. Adorava essere il cupido della situazione. Amava l'amore in tutte le sue sfaccettature e per questo non aveva avuto problemi ad accettare l'omosessualità del figlio.
"Per parlarti riguardo a domani e darti alcune dritte" se si fosse presentato come suo solito, chissà cosa sarebbe successo e dovevo impedirgli qualsiasi errore
"perché? Sono perfetto così" ignorai la sua battuta da sbruffone, se lui fosse stato perfetto così, Chris Hemsworth avrebbe dovuto sul serio essere il dio Thor.
 "Innanzitutto non devi commettere nessun guaio o fare qualche commento inopportuno, devi essere gentile ed educato. Niente tute ma vestiti decenti e sistemati un po' quei capelli, non fare tardi ma comportati come una persona matura. Non dire nulla sulla tua vita che abbia a che fare con quello che sei. Mi raccomando, usa le buone maniere anche a tavola e cerca di non sporcarti" conclusi sotto il suo sguardo tra l'attonito e il terrorizzato "praticamente devi essere l'opposto di quello che sei, una persona completamente diversa, di Dylan Jones deve rimanere solo il nome, chiaro?"
"Non posso prometterti l'impossibile" sospirò "ma vedrò comunque cosa posso fare, hai detto che tua nonna fa i brownies migliori della città, vero?" annuii 
"ed è anche una bravissima cuoca" i suoi occhi si accesero di interesse e piegò le labbra in un malizioso sorriso
 "sarò il miglior coinquilino che la terra abbia mai visto" avevo i miei dubbi a riguardo, ma apprezzavo lo sforzo.

****

Mi chinai, sperando vivamente che la gonna fosse abbastanza lunga e attaccata alle gambe da non risalire fino ai glutei. L'ultima cosa che volevo era mostrare uno dei pochi doni di madre natura all'intero vicinato che conosceva mia nonna, sarebbe stato d'una vergogna inaudita. Mi sistemai i capelli, litigando con un ciuffo che continuava a ricadermi sull'occhio sinistro, lo scostai, dando uno sguardo a tutto il resto. Non c'erano occhiaie o zampe di galline sotto i miei occhi, le guance erano enfatizzate da un velo di blush, per avere un incarnato luminoso ma naturale, e per niente pallido, cosa impossibile.  Qualunque nonna, anche con chili e chili di illuminante e fard, ti avrebbe sempre considerata pallida. In quel momento, però, con soltanto un po' di cipria in volta mi sentivo quasi una fashion blogger . Sorrisi, distendendo l'estremità delle labbra quanto più potevo, come se avessi avuto una gigantesca macchinetta in bocca, per controllare la presenza di qualche macchia sui denti. Sembravo una di quelle povere e sfortunate ragazze pubblicitarie che invece di essere prese per lo spot sull'igiene dentaria, venivano scelte per l'apparecchio. Perché naturalmente nel giudizio comune, la macchinetta, gli occhiali e i brufoli, venivano sempre associati agli sfigati.
Finalmente, richiusi la bocca, massaggiandomi lievemente la mandibola, terribilmente indolenzita. Diedi un ultimo sguardo ai miei vestiti senza neanche una macchia e mi allontanai dalla portiera dell'auto, prima che qualcuno iniziasse a guardarmi con diffidenza e divertimento. Finalmente pronta per qualsiasi test di valutazione materno, mi avviai verso il campanello. Bisognava essere sempre impeccabili quando ci si presentava dalla nonna, potevano essere davvero molto esigenti. La perfetta combinazione tra uno chef, un medico e un preside, ottima come metal detector. Bastava un'occhiata e avrebbe potuto fare un'analisi dettagliata di quello che avevo assunto o fatto, nelle ultime ventiquattro ore. Controllai velocemente l'alito, per accettarmi che non sapesse di vino. Prima di arrivare, ero stata da Katherine e come sempre, bere un bicchiere di vino era diventata una consuetudine quasi sacra. Bussai, contenta che il mio alito sapesse di menta. Mia nonna mi aprì con il suo insostituibile mestolo e il grembiule da cucina, quello bianco con la scritta 'La migliore cuoca della città' con un cuore accanto. Mi sorrise e non appena misi piede all'interno, un delizioso profumo agitò il mio stomaco, vuoto da questa mattina. Era ormai una questione scientificamente confermata che bisognava andare dalla nonna, senza aver toccato cibo, altrimenti il tuo stomaco sarebbe schiattato. Potevo già sentire il terribile suono della bilancia scricchiolare, piangendo i chili di troppo. In una situazione del genere avrei voluto disperatamente affogare i miei dispiaceri in un bel calice di vino e un tavolino su cui poter sfogare tutto, in una versione più imbarazzante di quella di Bridget Jones.
Mia nonna mi strinse in una presa che avrebbe fatto invidia a qualsiasi lottatore di wrestling. I suoi capelli grigi, un tempo di uno splendido biondo cenere, mi solleticarono la guancia mentre il suo profumo alla cannella mi avvolse, sorrisi, poteva anche avere 67 anni ma per me sarebbe rimasta sempre la donna più bella che avessi mai visto. Mio padre Owen aveva ereditato i suoi occhi verdi con una spruzzatina di marrone intorno alla pupilla. Le rughe sulla fronte e intorno agli zigomi alti erano portate con grande orgoglio sul volto dalle tonalità olivastre e dalla fisionomia a diamante.
"Che bello vederti, cucciola" il suo accento italiano era sottilissimo e non tanto marcato ma dopo tutti questi anni, avevo imparato a percepirlo. Al telefono, però, non si scorgeva per niente, a causa di quel fastidioso effetto metallico. 
"Anche per me, Mom" sapevo bene il significato di quella parola e non c'era niente di più adatto per descrivere il mio affetto per lei, era sempre stata come una mamma.
"Il tuo coinquilino?" Mi guardò, inarcando lievemente il sopracciglio con una punta di sospetto "verrà tra un po'" o almeno speravo, stamattina mi aveva avvisato che avrebbe fatto tardi per un improvviso e misterioso impegno, mi augurai vivamente che non mi desse buca e neanche che arrivasse ricoperto di sangue e con il corpo di qualcuno nel cofano. Mia nonna annuì, 
"basta che non arrivi troppo tardi, altrimenti il cibo si raffredda" essendo da parte di madre di origini italiane, sua madre era di Messina, e avendo vissuto da piccola in Italia, aveva lo stesso carattere deciso e duro, quasi autoritario con il pugno di ferro, tipico della donna del sud. Per non parlare delle sue abilità culinarie, purtroppo non ereditarie.
"A proposito, Mom, cosa hai fatto di buono?" la seguii verso la cucina, le piante di basilico erano illuminate dal sole, mentre lunghe catene di peperoncini rossi, pomodori e aglio erano appese accanto alla finestra, dove erano sistemate piccole piante di basilico. La farina ricopriva il tavolo e due pentole bollivano sui fornelli 
"Pappardelle con panna e funghi, polpette con mozzarella e patate e melanzane a funghetto" una deliziosa cena all'italiana "Amber potresti tagliarmi il pane?" Annuii, un compito idoneo alle mie capacità. Quel poco che sapevo fare in cucina era tutto grazie a lei. Presi il coltello e con lo sguardo la seguivo mentre preparava l'impasto dei brownies, il mio stomaco brontolò e provai a metterlo a tacere, senza riuscita. Il mio intestino implorava senza un minimo di ritegno e allora fui ben attenta mentre rubavo un po' di pane, mia nonna era molto intransigente su queste cose. Prima di mangiare non si poteva toccare cibo. Allungai la mano ed ero quasi riuscita a prendere una fetta, quando suonò il campanello, sussultai e per poco non feci cadere il vassoio.
"Deve essere lui, tu inizia a mettere a tavola questa roba, io vado ad aprire" mia nonna si pulì le mani, si tolse il grembiule, sistemando i capelli, gli orecchini scintillarono, si alzò e andò ad aprire. Feci ciò che mi aveva chiesto e sentii dei mormori seguiti da alcuni passi, le voci continuarono a crescere, fin quando mia nonna comparve con uno splendido sorriso seguita da un uomo. Dylan entrò e per poco non trasalii quando lo vidi, cosa diavolo...?
Indossava un completo due pezzi, un'elegante giacca nera e un paio di pantaloni della stessa tonalità. Non l'avevo mai visto con un abito formale, che fosse diverso da quell'insulsa tuta. I capelli erano leccati indietro con un filo di gel, scoprendo la sua larga fronte e mettendo in risalto i suoi occhi grigio antracite con qualche spruzzata di azzurro. Il mento era glabro, lasciando il suo viso liscio e squadrato. Sorrise e il suo sorriso arrogante mi svegliò da quello stato di trans in cui ero caduta. Più lo guardavo e più interiormente mi schiaffeggiavo per potermi destare da quella specie di sogno. Chi diavolo era l'uomo che avevo davanti? Fui quasi sul punto di stropicciarmi gli occhi.
"Ciao Amber, scusa il ritardo" si avvicinò e allungò la mano, la guardai con una punta di diffidenza, tentennando prima di stringerla.
 "Dylan, prego accomodati, io vado a sistemare le ultime cose" mia nonna ci lasciò da soli e non appena scomparve, staccai la mano come se mi avesse elettrizzata
 "per un attimo ho pensato che non saresti venuto" chissà dove aveva trovato quegli abiti, ma dovevo ammettere che gli donavano 
"ho avuto un piccolo contrattempo" si slacciò la giacca facendola scendere lungo le larghe spalle strette in una camicia azzurra, provai ad ignorarlo ma stranamente il mio cervello sembrò del parere opposto. Prese posto accanto a me e ad ogni movimento il tessuto si piegava, delineandosi sui suoi muscoli. Scossi la testa mentre mia nonna ci raggiunse con un vassoio, soltanto nel vedere quei meravigliosi e dorati crostini con olio, pomodoro, mozzarella e peperoni, accompagnati da melanzane arrotolate, con pomodorini sopra e uno stuzzicadenti  mi fece salire la fame a mille. Dylan guardò quel vassoio esattamente come me, come un povero morto di fame che per la prima volta vedeva un cibo commestibile.
Le candele sulla tavola, gettavano ombra sui piatti bianchi dai piccoli motivi floreali che ben presto furono coperti da circa cinque crostini. La cosa peggiore della fame? Un desiderio incontrollabile e uno stomaco insaziabile. Avresti potuto divorare anche il camioncino dei gelati, mettendo su decine di chili, senza aver riempito la pancia. Utile anche contro i dolori mestruali, a quanto pare il nostro organismo adorava vederci ingrassare. "Sono veramente deliziosi" il mio coinquilino prese un crostino con occhi luminosi, era quasi buffo, sembrava un bambino in festa per il più bel regalo di Natale. Di nuovo il mio sguardo  si fissò su di lui, come una falena attratta dalla luce. Mentalmente cercai di sostituire la sua immagine con quella del Dylan abituale, snervante, odioso e folle, che avevo imparato a conoscere.
"Grazie" con una grazia e una femminilità che io mai avrei potuto possedere, gli sorrise, ricevendo in cambio, un altrettanto smagliante sorriso. Erano passati più di dieci minuti e ancora Dylan non aveva mostrato segni di squilibrio, un traguardo davvero ammirevole, da un soggetto come lui.

La serata, per mia incredibile sorpresa, proseguì in maniera fluida, fin troppo. Dylan si comportò alla perfezione, fu gentile, per niente arrogante e riempì mia nonna di sinceri complimenti per la bontà di quei piatti. In effetti, era la verità, Mom si era superata con le sue pappardelle. Inoltre, oggi avevo scoperto molte più cose sul suo conto che in tutto questo mese. Aveva studiato architettura a Yale, laureandosi con il massimo dei voti ed era stato in quasi tutti gli stati degli Stati Uniti. Non avrei immaginato che avesse una vita tanto...facoltosa.
"Davvero, Adeline" nel giro di un'ora, i livelli di confidenza erano schizzati alle stelle "è tutto squisito, non ho mai assaggiato niente di così buono" come anche quelli delle adulazioni. Oggi avevo scoperto un nuovo lato del mio coinquilino, quello da perfetto ruffiano "dovrebbero esistere più donne come te" mi lanciò uno sguardo e sentii la sua frecciatina colpirmi dritto dritto al cuore 
"perché? Amber non cucina bene?" Per poco non mi strozzai con l'acqua, raccontavo molte cose a mia nonna ma ne avevo nascosto altre, come il mio rapporto non molto idilliaco con la cucina. Sperai vivamente che sotto la mia sedia, si aprisse una voragine per inghiottirmi. Immaginavo già le parole che Dylan avrebbe potuto dire. Mi morsi la lingua, provando a cercare una soluzione che riuscisse a giustificare anni e anni di tentativi culinari miserabilmente naufragati.
"Diciamo che non abbiamo molte occasioni di pranzare o cenare insieme, abbiamo entrambi i nostri impegni" rispose con pacatezza mentre risistemava il tovagliolo sulle gambe "ma in quelle poche volte possibili, non ha deluso le mie aspettative anche se deve fare esperienza, ma sono sicuro che con una nonna del genere potrà migliorare ancora di più" lo guardai attonita, avevo sentito bene? Mi tirai leggermente il lobo dell'orecchio, magari si era improvvisamente ostruito ma purtroppo il mio udito funzionava alla perfezione. Mia nonna lo guadava, annuendo con il capo
 "non voglio essere ancora più invadente di come sono già stata, Dylan, ma al momento di cosa ti occupi?" Ci si metteva anche mia nonna, adesso? Eravamo arrivati ai livelli di amicizia da social network, come facebook. Ancora una volta, mi bloccai alla sedia con la testa in subbuglio per elaborare una possibile soluzione. Abbassai la mano sotto il tavolo e conficcai le unghie nella sua carne attraverso il tessuto dei pantaloni, erano veramente morbidi, dovevo ammettere che erano di un'ottima qualità. Avrei dovuto chiedere dove li avesse comprati, così avrei potuto avere un'alternativa in più per il compleanno di mio padre. Tuttavia, era davvero strano che un tipo come lui, che passava le sue giornate chiuso in stanza oppure partecipando a quelle stupide rimpatriate adolescenziali, potesse permettersi qualcosa del genere, anche perché, avendo stabilito quel prezzo per il condominio a me e ad altri coinquilini, riceveva relativamente poco. Un punto che destava ancora più sospetto. Strinse la mascella ma non cedette, mi lanciò uno sguardo, inarcando un sopracciglio dinanzi al mio sguardo incredibilmente sospettoso. "Sono nel campo immobiliare, possiedo alcuni appartamenti in città e fuori, tra cui Boston, due a New York, tre a Philadelphia e alcuni ad Austin." Questo spiegava i pantaloni, ritirai la mano sotto la sua espressione soddisfatta.
 "È davvero ammirevole avere la tua età ed essere già pienamente inserito nel mondo del lavoro, purtroppo attualmente è sempre più difficile trovare qualche impiego soddisfacente" mia nonna mi aveva sempre invogliata a cercarmi qualcosa di più ambizioso e più conforme ai miei desideri. Era contenta che lavorassi in pasticceria e mi trovassi incredibilmente bene, ma desiderava vedermi in uno studio legale o in un tribunale, a dare il meglio di me. "Sì, ma quando hai degli obiettivi in mente,  per quanto possa essere difficile, niente è così impossibile" asserì "Amber, sa molto bene dove vuole arrivare e sta studiando per questo e sono sicura che diventerà un brillante avvocato."
"Lo penso anch'io" chinai il viso per concentrare la mia attenzione sul bicchiere vuoto, diventato inspiegabilmente interessante mentre sentivo un lieve rossore salire fino alle guance. Adoravo i complimenti, andiamo a chi non piacevano? Tutti, soprattutto noi donne, eravamo nate per essere adorate e contemplate...okay, okay, un po' troppo? Ricapitolando, eravamo un po' come i gatti, amavamo essere accarezzate e coccolate, era nel nostro gene. Quindi ragazzi, i complimenti erano davvero importanti, soprattutto quando si trattava di una ragazza.
Con la coda dell'occhio, diedi un piccolissimo sguardo al mio coinquilino, notando il volto chino sul piatto. La mandibola si muoveva quando masticava i brownies, facendo irrigidire il mento. Scorgevo il movimento lento e fluido delle sue labbra piene e con più attenzione provai ad osservare quel piccolo neo vicino al naso che avrebbe fatto risaltare tutto. Un po' come la ciliegina sulla torta, deliziosa. Strinsi gli occhi ma non riuscii a vedere nulla, neanche quando si girò, chiamato da mia nonna. Dove diavolo era finito il suo neo? Per un secondo, mi convinsi del fatto che forse avevo preso un grandissimo abbaglio e che non esistesse nessun neo. Purtroppo, le mie facoltà cognitive erano ancora perfettamente funzionanti.
"Vado a prendere un'altra teglia" mia nonna scomparve in cucina e in sala scese un pungente silenzio. La mia bocca scalpitava per far uscire le parole che voleva, uno dei miei più grandi difetti era la mia linguaccia, non riuscivo mai a tenerla a posto e questo mi aveva procurato non pochi problemi. Soprattutto quando avevo spifferato a tutta la famiglia, che il vecchio cugino di mio padre Owen, portava il parrucchino, oppure che il minimarket a due isolati da qui, vendeva senza richiedere i documenti, alcolici e altro ai minorenni del quartiere. Peggio ancora, quando avevo rivelato che la mia compagna di classe, Olivia Harris, la più popolare della scuola, aveva starnutito nel piatto e poi l'aveva mangiato.
"Mi sembri strano" girai il busto verso di lui e con la sedia mi avvicinai, provando ad avere lo sguardo da detective che ti metteva sotto torchio, incalzandoti con continue domande affinché sputassi il rospo. Uno di quelli da poliziotti cattivi che si aspettava di vedere la macchia di urina sui pantaloni.
"In che senso? Poi smettila di guardami così come se ti avessi ucciso il cane o ti stessi pestando il piede" mandò giù un sorso d'acqua, provando ad eclissare la mia presenza. 
"Il neo?" domandai "il neo che avevi, dov'è finito?" precisai, si toccò la guancia e per poco non si strozzò,si colpì con alcuni pugni l'addome. La sua pupilla si dilatò ma riuscì comunque a mandare giù il sorso "non so di cosa stai parlando" scostò la testa e si alzò per aumentare la distanza tra di noi, feci lo stesso "ti sarai sbagliata"
"oh no, sono sicura di non essermi sbagliata" mi alzai, lo presi per le spalle con il mio solito comportamento poco femminile e lo spinsi contro la parete "si può sapere chi sei? Non puoi essere Dylan" o forse ero io che stavo dando i numeri, stavo sicuramente andando fuori di testa. Lui mi guardò, sgranando gli occhi, aprì e chiuse la bocca, prima di zittirsi. Lo misi alle strette, attendendo una sua risposta. Allungò le mani, portandole sulle mie per liberare le spalle, dolcemente mi scostò e si sistemò il colletto della giacca prima di parlare.Sospirò
"sono Ash...il fratello gemello di Dylan".

*Rullo di tamburi*
Amber era quasi sul punto di scoprire il nostro Ash/Dylan ma come sappiamo lui ne sa una più del diavolo. Tuttavia, adesso le cose si complicano, non trovate?Per anticipi, passate sulle mie pagine "Le storie di Astrad" e "le_storie_di__astrad". Ne approfitto per farvi gli auguri di Buona Pasqua in anticipo, mi raccomando, mangiate un sacco!Baci
-Astrad

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro