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AMICHE, MARMI E PASTA DI MANDORLE #concorsooperadarte #afterdarkitalia


Preparare una valigia per un week-end cultural-rugbistico a Roma è sempre drammatico: le quantità di vestiario, accessori e calzature sono sicuramente sproporzionate al tempo che si starà via. Ma andiamo per gradi: il maxi trolley di Carpisa azzurro è perfetto, ci infilo dentro di tutto; dallo stivale col pelo e suola da arrampicata al tacco tredici, dalla felpona pile modello Everest, al completo figo per andare in giro per locali, cosmetici di ogni foggia, asciugacapelli, sia mai che all'hotel dove vado ogni anno lo abbiano staccato dal muro, un paio di borse, sciarpe, guanti e cappelli, cuscino per lo stadio o mi si devasta l'osso sacro, ombrello, medicine, biancheria e pigiami, spine varie, carica batterie e monili.

Tutto pronto. Si parte. Dopo una veloce corsa in taxi verso la stazione, mi accomodo al mio posto sul Frecciabianca delle 5,09. Le ore di viaggio scorrono veloci fra sonnellini, merende e sorrisi di circostanza ai vicini di scompartimento.

Mentre dal finestrino scorgo la cupola di San Pietro, squilla il telefono, è Giulia, la mia amica romana che è venuta a prendermi in stazione; ha già recuperato Chiara, palermitana, sul binario proveniente da Fiumicino, e adesso tutte e due stanno aspettando me in fondo alla mia piattaforma. Finalmente di nuovo insieme; saluti, abbracci e gioia ci accompagnano alla metro, in meno di un'ora abbiamo lasciato le valigie in hotel e siamo pronte per andare a visitare Roma.

La città eterna ci accoglie con una grigia e umida giornata di pioggia, mista a un caldo sicuramente fuori stagione per essere a febbraio, diciotto gradi: un incubo!

Giulia indossa un delizioso cappottino verde acceso, brillante come lei e le sta pure benissimo; Chiara ha un giaccone in lana cotta grigio e morbido, che mette in risalto la sua figura minuta, mentre io ho il piumino da inverno pesante, veramente troppo pesante...

Ci incamminiamo verso San Pietro, la piazza è ancora adornata dal Presepio e dal grande abete addobbato per Natale, continuiamo a passeggiare per le vie della città, con la pioggia che non ci lascia tregua, perciò io ho l'idea del secolo:

«Perché non andiamo a visitare un museo, almeno siamo al chiuso? Qui dietro c'è Castel Sant'Angelo direi di approfittarne».

E così facciamo. Allegre e saltellanti entriamo nello storico palazzo del Papa e, quando siamo ormai dentro, ci accorgiamo che il percorso previsto per i visitatori è quasi tutto all'aperto. Non solo i giardini, ma anche i cannoni, le palle dei cannoni, il Passetto è tutto sotto la pioggia.

Dopo tanto girovagare troviamo delle sale finalmente al chiuso, sorvegliate da una stanca addetta, seduta su una seggiolaccia da ufficio, che ripete ossessivamente e con la vivacità di una zanzara spiaccicata sul muro, la solita cantilena:

«No photo, no picture, thank you.»

Inutile dire che è diventata la colonna sonora della visita; noi siamo felici e all'asciutto, giriamo per le sale affrescate e improvvisamente ci troviamo in fondo a una minuscola scaletta, un budello dotato di scalini, dove chi sale e chi scende, finisce per schiacciarsi l'un l'altro, tanto è stretto questo passaggio che porta esattamente sotto la statua dell'Arcangelo Gabriele, sul punto più alto del palazzo.

Attendiamo pazientemente il nostro turno e saliamo. Si accede uno per volta su un piccolo ballatoio ai piedi dell'opera e da lassù si vede tutta Roma: un paesaggio meraviglioso. Chiara e io usciamo e ci godiamo il panorama; appena arriva il turno di Giulia si ode un grido animalesco, la poverina è investita da un monsone indiano di passaggio e torna dentro bagnata fino all'osso.

Lasciamo Castel Sant'Angelo solo dopo un doveroso tributo alla scrivania di Armando Diaz, Maresciallo d'Italia, e ci infiliamo in un caffè. E' il primo pomeriggio e visto che i nostri contatti non ci dicono dove alloggia la squadra francese, che alla fine dei giochi, il vero scopo della giornata sarebbe stato scoprire questo particolare; decidiamo di cercare un altro museo, che sia veramente dotato di mura e tetti. Dalla cartina vediamo che la Galleria Borghese dista da noi, una quindicina di minuti scarsi a piedi. La pioggia pare cessata e decidiamo di andare.

«Mi pare una grande idea, tra le altre cose è in atto una mostra di tutte le opere del Bernini, sarà interessante», dice Chiara.

Lei è sempre informatissima sulle mostre.

«Siii, ero piccola quando mi portarono a vedere il ratto di Prosperina, Prosantina, Prosaspina, insomma lei lì...», aggiungo io.

«Proserpina, Lele! Si chiama Proserpina», mi corregge Chiara, in preda allo sconforto artistico, lei che ha fatto studi Classici e che quando passa di fronte al palazzo della Corte di Cassazione si emoziona per ogni singola statua.

«E io che ho detto? Lo so, sono di un'ignoranza abissale; se si esclude la Barcaccia, del Bernini non conosco altro, o almeno non so che siano robe sue».

«Opere, si chiamano opere», continua la mia amica, sempre più triste.

Giulia ha la faccia di quella che è stata malmenata duramente, sentirmi parlare così della sua città l'ha devastata e il suo sguardo è un misto tra odio e pena, il suo sorriso dolce, adesso è contratto e l'espressione stizzita, perciò decide di apostrofarmi col peggiore delle offese che è solita usare, quella che utilizza per colpire mortalmente le persone e pronuncia il suo personalissimo insulto.

«Te ripudio!».

Ecco, anche oggi sono stata ripudiata!

«Via ragazze, ma veramente credete che non sappia di che stiamo parlando? Tralasciando la mia passione per la mitologia greco-romana, come potrei ignorare il gruppo scultoreo più famoso del mondo? ».

Tra una chiacchera e l'altra, arriviamo alla Galleria e varchiamo il sontuoso ingresso. Già di per se, il solo palazzo vale la visita, ma noi siamo lì per la mostra del Bernini.

Ci accodiamo a un gruppo di turisti valtellinesi e iniziamo il tour della personale. La guida ci illustra ogni opera con dovizia di particolari; di "Apollo e Dafne", ci spiega come sia considerata la statua più bella del mondo, come la fanciulla tenti di fuggire dalle braccia del dio saltando, ma non può, essendo già in parte trasformata in albero le cui radici la trattengono a terra, e come la mano del dio incontri corteccia invece che pelle quando la cinge. Bellissimo.

Passando a "Enea, Anchise e Ascanio" ci viene detto che si tratta del più antico dei gruppi scultorei appartenuti ai Borghese. Guardandolo non posso non chiedermi se fosse stato realmente così Enea.

«Secondo voi Enea aveva quella faccia lì quando scappò da Troia?» chiedo incuriosita,

«Leleeee, eri andata bene per un quarto d'ora! Se fai la brava, ti regalo un dolcetto in pasta di mandorle» ride Chiaretta.

«Ok, faccio la brava!». Figuariamoci se rinuncio a un dolcetto in pasta di mandorle.

Proseguiamo incontrando il "Davide" e "La Verità" e altre pregevoli opere, infine la raggiungiamo: posta al centro della sala c'è la statua più nota sul pianeta,

"Il ratto di Proserpina".

La scultura è semplicemente magnifica; la nostra accompagnatrice ci spiega ogni dettaglio, ci fa porre l'attenzione sulla lacrima che scende sulla guancia della ragazza, primo caso in assoluto di una raffigurazione marmorea con espressività facciale, ma a essere onesta non la seguo, sono accecata dalla perfezione di quest'opera che me ne riempio pensieri, occhi e occhiali.

La visita continua e al momento di uscire guardo commossa le mie due amiche ed esclamo:

«A Chiarè dammi er dorcetto!»

Nota autrice:

La prima parte di questo racconto è accaduta veramente: Giulia, Chiara e io, siamo andate veramente a visitare Castel Sant'Angelo in una calda e piovosa giornata di un febbraio rugbistico, nella foto sotto noi tre in piazza San Pietro, proprio di lato al Presepio.

farstone grazie per la gentile disponibilità

Nhurene vediamo come va a finire

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