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αστέρια

"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore" Disse Linda con fare sognante, usando lo stesso tono di un'abile narratrice di fiabe.
Da quel tetto di Arenzano si poteva contemplare l'intera volta celeste e i due ragazzi si sentivano parte integrante del cosmo.
L'Orsa Maggiore splendeva su di loro, evidente era il caccitore che inseguiva il povero animale. I setti astri erano così luminosi da abbagliare perfino i loro cuori, determinando una condizione di appagamento assoluta.
Le luci della città si estendevano in tutte le direzione e, il confine tra terra ed universo, sembrava essere svanito.
"Le stelle sono più vicine, se osservate con la persona giusta" Sospirò Mattia, provando ad immaginarsi ad un passo dal Grande Carro.
"Tu sai chi è la tua persona giusta?" Domandò Linda girandosi sul fianco, per poter guardare meglio l'amico.
"Forse, te?" Il ragazzo teneva le mani sotto la testa e sembrava completamente assorto nella sua meditazione. Aveva un leggero sorriso stampato sulle labbra, tuttavia si notava un briciolo di malinconia nei suoi occhi.
"Ci sta"
Linda sarebbe voluta rimanere su quel tetto per sempre. Si sentiva forte, potente e appartenente a qualcosa. La sensazione di passione che provava era incommensurabile e aveva l'impressione di trovarsi ai confini del mondo.

Mattia aprì la finestrella della mansarda, facendo strada all'amica. Si rifugiavano in quel luogo fin da quando si conoscevano e tutte le volte provavano le stesse emozioni della prima.
La camera del ragazzo rappresentava la sua personalità: libri e fogli sparsi in tutto l'ambiente, vestiti gettati alla rinfusa e modellini vari posizionati senza criterio. Blu, bianco e azzurro erano i colori dominanti e combaciavano perfettamente con l'essenza di quel luogo marino.
I due amici si lasciarono cadere simultaneamente sul letto e sospirano assieme.
"È come se La Serpe volesse prendersi tutto ciò che è mio"
"A me sembri solo megalomane"
"Non capisci"
"Hai ragione"
"No davvero"
"Credo che tu stia usando questo ragazzo come capro espiatorio"
"A cosa alludi?"
"Intendo dire che la vera guerra è contro te stessa. L'unico nemico che devi vincere è dentro di te"
"Credi che lui sia una creazione della mia mente?"
"No, la minaccia da lui rappresenta è una creazione della tua mente"
"Allora sono proprio brava a sognare"
"Semmai a fare incubi"
"Perché mi sta accadendo tutto questo?"
"Perché le tue due personalità sono in conflitto: brava Linda contro cattiva Linda. L'una sta cercando di prevalere sull'altra"
"Chi vincerà?"
"La risposta non esaurisce la questione"

Mattia già dormiva, sembrava un innocente diavolo. Si era lasciato gli occhiali. Linda glieli tolse con fare affettuoso e si girò su un fianco, dando le spalle all'amico.
In quelle ore si era dimenticata dell'esistenza dello smartphone e non si sorprese quando si ritrovò centinaia di messaggi arretrati.
La home di WhatsApp era colma di spazzatura, quella roba era priva di importanza e tormentava inutilmente la povera memoria del suo telefono.
Eppure, improvvisamente, la ragazza diventò Eva.
Il messaggio era la Mela.
Il mittente era il Serpente.

Linda, domani vieni qui. Perfavore.

Aprì le coordinate che le erano state inviate e salvò il posto sulle mappe. Ormai era iniziata la fine: quando Mario chiamava Linda rispondeva.
Senza esitazioni.
È un comportamento da pantere?

Per quanto si possa essere sicure, pericolose o invincibili, in certi quartieri è meglio tenere la testa bassa. Passare inosservati è l'unico modo per non avere problemi.
Sapersi muovere nelle strade è fondamentale per la sopravvivenza: è una legge che impari con il tempo e con l'esperienza.
In quell'uggioso sabato di Aprile, Via della Maddalena pareva ancora più infima e fatale. I vicoli stretti erano deserti, ma Linda sapeva di essere osservata: muri e finestre avevano gli occhi. Puzzava di fogna e di castro.
La ragazza si strinse nella felpa nera e tirò su il cappuccio, non voleva essere riconosciuta. Starete pensando che fosse pazza, ma in realtà è proprio così che ci si comporta per vincere il degrado. Dal momento che una persona sconosciuta passava di lì, si attivava una fitta rete di pseudo 007 che indagava sull'individuo che poteva minacciare la loro giungla.
Linda non capiva perché Mario l'avesse fatta venire fino a Genova e tantomeno perché l in un campo minato.
Una vecchia stava seduta su una sedia, proprio davanti ad un portone scalcinato. I capelli bianchi erano raccolti in uno chignon, le mani rugose appoggiate sul grembo e gli occhi erano attraversati da una luce viva, non erano spenti come quelli di una normale persona anziana. Seguì la ragazza con lo sguardo fino a quando svoltò l'angolo.
Linda si ritrovò in una strada ancora più angusta e buia, era così stretta da togliere il respiro ai polmoni. Le facciate dei palazzi erano a pezzi e sembravano avere la stessa consistenza del burro. Certi edifici erano messi così male che erano stati abbandonati, sicuramente di fretta.
Guardò il telefono e si rese conto che la posizione inviatale da Mario era proprio quella.
Intorno a lei c'erano solo edifici diroccati e sporcizia, nessuna traccia umana (apparentemente). Un gatto nero passò da parte a parte della strada, fissandola con i suoi occhi giallo fluorescente. Lei ricambiò lo sguardo.
Le venne in mente una cosa.
La soluzione è il problema.
Leggi meglio, si disse Linda.
Eureka.
La lampadina si accese.
Un ragazzo di strada provava sempre ad elevarsi, ad avvicinarsi al confine che è convinto di non poter raggiungere. Un po' come gli antichi, che costruivano piramidi, ziggurrat e templi per avvicinarsi alle divinità.
Rivolse lo sguardo verso l'alto.
Il sole bruciava e non riusciva a tenere gli occhi ben aperti, si era abituata al buio dei vicoli; oltretutto sembrava che il sole avesse voluto dimenticare quelle zone.
Ciò che vide confermò le sue teorie.
Linda entrò dentro un palazzo mezzo demolito, del quale rimaneva soltanto l'ossatura. Tutto era grigio e tetro, sembrava di stare dentro ad uno scheletro umano. Era estremamente pericolante e, facendo due calcoli amatoriali, constatò che non c'erano sufficienti colonne portanti per sostenere l'edificio.
Decise così di percorrere in fretta le varie rampe di scale. I pianerottoli erano crollati per metà e inquietanti buchi erano disseminati per tutto l'edificio: doveva stare attenta a dove metteva i piedi.
Arrivata al tetto, si rese conto che la giornata era rimasta uggiosa e che il sole visto in strada era stato soltanto un inganno della sua mente: il ghetto poteva giocare brutti scherzi.
Tirava vento, lassù, e salire non era stato facile, ma sua madre l'aveva abituata sin da piccolo alle scalate e alle salite, quando ancora lei stessa vedeva nel mondo le avventure che non aspettavano altro che essere vissute, prima che il grigiore della sua nuova vita l'addomesticasse: così non ebbe problemi di vertigini.
Il porto di Genova lavorava in lontananza e il puzzo di periferia pareva lontano anni luce. I gabbiani inseguivano i pescherecci e si potevano udire le loro grida.
Il tetto era piatto e cementificato, perfetto per chi aveva bisogno di pensare in solitudine.
"Qui anche un anatroccolo si sentirebbe un cigno"
Quando udì quella voce, il cuore di Linda divenne un'isola nell'infinito.

Spazio Autrice: Buongiorno ragazzi, cosa ne pensate di questo capitolo? Volevo invitarvi a leggere le storie del mio amico Samurott300
Grazie! ❤️

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