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Capitolo 12

I capelli erano uno dei più grandi accessori di noi donne: valorizzavano il viso, lo snellivano e enfatizzavano lo sguardo. Doveva essere sfoggiato in ogni contesto ed era anche la ciliegina sulla torta per un look perfetto. Avere una bella capigliatura faceva sul serio la differenza, e avere un taglio adatto, poteva rivelarsi un piccolo indizio sulla propria personalità. Tuttavia, i capelli ricci, lisci, mossi che erano, potevano essere un'enorme seccatura. Per molte donne e soprattutto per la sottoscritta, rappresentavano un grandissimo problema. La nostra era una relazione assai strana, un rapporto altalenante tra amore e odio, la voglia di tagliarli e di farli crescere. Le donne avrebbero potuto sopportare tutto, ma mai un paio di forbici e le ciocche che rapidamente cadevano a terra. Un infarto istantaneo. A cosa serviva allora il parrucchiere per noi, vi sarete chiesti? Naturalmente, per il colore ed aggiustare, dare volume, luminosità ai nostri capelli. Esisteva però un piccolo gruppo di donne, amate e disprezzate dalla maggioranza, che riuscivano a compiere questa drastica impresa, sia perché avevano un fegato duro e anche perché avevano un viso che si adattava a qualsiasi taglio. Poi c'ero io che, come la maggior parte delle ragazze, non riusciva ad avere neanche lontanamente una pettinatura decente adatta alla fisionomia del mio viso.
Sputai la saliva con il dentifricio nel lavabo e mi guardai allo specchio. Medusa mi avrebbe fatto un baffo, non avevo nulla da invidiare a lei o alle sue sorelle. I miei capelli erano una massa di nodi aggrovigliati da sembrare tanti piccoli serpenti. Li toccai, constatando quanto fossero crespi, avrei dovuto utilizzare delle cesoie, invece del pettine. In momenti come questi, la capacità di poter pietrificare con un solo sguardo mi sarebbe stata di grandissimo conforto. Sarei potuta andare liberamente in giro, in qualsiasi stato, senza perdere tempo a fare lo shampoo, invece no. Con un sospiro, mi animai di santa pazienza, di shampoo e di phon, pronta per cimentarmi in un'agguerrita battaglia a colpi di spazzola e nodi. Un lavoraccio che purtroppo mi toccava fare.

Dopo circa un'ora, di cui 20 minuti mi erano serviti per dare ai capelli un aspetto più o meno presentabile, 10 minuti per una veloce doccia e il restante per decidere cosa indossare, ero finalmente pronta. Sperai soltanto che il tempo continuasse a rimanere così e che quelle candide nuvole non si trasformassero in presagi di tempesta. I miei capelli sarebbero diventati gonfi ed elettrici a causa dell'umidità, mandando a quel paese la mia fatica. Mi lisciai la camicetta con una piccola coda che per fortuna, copriva i miei glutei troppo definiti nel leggings di Katherine che ancora dovevo restituirle.
Presi la borsa e tuttavia, prima di uscire, giusto per sicurezza, presi l'ombrello. Kat mi aspettava davanti all'ingresso, nella sua auto, una Mini Coupé cabrio bianca con il tettuccio aperto, insieme a Kurt, che mi rivolse un'occhiata compiaciuta, dietro un paio di occhiali da sole.
Quando la mia amica mi vide, bussò per incitarmi a fare in fretta mentre dietro di me il signor Lambert, ovvero Mr Scrooge, scuoteva il capo. Entrai in auto, dietro, tra i sedili posteriori, in quello che per tradizione era il posto di Kurt. Traditore.
Chiusi la portiera, facendo attenzione a tirare la coda della camicia che era appena aggrovigliata e quando ci riuscii, Katherine si inoltrò nel traffico mattutino mentre il ladro di posto, usando lo specchietto retrovisore, mi sorrise. Mi sembrava di essere tornata ai bei vecchi tempi liceali quando ti dedicavi a una meritata pausa, saltando le lezioni per andare in giro, con l'unica differenza che al tempo, c'era Bezzy.
Bezzy era il maggiolino del nonno di Kat, che ci aveva accompagnato in tutti i nostri 'tour', nonostante i suoi problemi e i rumorini cigolanti. Era un po' il cimelio della famiglia... passato di generazione in generazione, fin quando non aveva trovato la pace eterna con un ultimo ed esasperato respiro 5 anni fa, quando provammo a raggiungere New York. Tuttavia, una cosa da allora non era cambiata, la guida della mia amica. A detta di David, sua moglie aveva la guida di un maschiaccio, fatto assolutamente fondato. Kat guidava in modo davvero spericolato, avresti dovuto avere uno stomaco d'acciaio per poter rimanere in macchina più di un'ora con lei, un'arte che nel corso degli anni avevo affinato, dopo tanti sacchetti e fermate in mezzo alla strada. Ora mi bastava semplicemente tenere il finestrino aperto.
"Ora che sei tornato, cos'hai intenzione di fare?" Kat diede un'occhiata al suo passeggero davanti mentre io cercavo di tenere a bada i capelli che si agitavano a causa del vento. Il tettuccio aperto poteva essere una vera maledizione, soprattutto quando c'era quell'odiosa brezza che ti copriva gli occhi come una coperta di lana.
"Ho sentito che il nostro liceo sta cercando un insegnante di teatro, dopo che la precedente ha mollato tutto per fuggire con un finanziere" sorrise, la più grande aspirazione di Kurt era quella di ottenere una cattedra come docente di recitazione, un mestiere che univa due delle sue grandi passioni, amava l'ambito teatrale e gli piaceva anche insegnare. Dovevo a lui, tutti quei miei voti alti ai test di fisica, chimica e biologia, era davvero un bravo insegnante, sarebbe stato il preferito da tutti gli studenti.
"Il Cambridge Rindge&Latin School?" mi sporsi in avanti, in mezzo a loro, Kurt annuì.
"In effetti avevo sentito di questo pettegolezzo, la signora Brown dopo la separazione dal marito, per incompatibilità caratteriali -in realtà, era stato licenziato dal lavoro e sperperato tutti i soldi- aveva conosciuto questo finanziere su un sito online" Kat mi lanciò un'occhiata ma scossi la testa, avevo già espresso la mia idea su quest'argomento "comunque, quando ne ha avuto l'opportunità, ha abbandonato tutto, lasciando i ragazzi da soli a prepararsi per lo spettacolo di fine anno tra tutte le migliori scuole dello stato, il preside Hughes è andato su tutte le furie" a sentire quel nome, un piccolo sorriso comparve sui volti di tutti e tre, il preside Hughes era stato dirigente anche nel periodo in cui frequentavamo il liceo, diciamo che in cinque anni aveva avuto l'opportunità di conoscerci piuttosto bene. All'epoca, dirigeva la scuola già da tre anni al mio ingresso e Kat aveva passato così tanto tempo da lui, che si scambiavano ogni tanto gli auguri per le festività via email.
"Vedrai che otterrai il posto" allungai una mano, rubando i suoi occhiali da sole e sistemandoli sopra la testa per dare una regolata ai miei capelli. "Comunque, ragazzi dove andiamo?" Kat rallentò guardandoci mentre io e Kurt ci scambiavamo una lunga occhiata d'intensa, c'era solo un posto dove poter andare per la prima uscita in onore dei vecchi tempi e poteva essere solo Harvard Bridge, patria di improbabili e futuri incontri, bevute, odiosi gabbiani, intense riflessioni sulla vita e di figuracce storiche.

****

Quando aprii la porta di casa, mi aspettavo di vedere un corpo steso a terra di un pallido quasi cadaverico oppure macchie di sangue che sporcavano il tappeto, o peggio ancora la signora Lambert che ordina a Zeus di divorare Dylan ma non c'era nulla che confermava i miei sospetti. Anzi, il mio coinquilino era sfortunatamente vivo e vegeto, fin troppo...
Dylan mi aspettava con un sombrero in testa, delle maracas in mano e un paio di baffi finti, quelli da quattro soldi, sintetici e ricurvi, che gli conferivano un aspetto da vero idiota. Non tutti gli uomini erano adatti per portare la barba e il caso voleva che si trattasse della maggior parte di loro. Una barba folta, ben curata e sistemata poteva essere incredibilmente sexy e dare quell'aspetto virile e sexy, un po' da maschio alfa che desideravano. Invece, la maggior parte della popolazione femminile, inclusa la sottoscritta, trovavano solo uomini con radi filetti di barba oppure menti lisci come il sedere di un neonato. Oppure, peggio ancora, una barba non curata che rendeva l'uomo simile ad una specie di orso primitivo, lontano anni luce ad avvicinarsi anche apparentemente al canone di bellezza di una donna. I gusti erano gusti e potevano essere anche molto vari, ma a nessuno piaceva avere King Kong come fidanzato.
"È un altro dei tuoi cosplay? Perché se è così preferivo l'altro" inarcò il sopracciglio ma non mi lanciò nessun'occhiata sprezzante, sembrava invece volermi ignorare volutamente. Aveva sbattuto la testa?
"Oggi è il Welcome's food" notando la mia occhiata stralunata, aggiunse "il primo giorno del mese, bisogna mangiare pietanze di una nazionalità a scelta" quelle parole mi diedero modo di riflettere sul fatto che nel mio immaginario sembrava essere passata già un'eternità da quando mi ero trasferita in questo condominio, dove non avevo trovato neanche un briciolo di pace e serenità, in realtà era trascorso solo un misero mese. Quattro lunghissime settimane in cui ero stata assalita da un branco di nerd-cosplayer, vecchie pettegole, cani enormi, tv rubate, cd distrutti, bucato rovinato, acqua fredda, serate a tema, per non parlare poi di quel fuori di testa del mio coinquilino. "Indovina che nazione ho scelto?" guardai il sombrero
"spagnola?" Azzardai, mi lanciò un'occhiata e sospirò, come se volesse mantenere l'irritazione, beh, eravamo in due
"no, messicana" mosse le maracas, producendo un suono simile a quello di un sonaglio, a causa dei semi che si agitavano al suo interno "hai comprato quello che ti ho chiesto?" Gli mostrai le due buste che tenevo in mano, c'erano così tante spezie e salse forti che avrei potuto appiccare un incendio. Nel giro di un'ora avevo ricevuto 12 chiamate, le prime tre erano passate totalmente inosservate, le altre cinque, volutamente non considerate ma alle ultime quattro ero stata assalita dalla preoccupazione, anche perché non era da lui chiamarmi così assiduamente. Però era da lui, eccomi se lo era, chiamarmi per idiozie. Mi aveva contattato per 'invitarmi gentilmente' a fare la spesa, gli avevo risposto per le rime, abbandonando il mio linguaggio da ragazza adulta per abbassarmi a volgarismi di strada, con una bambina di 9 anni che mi guardava incuriosita, accanto alla sua 'fantastica' nonna. L'anziana aveva mostrato dapprima uno sguardo sorpreso, poi mi aveva lanciato un'occhiata riprovevole, uno di quegli sguardi smorfiosi che volevano farti sentire in colpa, e aveva trascinato via la nipote mentre la bambina chiedeva ingenuamente alcuni significati, non troppo scurrili ma rigorosamente vietati ai minori di 12 anni. Quindi, mi ero trascinata al supermarket più vicino, imprecando lentamente. Una volta arrivata alla cassa, la commessa del supermercato all'angolo, mi aveva guardato con sospetto che si era trasformato poi in uno sguardo di femminile conforto quando avevo rivelato il destinatario, ovvero uno stupido idiota. Le nostre menti si diressero verso un unico pensiero: quello di farlo esplodere in mille pezzettini. Mentre passava i prodotti sul nastro, pettegolavamo su come preparare una cena davvero con il botto, letteralmente, ma ciò, tuttavia, non era bastato ad avere un piccolo sconto. Avevo perso 10 minuti della mia vita, inutilmente.
Posai le buste sulla penisola della cucina e quando mi girai, notai il suo sguardo esigente posato su di me, aggrottai la fronte mentre si sedeva, tirando fuori gli ingredienti e sistemandoli davanti al mio sguardo. Avevo come la netta e spiacevole sensazione che non fosse un caso, ma che dietro al suo gesto si nascondesse un oscurissimo presagio. "Ora hai tutto quello che ti serve per cucinare" sorrise lentamente, più che un sorriso assomigliava a un ghigno crudele, mentre indicava i fornelli dietro di me. Ricordate il mio rapporto altalenante con la cucina? Ecco, stava sprofondando di nuovo. In quest'ultimo mese, me l'ero cavata abbastanza bene, quando mangiavamo insieme, lui non si era lamentato, anche se era insopportabilmente esigente e critico. Tuttavia, avevo cucinato sempre piatti che conoscevo e avevo esperienza alle spalle, non ero... diciamo pratica con le nuove ricette.
"Non penso sia il caso, non ho mai cucinato una pietanza messicana, non sono esperta di piatti stranieri" cercai di salvarmi da quella scomoda sensazione.
"Te la caverai benissimo" più che un complimento, mi sembrava che a spingerlo a dirlo fosse il desiderio di assistere a una scenetta divertente "non sei male a cucinare, basta anche qualcosa di semplice" il suo sorriso si ampliò in una linea crudele "non so, lavori in una pasticceria addetta anche al pranzo, possibile che non hai mai visto come si fanno i tacos, sono una specie di sandwich, no?" Lo guardai di sbieco, interdetta, mi stava implicitamente stuzzicando, avrei quasi detto che mi stesse sfidando. Non accettare, significava perdere e lasciargli il campo libero a prese in giro, unite a una buona dosa di sarcasmo pungente. Accettare, invece, era un po' come camminare alla cieca, c'era una possibilità di riuscita ma anche un'alta percentuale di umiliazione. La scelta non era molto facile ma la vigliaccheria non era mai stata parte di me e ciò mi spinse verso un'azione suicida. Strinsi i denti dinanzi alla sua aria compiaciuta.
Senza macchie di qualche cibo e con i capelli ordinati, il suo volto risaltava di più. Era come se finalmente riuscissi a vedere il vero Dylan Jones, risorto da quella nube di squallore in cui versava, fatta eccezione per i baffi da cowboy.
Mi girai verso i fornelli e presi la ricetta da Internet, i tacos erano una tortilla fatta solitamente con farina di mais, ripiegata su se stessa. Le nostre tortillas, però, non erano quelle autentiche proveniente direttamente dal Messicano, ma erano più 'industriali' con un ripieno più semplice, con spezie 'messicane' e piccanti, pomodori crudi, formaggio grattugiato e su richiesta anche carne.
"Allora, io lo voglio con manzo, pomodoro, un pizzico di peperoncino e spezie" nella mia testa, sbuffai e feci come quando ero al lavoro, immaginai di tappargli la bocca con lo scotch o riempire la sua gola di cibo fin quando non si fosse gonfiato come un pallone, scoppiando in mille pezzi. Quel pensiero mi strappò un sorriso e accesi i fornelli mentre sentivo i suoi passi, seguiti dal volume della tv.

Alla fine, potevo dire che non erano un'opera culinaria adatta per Masterchef, ma comunque poteva andare, più o meno. Gordon mi avrebbe cacciata, sgridata e umiliata in prima visione nazionale e transazionale, deridendo il mio piatto mentre speravo vivamente che i miei capelli fossero in ordine e che le luci non mi rendessero troppo pallida. Dovevo mostrarmi al meglio in ogni situazione ma avevo la sensazione che in quell'occasione mi sarei ritrova a piangere come una fontana, appigliandomi, in una melodrammatica scena, alla gamba di uno dei giudici per smuovere pateticamente la loro indulgenza. Sistemai i tacos sul piatto, li avevo un po' cotti troppo, si erano appena induriti e la superficie si era leggermente abbrustolita, diventando di una tonalità più dorata, ma nel complesso sembravano niente male. Li sistemai sul tavolo e sentii dietro di me una sinistra presenza che mi sovrastava con la sua altezza. Li esaminò attentamente con uno sguardo critico.
Diede il primo morso, provai ad ignorarlo ma con la coda dell'occhio osservavo il movimento della sua bocca e della mandibola, per vedere una reazione -speravo positiva- sul suo viso.
"Non è malissimo, o meglio perlomeno è mangiabile, il tacos è troppo duro, la carne non ben cotta, non è piccante abbastanza, il tuo punteggio è un 6-, avresti potuto impegnarti di più" scosse la testa mentre dalla tasca prese carta e penna, scarabocchiando sopra qualcosa ma decisi di sorvolare, concentrandomi sul mio tacos ancora fumante, ne diedi un morso, masticando lentamente. In effetti, era un po' duro e doveva essere un po' più speziato ma la carne era cotta. Continuai a mangiare, nella mia tanta agognata pace dei sensi, se non fosse stato per un fastidioso rumore di denti che sbattevano e strisciavano sulla superficie.
"Puoi smetterla di mangiare a bocca aperta?" provai a guardarlo negli occhi ma ogni tanto la mia attenzione ricadeva sulla sua bocca aperta e i suoi denti che frantumavano il pezzo di tacos, facendo saltare quel miscuglio ridotto in mille pezzettini sul palato. "Come, così?" parlò con la bocca aperta e un pezzettino di pomodori finì sul tavolo, il mio stomaco si strinse in una morsa. Posai la metà rimasta del tacos sul piatto mentre lui divorava il suo, improvvisamente mi era totalmente passata la fame, soprattutto quando osservavo i movimenti della sua lingua
"te lo mangi quello?" indicò il mio resto "no, è tutto tuo" glielo spinsi davanti con una punta di disgusto, sorrise e lo divorò in tre morsi, lasciandomi completamente scioccata, bisognava avere una capacità di elasticità della mandibola incredibile. Non appena finì, mandò giù mezzo bicchiere d'acqua, si pulì le labbra con il tovagliolo e per finire in bellezza, si prodigò anche in un sonoro rutto. Avevo seri problemi nel considerarlo un uomo civilizzato, forse era un lontano parente di Tarzan.
"Tu e il gay vi siete divertiti stamattina? So che ti è venuto a prendere." Era un suo tentativo di conversazione?
"Non chiamarlo così, il suo nome è Kurt" una ruga solcò la mia fronte mentre il mio istinto da mamma orsa si risvegliava in me, ero sempre stata protettiva nei confronti della mia famiglia ma soprattutto di Kurt, con lui il mio senso materno raggiungeva i limiti massimi. Era un ragazzo incredibile, possedeva una gran sensibilità e una capacità di rialzarsi che era difficile da trovare, non dopo quello che aveva passato. I suoi genitori l'avevano accettato, seppur con qualche titubanza, la sua famiglia, invece, tutt'ora faceva fatica ad ammetterlo, si limitava ad ignorarlo, come se fosse un problema per cui non era stata ancora trovata una soluzione. A scuola la situazione non era stata delle migliori, anzi era peggiorata, c'erano cose che andavano oltre il concetto di scherzo e anche di umanità. Atti che non si limitavano al puro scherzetto ma calpestavano la dignità di una persona, qualcosa di inalienabile, soltanto perché aveva un modo di amare diverso dal nostro.
"Cosa sei gelosa? Bisogna solo vedere se di lui oppure del fatto che dovete gareggiare per lo stesso ragazzo" scoppiò a ridere e la mia rabbia crebbe, lo guardai di sbieco, stringendo i pugni, c'erano limiti che neanche io riuscivo a sopportare.
"Ascoltami bene, puoi prendere in giro qualsiasi cosa io faccia, dica, come mi vesto e come cucino ma non ti permetto di scherzare su di lui, gli omosessuali non meritano delle angherie del genere, possono essere all'altezza di qualsiasi uomo o donna etero, quindi non dire stronzate" asserii con convinzione sotto il suo sguardo incredulo, incrociai le braccia al petto
"è un argomento che ti sta particolarmente a cuore, vedo..." mormorò con cautela. Mi ricomposi
"i miei genitori sono gay, sono nata attraverso una madre surrogata ma ciò non significa che i miei non avevano così tanto amore come una madre o non erano adatti per essere genitori, semplicemente non potevano. Da quando sono nata mi hanno dato e dimostrato tutto l'amore di questo mondo, si sono presi cura di me, sono stati in grado di ascoltarmi e di provvedere a me. Essere genitore non significa per forza essere uomo o donna, quello significa procreare, significa crescere, accudire e amare un bambino." Mi impegnai in una fervida e accesa requisita degna di Cicerone quando accusò in tribunale Catilina, che alla fine mi ritrovai quasi senza fiato ma perlomeno l'avevo messo con le spalle al muro. Dylan mi guardò in un modo strano, come se lo avessi sorpreso così tanto che a stento mi riconosceva
"va bene, scusa" voltò il capo in una smorfia, mormorando a bassa voce come un ragazzino imbronciato ma nonostante il timbro lieve, riuscii a comprendere le sue parole che mi lasciarono completamente a bocca aperta, era la prima volta che chiedeva scusa. Un evento più unico che raro e che sarebbe passato alla storia, un po' come il Boston Tea Party un evento non importante come la guerra civile o altri, ma che trovava il suo spazio nei libri per essere ricordato. Ecco, quella parola che per 5,9 miliardi di persone non significava nulla, per me, era un piccolo passo per il raggiungimento della mia beata convivenza "è stato difficile..." misurò attentamente le parole "crescere?"
"intendi per il giudizio degli altri?" annuì "diciamo che quando ero piccola, guardando gli altri bambini, vedevo le loro mamme e mi venivano dei dubbi, ma non si trattava di tristezza o cose del genere, i miei mi amavano, anche un po' troppo, era più curiosità. Fin da piccola i miei mi hanno sempre spiegato, logicamente nei termini e nel linguaggio di una bambina di 5 anni, che al mondo esistono tanti tipi di famiglia, quelle cattive possono trovarsi in chiunque come quelle buone, semplicemente io sono capitata in quella e sono stata molto felice di essere nata nella mia famiglia."
Diverso non era sinonimo di sbagliato, era una minoranza, un modo di amare che però andava rispettato e difeso. Ero fiera di far parte di questa 'minoranza'. Non soltanto per questo e per essere sempre stata coccolata, ma soprattutto perché i miei genitori erano davvero fuori dal normale. Diciamo che erano dei soggetti davvero teatrali e davvero molto versatili, un po' come Johnny Depp, tralasciando la mia attrazione per l'attore.
Il mio coinquilino si rilassò sulla sedia, piegando la schiena contro lo schienale mentre congiungeva le mani sull'addome, in una versione più giovane e meno panciuta del mio professore di terza media, Mr Holand. Un simpatico cinquantenne calvo, con una bella pancetta, una voce bassa e affabile, un viso tondeggiante, con guance rosate che alla fine dell'anno aveva deciso di mettermi in croce con i suoi stupidi quiz attitudinali sui problemi adolescenziali.
"Beh, allora dovresti essere fiera di te" mi fece un largo sorriso d'intensa e per la mia prima volta da quando ci eravamo conosciuti, sembrava che tra di noi avesse iniziato a nascere un piccolo rapporto.
Si alzò dal tavolo "e comunque, non montarti la testa, ti concedo solo questo giorno, domani torno normale" aggiunse dietro le mie spalle, provocandomi un sorriso. Quel nuovo Dylan mi sarebbe mancato come una torta al cioccolato.

Come promesso, dopo una settimana ecco il nuovo capitolo, spero vi piaccia. Questo capitolo mi sta particolarmente a cuore, perché ho voluto espressione un concetto importante. Ogni singola persona su questa terra ha il diritto di poter amare liberamente chi vuole e la società ha il dovere di garantire questo con tutti i mezzi possibili. Spero sarete d'accordo con me. Grazie mille

-Astrad

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