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Questione di sguardi

Era già da giorni che Linda discuteva con il suo ragazzo. Entrambi avevano sogni più grandi di loro. Già sapeva che quell'incontro sarebbe finito male, ma non si era preparata abbastanza ad affrontare una situazione drastica.
Attraversò qualche blocco di palazzi in degrado. Bambini che giocavano a pallone in mezzo alla strada. Spacciatori nei garage e ragazzi che fumavano in tutti gli angoli. Le anziane signore affacciate alla finestra, straziante dal caldo umido di quel pomeriggio di giugno.
Linda non temeva la periferia, era il suo regno. Sapeva come muoversi, proprio come una tigre nella giungla. Ogni suo passo era studiato e nessuno conosceva meglio di lei quella zona di Cogoleto. Sapeva come mostrarsi davanti alle persone più pericolose per evitare che le dessero fastidio e come nascondersi da quelli davvero pericolosi per evitare che la notassero.
La periferia è un sistema che funziona come la matematica, tutto sta al suo posto.
Linda si trovava in mezzo alle due palme che stavano ai lati dell'appartamento del suo ragazzo. Indugió sul campanello.
Si guardò un attimo indietro e non vide altro se non che l'oscurità della notte.
Suonò.
L'ansia aumentava ad ogni scalino che percorreva, effetto climax ascendente.
E poi lo vide. Appoggiato alla porta con quell'aria da cafone. Ebbe un tuffo al cuore.
La guardava avvicinarsi e da tigre quale si sentiva poco prima era diventata una preda.
Lui era il suo unico predatore.
Quando si trovarono faccia a faccia si studiarono per un po'. Poi lei gli passò avanti ed entrò, senza più voltarsi indietro.

Dopo qualche attimo di silenzio, Linda ruppe il ghiaccio.
"Suppongo che tu mi abbia chiamata per dirmi qualcosa" Studiava il caos di quella catapecchia. Era la casa più disordinata che avesse mai visto. Cataste di vestiti ovunque, apparecchi musicali sparsi sul pavimento assieme alle cartine e ai filtri.
"Si"
Finalmente riuscì a guardarlo, mettendo da parte la rabbia. I capelli neri che ricadono sul viso, la pelle olivastra che faceva contrasto con i pantaloni della tuta bianchi. Le labbra carnose chiuse e la mascella serrata. Lui voleva farle credere di essere un duro ma in realtà stava soffrendo come mai gli era accaduto.
Poi lo sguardo non poteva non cascarle sugli addominali scolpiti e sulle braccia muscolose. Il suo corpo era forgiato come una statua greca.
"Mettiti una maglia, Mario" Disse guardandolo con disprezzo.
"Sennò non ti concentri?" ribattè lui con il fuoco negli occhi. Ma quella luce di rabbia si spense subito e i suoi grandi occhi scuri assunssero un espressione mortificata.
Linda cacciò le lacrime.
Il ragazzo evitò di scusarsi, dato che era perfettamente consapevole che l'avrebbe solo fatta arrabbiare di più e si mise la prima maglia che trovò.
"Tu non vuoi mai, ma lo fai sempre" Linda non resistatette al suo istinto animale, in quel momento tirò fuori la tigre che era in lei e si avventó sul ragazzo.
Sentì il corpo di lui andare contro al muro e il suo cuore battere forte. Gli prese i capelli tra le mani e lo baciava, lo baciava con dolcezza e con passione. Quello era un bacio di due ragazzi disperati, che sfidavano le porte del dolore e della sofferenza.
E lui la stringeva, come se potesse scappargli dalle braccia. I loro corpi stavano danzando, ma dovevano resistere.
Lei gli tolse la maglia e lui la tolse a lei. Sentiva i muscoli contrarsi e la pelle umida, a causa del sudore.
Poi lui si staccò e gli prese il viso tra le mani.
"Linda così non riuscirò a fermarmi" Aveva gli occhi lucidi e le lacrime piano piano scendevano.
"Questo perché non lo vuoi" Disse lei, mentre cercava di trattenere le lacrime.
Mario non piangeva mai e la vista del suo ragazzo in lacrime la devastò.
"Io ti amo più di me stesso, ma devo seguire i miei sogni" Gli tremava il labbro e non riusciva a dire quella frase, quella fottuta frase che ripeteva allo specchio da settimane.
E non riusciva a smettere di toccarla, di stringerla, di baciarla. Lui la voleva, sia con l'anima che con il corpo. Ma, come si ripeteva da tempo, quando Tedua chiama, Mario risponde.
Quella ragazza era arrivata nella sua vita come un fulmine a ciel sereno e, nel corso della sua carriera musicale, non aveva mai previsto di innamorarsi così, di essere prigioniero dell'amore.
Lei si allontanò e lo guardò. Lui conosceva quello sguardo. Linda inclinava il mento e stringeva gli occhi quando era consapevole di qualcosa che non voleva sapere.
Si lasciò scivolare lungo il muro e si chiese cosa gli stava accadendo. Perché gli faceva così male?
Linda si sedette vicino a lui.
Passò qualche istante.
"Linda, questo non è un addio. Io ti amo e farò di tutto per rivederti il prima possibile..."
La ragazza annui.
"Proprio per questo è un addio. Abbiamo due sogni da inseguire e non possiamo concederci un arrivederci" La ragazza gli prese la mano.
Rimasero lì per un po', in silenzio. Non volevano lasciarsi, staccarsi dall'altro significava staccarsi da una parte di loro stessi. Il silenzio è la forma più alta della parola; comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano. Il silenzio è la gentilezza dell'universo.
Poi si abbracciarono, con una forza impressionante. Nessuno dei due aveva ancora realizzato che cosa stesse realmente accadendo.
Linda sentiva le lacrime di Mario scorrere sulla sua spalla nuda ed il suo era come un pianto di stelle, stupendo ed innocente.

Poi si staccò e senza dire nulla si avviò verso le scale.
"Addio allora" Disse Mario, con voce stroncata dal pianto.
Doveva farsi vedere forte da lui. Si girò per lanciargli un ultimo sguardo e dopo un istante cominció a scendere le scale.
Arrivata al piano successivo crollò.
Non sapeva neanche come si facesse a camminare e si appoggiò al muro con tutta la disperazione che aveva nel corpo.
Non sentiva più niente e non voleva più sentire niente.

Potevano essere le due, le tre o le quattro di notte. Forse era passato un giorno. Il trascorrere del tempo era l'ultimo dei suoi problemi.
In tutte quelle ore non aveva risolto un cazzo.
Proprio un cazzo.
La sua mente si trovava in un stadio di isolamento, i pensieri come ibernati. Il cuore in cancrena.
L'amore uccide e consuma. Come può una cosa così bella essere causa di un male così grande.
Si mise in piedi e decise di tornare a casa.
Le facevano male i piedi, la schiena e le ginocchia. La testa pulsava in modo insopportabile.
In lontananza le sirene di un auto della polizia, dei carabinieri o della finanza. Che importanza aveva?
Si trascinò giù e attraversò l'enorme casermone. I suoi passi riecheggiavano nel corridoio lungo e vuoto. Non si era mai sentita così sola.
Incontró un bambino.
Avrà avuto otto anni al massimo.
La palla sotto al braccio. Vestiti più grandi di almeno una taglia. Grandi occhi azzurri ed espressivi.
Linda si chiese cosa ci facesse fuori a quell'ora della notte.
Si guardarono a lungo. Il piccolo sembrava avere paura della ragazza. Effettivamente non aveva proprio una faccia fresca. Occhi rossi e gonfi, pelle pallida.
Poi sentì delle grida, provenienti da un appartamento lì vicino. Da quanto erano forti sembrava che potessero buttare giù la porta e le pareti fini.
Linda fece due più due e capì.
Quel bambino non aveva buone prospettive nel suo futuro. Si sarebbe potuto salvare esclusivamente grazie alla sua volontà. Sperò che potesse trovare una passione nella quale mettere impegno, un qualcosa che lo togliesse dalla strada. Vuoi che sia uno sport, la musica oppure lo studio.
Un ultima lacrima rigò il viso della ragazza.
Qualcosa si ruppe all'interno dell'appartamento, probabilmente scaraventato da uno dei due genitori del bambino.
Si chinó, lui indietreggió ancora un poco.
"Ti va di cercare un bar aperto e prenderci un bel gelato?" Gli chiese porgendogli una mano.
Per qualche secondo rimase immobile, gli occhi sbarrati e leggermente impauriti. Era così piccolo nell'immensità di quel tetro corridoio.
Il bambino fece cadere la palla per terra e prese la mano della ragazza.
Era una visione alquanto insolita.
Un'adolescente e un bambino verso l'oscurità della notte. Le mani incrociate. La città incombeva su di loro, ma insieme avevano una forza industruttibile e incondizionata.

"Ti piace?" Il bambino si era avventato sul suo cornetto. Si leccava le labbra e poi ricominciava a mangiarlo. Avevano trovato un locale aperto ventiquattrore , una specie di autogrill. Si trovavano sulla strada provinciale.
Il barista li aveva guardati in modo curioso, chiedendosi che cosa ci stesse facendo quella coppia insolita.
Una lampada al neon illuminava il loro tavolo. Il tremolio della luce rendeva l'ambiente un po' inquietante.
"Io mi chiamo Linda" Cercò di tirar fuori uno splendido sorriso incanta bambini.
"Ciao" La voce era quasi impercettibile.
"Come ti chiami?"
"Diego" Rispose timidamente. Staccó una scaglia di cioccolato ed era palese che la stava facendo sciogliere lentamente, per godersi il gusto il più possibile.
"Sai che prima avevi davvero un bel pallone? Ti piace giocare a calcio?"
"Molto"
Era davvero timido, per farlo parlare dovevi cavargli le parole dalla bocca. Con troppe domande temeva di intimorirlo.
Così rimasero in silenzio, l'uno ad osservare l'altro.

Spazio autrice: Salve a tutti!! Cosa ne pensate della storia, vi piace? I personaggi sono interessanti? Avete capito chi è Mario??
Fatemi sapere, un bacio
:)

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