Pugile
7 giugno 2013, Cogoleto.
Sapete quale è il fascino del pugilato?
Esso funziona al contrario della vita.
Sul ring vai incontro al dolore, e vai incontro con tutta la forza che puoi per incassare il meglio possibile senza mai indietreggiare, con la consapevolezza che tutto quello che potrebbe farti male ce l'hai davanti, che niente ti colpirà alla nuca approfittando di una distrazione momentanea, che nessuno giocherà alle tue spalle. Non ci sono traditori sul ring, nessuna bugia in quel quadrato, perché il pugilato è onore, il pugilato insegna a crescere, insegna ad essere uomini, il pugilato è magia, il pugilato è la follia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede, tranne te. Perché essere pugile non significa soltanto colpire, ma, prima di tutto, imparare a ricevere i colpi. A incassare. A fare in modo che quei colpi facciano meno male possibile. La vita non è altro che un succedersi di round. Incassare, incassare. Tenere duro, non cedere. E colpire al posto giusto, nel momento giusto.
Mario prendeva a pugni il sacco, guardando la gomma deformarsi al contatto. Le nocche avevano inziato a fargli male, qualcuna addirittura sanguinava, ma non gliene importava nulla.
Il sudore gocciolava per terra, i muscoli chiedevano pietà, il sacco ballava.
La palestra era deserta e l'unico rumore era prodotto dalla sfrigolio della gomma delle scarpe sul parquet .
Mario urló fortissimo, rompendo l'agghiacciante silenzio notturno.
Le ginocchia piegate, le mani al viso, i gomiti gomiti abbassati. Giró un po' intorno al sacco, guardandolo come se fosse la sua preda.
Tiró un diretto, pensando agli assistenti sociali.
Tiró un gancio, ricordandosi delle difficoltà economiche.
Sferró un ferocissimo Jab, mandando a fanculo tutti quelli che gli avevano messo i piedi in testa.
Ancora un diretto, più forte e violento, come un colpo di pistola. Questo era per l'industria musicale, che la si poteva paragonare ad un tritacarne.
Urló nuovamente, ormai pronto a scaricarsi del tutto.
Combinazione 1-2-3: jab, gancio e diretto. Sul sacco nero gocciolava il suo sangue, ma non aveva intenzione di fermarsi.
Più pensava a La Serpe e più la forza aumentava, facendo rompere la pelle sulle nocche. La lettera gli apparve davanti all'improvviso, in tutta la sua brutalità.
Gridó fortissimo, cercando di allontare quel cazzo di Ti Amo dalla mente. Ma non ci riusciva, ormai era un altro tatuaggio indelebile.
"Vaffanculo!"
Finì in lacrime, piegato sotto al suo stesso peso. Il sacco continuava a muoversi, come il pendolo dell'orologio che scandisce il tempo.
Osservó le mani straziate, ricoperte di sangue e vesciche. Aveva scelto di non fasciarsi le dita in modo da farsi male, così quando avrebbe smesso sarebbe stato straordinario.
La palestra era buia, enorme e vuota.
Le lacrime scendevano, rigando il viso duro e bellissimo. Ma quelle, erano lacrime di rabbia e frustrazione, di chi è intrappolato tra una mente forte e un cuore fragile.
Ma piangere non indica che sei debole. Sin da quando sei nato, è sempre stato un segno che sei vivo.
"Ma che cazzo succede qui?!" Urló Mario, gettando la borsa della palestra a terra. Si fece largo tra la folla, senza risparmiare gomitate a chi gli ustruiva la via.
Le luci della sirena della volante brillavano nella notte, illuminando il quartiere popolare di Cogoleto. Un poliziotto teneva premuta la testa di un ragazzo sul cofano della macchina, schiacciandogli la guancia.
L'altro sbirro osservava la scena a braccia conserte, facendo finta che quello non fosse un comportamento da incivili. Il ragazzo piangeva e, per quello che poteva, scuoteva la testa, giurando di non avere nulla da nascondere.
"Brutto bastardo, so che sei carico di roba" disse il poliziotto, aumentando la pressione.
Mario si fece coraggio e uscì allo scoperto, catturando l'attenzione della folla e degli sbirri.
"È questa la giustizia di cui parlate?!" Urló Mario, sentendosi come un protagonista di un comizio.
"Torna nel blocco, ragazzo" Rispose il poliziotto passivo con tono annoiato.
"Vaffanculo" Mario si gettó sullo sbirro violento, tirandolo indietro, allontandolo dalla macchina.
La folla ammutolì e tutti lo guardarono stupiti, non si aspettavano di vedere una scena del genere: in quei quartieri, i poliziotti erano intoccabili come gli sciacalli.
Lo sbirro non riusciva a liberarsi dalla sua stretta e si contorceva come un lombrico. Il ragazzino accusato ingiustamente era corso dagli amici, rimanendo ad assistere alla scena.
"Levati di mezzo" Il secondo poliziotto lo strattonó da dietro, provando a staccarlo dal compagno. I due uomini erano molto meno forti di lui e non riuscivano a bloccarlo, era un toro scatenato.
"Sei un pezzo di merda" Mario era stremato e gli sbirri approfittarono del momento di debolezza, spingendolo sul tronco di un albero. Urtó violentemente sul legno, graffiandosi tutta la schiena.
"Credo che tu voglia stare un po' al fresco" Righió il poliziotto che prima maltrattava il ragazzo. Era un uomo orribile: occhi neri e piccoli, naso enorme e testa priva di capelli. Con quella corporatura tozza e tarchiata, somigliava ad un pitbull.
Mario lo guardó in modo malizioso, sputando a terra.
Un bagliore malvagio attraversó gli occhi porcini del poliziotto, il quale gli sferró un forte calcio nello stomaco.
Si levarono urli e fischi dalla folla, che si stava scaldando sempre di più. Tre ragazzi fecero un passo avanti verso gli sbirri in modo minaccioso, incitati dalla loro banda.
Mario aveva la vista appannata dal dolore e respirava male. Era come avere un pianoforte sul ventre, che premeva sugli organi vitali.
Ma non gliel'avrebbe data vinta, non avrebbe mostrato debolezza di fronte a loro.
Si alzó, stringendo i denti e appoggiandosi al tronco dell'albero. Il poliziotto passivo discuteva con altri ragazzi, che piano piano lo stavano accerchiando.
"Vuoi portarmi in centrale per aver difeso un ragazzo innocente?" Disse il pugile con il fiatone, tenendosi lo stomaco con una mano.
Mario sapeva di star giocando con il fuoco, ma non riusciva a rimanere calmo di fronte a quegli atti di cattiveria. In quei quartieri, i poliziotti trattavano le persone come degli animali, umiliandoli pubblicamente, sfottendoli per la loro condizione sociale. Si divertivano a perquisire a caso i ragazzi, per il semplice fatto di vederli impauriti al contatto.
Certi sbirri si nutrivano delle paure e delle insicurezze dei poveri, prendendoli in giro per ciò che erano.
Erano dei feroci sciacalli che provavano piacere a picchiare giovani disadattati, cercando di fargli credere che nel mondo per loro non c'era spazio.
"Quella canaglia spacciava!" Rispose lo sbirro, abbaiando come un cane. "Ne vuoi ancora, brutto bastardo?!" Si era avvicinato a Mario, sputacchiandoli in faccia.
"Posso diventare anche il tuo sacco da boxe, ma non venirmi a raccontare che questa è giustizia" Disse il ragazzo abbassando la voce, in modo che sentisse solo lui.
Il pitbull ribollì dalla rabbia e cominciò a ringhiare, pronto ad avventarsi nuovamente sul cucciolo d'uomo.
"Potrei denunciarvi per atti di violenza nei confronti di un cittadino!" Una voce femminile riecheggió nella piazza, rimbalzando sulle pareti della notte.
Mario, sempre piegato dal dolore, trasalì quando udì quelle parole, capendo subito di chi si trattasse.
"Cosa stai dicendo, signorina?" Rispose lo sbirro passivo, evidentemente preoccupato.
"Che ho fatto il video, signore"
La ragazza uscì allo scoperto, mostrandosi in tutta la sua grinta davanti alla folla di adolescenti. Si piazzó davanti alla volante, esibendo la sua sicurezza disarmante.
Linda Aguilar era bellissima e feroce, proprio come una pantera sul trono della giungla. I riccioli svolazzavano, trasportati dalla brezza notturna e gli occhi caleidoscopici brillavano come due fuochi ardenti.
Istintivamente, gli sbirri fecero un passo indietro.
"Rifattela con questi bastardelli che spacciano, senza neanche sapere che cosa comporti. In questa zona sembra di stare nella giungla, in un posto dove Dio non arriva!" Urló il bulldog, agitando le piccola braccia grassocce.
Mario riuscì a sorridere, era troppo preso dalla presenza di Linda per non farlo. Lei era il centro gravitazionale più attraente dell'universo.
"Innanzitutto, il modo di risolvere le cose non è di certo prendere a calci un ragazzo come se fosse un sacco di farina. Poi, ritornando al discorso delle popolari, hai commesso un grave errore: è lo stato ad essersi dimenticato di noi. D'altronde, cupido non viene mai nei quartieri dove lo menerai" Ridacchió Linda, battendo con la camminata felina il terreno che la separava dall'uomo tarchiato.
I ragazzi nella folla facevano a botte per andare in prima fila, tutti volevano assistere alla cena della pantera.
"Ragazzina, non è tuo compito giudicare il nostro operato" Intervenne l'altro poliziotto, mantenendo il tono pacato ed annoiato.
"È bello giocare a fare le tigri quando davanti si ha degli agnelli" Disse Mario a denti stretti, annaspando verso la volante.
Alle finestre c'erano delle signore affacciate, incuriosite dal bordello che stava succedendo in strada.
Alla fine, abitare queste periferie, significa essere vittime di luoghi comuni e stereotipi derivanti dall’ignoranza, dalla mancanza d’informazione e dai media che mettono in risalto solo la parte negativa di zone difficili come queste.
In questi quartieri, di cui si parla tanto, di cronaca nera, il 90% degli abitanti è fatto di brave persone. C’erano e ci sono famiglie che lavorano onestamente e che non fanno male a nessuno, quindi non credo sia giusto denigrare questo posto e fare di tutta l’erba un fascio. Ed ecco che entra in gioco lo Stato.. perché è colpa di quest’ultimo se questi quartieri, sono diventati quello che sono. Diciamoci la verità, lo stato se ne frega come se non valessero nulla.
"Sei fortunato che non ti portiamo in centrale, John Cena!" Urló il bulldog, sputacchiando ancora sulla faccia del ragazzo. I due sbirri montarono sulla volante e se ne andarono nel silenzio della notte, lanciando un ultimo sguardo disgustato verso le popolari di Cogoleto.
"Buttarsi contro due poliziotti e fare a botte con loro, porca puttana. Si può sapere cosa cazzo ti era venuto in mente?! " Disse Linda, camminando su e in giù davanti alla panchina dove Mario sedeva.
La strada si era svuotata, lasciandoli soli nell'immensità della notte e nella vastità della giungla.
"Cosa avresti fatto al posto mio?!" Ringhió di rimando il ragazzo, imprecando in silenzio per la forte fitta allo stomaco.
"Avrei fatto ciò che ho fatto per salvarti il culo... Come sempre" Ruggì la colombiana, ascoltando le sue parole riecheggiare nella strada deserta.
"Credi che io non ce la faccia senza di te? Che non sia abbasta cosciente?"
"Esattamente. Ti infili solo nella merda!" Le labbra di Linda tremavano della rabbia.
"No Andrea Montagnani, no rap. Questa è stata la mia scelta e non la rinnegheró mai. Smettila di trattarmi come un bambino, sono perfettamente consapevole di quello che faccio" Mario si passó una mano tra i folti capelli neri e sputó a terra.
"Può darsi, fatto sta che hai appena fatto il coglione. Anzi, tu fai sempre il coglione. Lo sai perché?! Sei troppo nobile di spirito. Finché continuerai ad essere così ingenuo, non avrai ciò che ti spetta. La giungla non dà un cazzo a chi offre senza prendere; qui tutto ha un equilibrio"
Le dure parole della pantera richieggiarono nel blocco, facendo quasi tremare gli edifici fatiscenti. Linda si gettó sulla panchina, sedendosi ad un centimentro da lui. Gli giró la testa, facendo in modo che i loro sguardi si incrociassero.
"Non sono fatto per questo fottuto gioco!" Disse Mario a denti stretti, gli occhi fusi con quelli della ragazza.
"Ti arrendi già?" Ringhió la pantera, avvicinando violentemente il viso del fidanzato al suo.
"Sei sicuro di essere tu quello che canta questa strofa?!
Giravo matto per GE
Fino a qualche anno fa
E non valevo un cazzo nè per te
Nè per il rap della città
Mi sono fatto rocce
E son stato così all'altezza
Da darmi un'essenza nuova"
Linda recitó il pezzo di Skid Row tenendo il ragazzo a sé vicino, con le mani dietro alla sua nuca per impedire che si allontanasse.
La strada non emetteva rumori, li stava a guardare in silenzio, con il fiato sospeso.
"Mi stai dando del perdente? Dopo che ho rischiato di farmi fottere per quel bambino?" Mario ribolliva di rabbia, la sentiva crescere nelle vene.
"Devi semplicemente smetterla di farti fottere!"
"Come sapevi che ero qui? " Domandó il ragazzo, guidando nel buio della notte.
"Ho chiamato Diego" Rispose Linda, guardando fuori dal finestrino. Osservò la sua Genova estendersi fino all'orizzonte, proprio come una giungla impenetrabile.
"Perche sei venuta?" Mario svoltó in un vicolo, ancora più buio della strada comunale. Era deserto ed inquietante, l'unico rumore era prodotto dalla ruote che scorrevano sull'asfalto umido.
"Perché ieri hanno arrestato Agnese e Pietro, perché La Serpe è scappata e perché voglio sapere come sta il mio ragazzo, dato che neanche mi ha fatto una telefonata..." La ragazza portó i grandi occhi sulla figura del pugile, notando che le mani gli tremavano leggermente.
"Sto come quando non riesci a dormire e continui a guardare un punto della tua stanza senza battere le ciglia. Mentre sospiri guardando il vuoto, tutto comincia ad offuscarsi e diventa scuro, però continui a tenere gli occhi aperti" Il ragazzo non riusciva a togliersi le parole della lettera dalla testa, lo perseguitavano assieme ai suoi demoni.
"Non è colpa tua se Andrea ti ama" Disse piano Linda, appoggiando delicatamente la mano sulla spalla del fidanzato.
"Tedua, due ragazzi fuori dal blocco
Mi ero nascosto, le volanti ricordo
Alle urla, uomo di merda e ti serva come lezione
Presero a calci il mio amico
Così uscimmo di corsa e di forza spingemmo lo sbirro" Canticchiò Mario, aggirando l'argomento introdotto dalla colombiana.
La strofa gli era venuta sul momento, ispirato dall'episodio di violenza avvenuto poco prima. Per il momento l'avrebbe lasciata in un angolino, era troppo impegnato a lavorare su altri pezzi; ma un giorno sarebbe stata il punto di partenza per una canzone eccezionale.
"Ne parleremo quando te la sentirai... Il tuo cuore non ha più spazio." Decretó la ragazza, realizzando che Mario stava affrontando uno dei periodi più difficili della sua vita.
"Stasera rimaniamo insieme?" Disse il cucciolo d'uomo con labbra tremanti. "Ho bisogno di te" Aggiunse, trattenendo le lacrime.
***
"Non è molto, ma è tutto ciò che abbiamo" Mario aprì la porta, facendo entrare Linda per prima. Quella era una delle zone peggiori di Cogoleto, una delle piazze di spaccio più importanti, dove la giungla cresceva senza controllo. Tuttavia, il piccolo appartamento della madre del ragazzo, era un'isola felice e colorata in quel mare di merda.
"Va benissimo, mi piace molto" La colombiana accese le luci, fermandosi ad osservare le foto appese alla pareti.
Quasi tutte ritraevano Mario, ed era straordinario vedere come fosse cambiato nel tempo. Lui da piccolo al mare, lui vestito elegante ad un matrimonio, lui il primo giorno di scuola, lui che giocava a calcio, lui con i guantoni del pugilato...
Linda staccó delicatamente una cornice dal muro, sfiorandola con le dita: nella fotografia c’è una realtà così sottile che diventa più reale della realtà, per questo la ragazza si emozionó al solo contatto.
"Era il compleanno di mia madre, allora abitavo a Settimo Milanese da mia nonna e venni a farle una sorpresa" Disse Mario alle sue spalle, con quella voce roca che le faceva venire i brividi. Si chinó su di lei, poggiando la testa sulla sua spalla.
"È un'immagine bellissima" Sussurró lei, rimettendo la foto al suo posto.
"Roccia, madre ha detto che puoi andarla a trovare quando vuoi" Ridacchió il ragazzo, attirandola verso di se. Linda sbattè sul suo petto, facendosi intrappolare.
"Sei incorreggibile" Disse lei, senza opporre resistenza alla stretta del fidanzato. Se avesse voluto, si sarebbe potuta liberare in qualsiasi momento, ma era così bello essere prigionieri dell'amore.
"Dici?!" Rise lui, abbaddandosi improvvisamente, cogliendola alla sprovvista. La caricó sulle spalle, tenendola per le cosce e le caviglie.
"Hai vinto, Mowgli" Scherzó lei, facendogli il solletico sulla schiena. Lui si contorse, rischiando di far cadere entrambi a terra. Attraversarono il corridoio, in preda agli scherzi e alle risate, per poi entrare nella camera del ragazzo.
Mario si abbassò, facendo atterrare Linda sul letto. La pantera lo tiró per la maglietta, facendolo stendere violentemente sopra di lei. Sorrise in modo malizioso e cominció a baciarlo, sentendo tutto il sapore della sua anima.
"Ted Ryan, la testa per aria" Disse la ragazza, staccandosi dalle sue labbra solo per montare sopra di lui, invertendo i ruoli.
Si volevano fino a consumarsi, fino a strapparsi la pelle con i baci.
Affondarsi le mani tra i capelli, baciarsi il corpo fino a rabbrividire, amarsi come non è concesso.
"È meglio che vada a farmi una doccia, pantera" Disse lui, interrompendo un momento cruciale. Le diede un dolce bacio sulla fronte, carezzandole i fianchi. Le gambe di lei erano strette al suo bacino e si alzó dal letto, tenendola tra le braccia.
"Dio benedica i baci, quelli sensa contegno" Sussurró Linda al suo orecchio, poggiando nuovamente i piedi per terra.
Mario le lasció un altro bacio sulla guancia prima di dirigersi verso il bagno, maledicendosi per aver interrotto quel qualcosa che stava per succedere.
Linda lo seguì con lo sguardo fino a che non scomparve nel corridoio, perdendosi nella perfezione del suo corpo. Più lo guardava e più lo voleva. Aveva bisogno di sentirlo suo e questo desiderio egoista cresceva ad ogni secondo, impossessandosi della sua razionalità.
Mario le sapeva tanto di cose belle, delicate, piacevoli al tatto, distruttive per la sua mente. Le sapeva di tristezza, malinconia, di ricordi svaniti, di istanti passati. Le sapeva di dolcezza, di carezze sul viso, di baci sulle ferite, di mani intrecciate, di sguardi sinceri. Le sapeva di sesso. Le sapeva di amore.
La brama aveva ormai preso il sopravvento, facendole scorrere il bisogno di averlo nelle vene.
Si diresse velocemente verso il bagno, battendo il corridoio con l'ampia falcata da pantera.
Sentiva l'acqua scorrere nella doccia e spalancò la porta della stanza, posizionandosi davanti al lavandino.
Linda lanció un'occhiata alla tenda, dietro alla quale c'era Mario, Mario nudo.
La ragazza si passó la lingua sui denti e si guardó velocemente allo specchio, annuendo al suo riflesso.
Si tolse i vestiti, lanciandoli sulle piastrelle.
Sospiró ed entró nella doccia, chiudendosi le tendine alle spalle.
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