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Milano

2015

"Grazie mille per l'indirizzo Diego, cercherò di non perdermi" Disse Linda, guardando fuori dal finestrino, mentre il treno attraversava la pianura padana .
"Calvairate è più piccola di quanto tu possa credere" La voce dell'amico le giungeva ovattata, a causa della linea disturbata e sembrava parlare a scatti, come un automa.
"Piazza insubri 7, Calvairate, Milano" Ripetè la ragazza, cercando di tatuarsi l'informazione nel cervello.
Intanto, il treno curvó e i vagoni si inclinaro verso sinistra, abbastanza violentemente da far svegliare la signora che stava nel suo scompartimento.
La donna si guardó in giro disorientata, le lanció uno sguardo confuso e, dopo aver appurato che non c'era nessun pericolo, tornó a dormire.
"La mitica zona 4"
"Vai a trovare mia madre quando puoi, okay? Se hai bisogno di qualcosa, c'è lei." Disse Linda, con tono affettuoso. Sapeva che Diego era in grado di cavarsela da solo, ma nella sua mente aleggiava sempre la paura che potesse tornare in coma, come era accaduto due anni prima. I medici gli avevano detto che, se si fosse curato a modo, non ci sarebbe stato più alcun pericolo; per questo la ragazza lo chiamava quando doveva prendere le pasticche e, dopo i pasti, gli chiedeva se si era misurato il diabete.
Linda lo faceva non perché pensasse che Diego fosse irresponsabile, ma per rassicurarsi, per stare in pace con la sua coscienza. Ormai, viveva con il terrore di quei giorni in cui lottó contro la morte.
"Stasera ho un live al Lucrezia, assieme ai ragazzi e ci accompagna la madre di Mario" Raccontó il ragazzo.
Il treno passó in una gallerie e tutto diventó buio, come quando spengono improvvisamente le luci. Fortunatamente, la linea non cadde.
"Elena come sta?" Chiese titubante Linda, rendendosi conto che stava cominciando a tremare.
"Ha solo un po' di nostalgia, ma è fiera di suo figlio." La voce dell'amico gli giunse a scatti.
"Quando ha visto il video di Mercedes Nero alla televisione, si è quasi messa a piangere" Linda sorrise amaramente, rivolgendo lo sguaro fuori dal finestrino. Il treno regionale viaggiava sui binari, spezzando il paesaggio della pianura padana, composto da sconfinate distese di campi. Era tutto maledettamente uguale e ciò le sembrava inquietante, a tal punto da farle venire i brividi.
Quelle distese di mais e frumento non erano poi così diverse dal suo umore. Forse, la disturbavano proprio perché erano lo specchio di ciò che provava.
"Quando arriverai a zona quattro, cosa farai?" Domandò Diego, distogliendola dai suoi pensieri.
"Ho affittato un appartamento per due settimane. È vicino alla stazione e solitamente viene frequentato dai pendolari, o da altri tizi con la ventiquattrore." Ridacchió la ragazza, perdendosi nel rumore del treno che scorreva sui binari.
"Come lo paghi?"
"Ho la borsa di studio in conservatorio e, ciò che ricavo dalle serate nei locali, lo posso utilizzare per altre cose. Poi..." Linda cercó un modo per finire la frase, facendo lavorare gli ingranaggi della sua fertile mente. Sospiró e riprese a parlare "Mio padre si fa vivo sempre più spesso, scende dalla Colombia almeno una volta al mese. Per quanto mia madre gli chieda di non farlo, lui versa soldi sul suo conto. Sinceramente, non appoggio più questa sua posizione: alla fine, noi abbiamo bisogno di denaro e lui di lavarsi la coscienza. Non è il modo giusto per farlo, ma apprezzo comunque che stia provando a porre rimedio agli errori passati. Antonio Hermosa non sarà mai un genitore per me, però posso convivere con la sua presenza" Spiegó la ragazza, allungando le gambe sul sedile davanti. La compagna di viaggio continuava a dormire imperterrita, speziando il viaggio di Linda con il suo forte russare.
"Milano è un'altra giungla, con fauna e flora diverse rispetto a Genova, ma a tratti ancora più infima" La mise in guardia Diego.
La pantera ridacchió quando udì le parole del cervo, intenerita dalla sua ingenuità.
"Caro Diego, quanto hai ancora da imparare..." Sospiró la ragazza. "Davvero credevi che io mi fossi lanciata fino a Milano senza un piano?" Ammiccó Linda, facendo un inquietante sorriso malizioso.
"Certe volte mi spaventi..." Mormoró il giovane rapper.
"Sai cosa sta accadendo di spaventoso nella mia vita?" Lo incalzó la ragazza, appoggiandosi allo schienale. Intanto, la voce registrata dell'altoparlante, segnaló una fermata e diverse persone si precipitarono nel corridoio, pronte a saltare giù dal treno, per tornare alle loro vite.
" Ehm.... " Diego non ebbe il tempo di rispondere perché Linda lo interruppe subito.
"Il fatto, che io stia diventando un personaggio pubblico, famosa di riflesso per via di Tedua."

***
Caro diario,
Tu conosci la sensazione di estraneità? Beh, ti auguro di no. Io l'ho incontrata oggi ed è stato terribile.
Quel presentimento di trovarmi nel posto sbagliato, mi ha perseguitato dal momento in cui sono scesa dal treno, a quando sono salita sul taxi, fino ad adesso.
Mi trovo seduta sul davanzale della finestra, in un piccolo appartamento di Calvairate, con gli occhi posati sul parchetto sotto casa. Lo sai quale è il problema?
Negli alberi, non vedo più alberi.
I rami non hanno più le foglie.
I frutti sono dolci, ma senza amore.
È tutto così maledettamente grigio.
Sono sazia prima del tempo, eppure ho fame di esso.
Anche se in nessuna via riesco a vedere una via, devo rimettermi in cammino, riaccostarmi a tutto?

La ragazza chiuse violentemente il quaderno, senza dilettarsi in convenevoli: uno stupido diario non poteva offendersi.
Lo lanció su uno scatolone, ascoltando il rumore sordo dello schianto.
A dire il vero, l'intero appartamento era pieno di pacchi da disfare. La ditta dei traslochi era arrivata qualche ora prima di lei, facendosi aprire dal padrone di casa. A Diego aveva detto che si sarebbe fermata solo due settimane, ma le cose stavano ben diversamente. Se il suo piano avesse funzionato, probabilmente si sarebbe fermata a Milano per tutta l'estate e, magari, la scuola l'avrebbe finita lì.
Purtroppo però, questo progetto, implicava la partecipazione di una persona pericolosa e losca, con le mani sporche della peggio merda: suo padre.
"Sei proprio sicura di volerlo fare?" Mormoró tra sé e sé la ragazza, alzandosi dal davanzale per dirigersi verso quella che, dopo una sistemata, sarebbe dovuta essere la cucina.
Con un tagliere aprì lo scatolone, sul quale c'era scritto: lussuria.
Scosse la testa, ridacchiando per la sua stessa stupidaggine.
Forse, un pochino stava uscendo di testa. Ma la follia, quella sana, non va curata. Solo alimentata.
"Ogni giorno continui a farmi impazzire, come la prima volta che ho incontrato per sbaglio i tuoi occhi. Guarda che cazzo sto facendo per te, Mario!" Linda tiró fuori un bottiglia di Paddy e versó il whiskey irlandese in un bicchiere di vetro, ascoltando il rumore dell'alcool che scorreva. Lo buttó giù tutto in un sorso, lasciando che la gola bruciasse, come se vi ardessero le fiamme dell'inferno.
Non avrebbe mai potuto pensare che l'amore per una persona l'avrebbe portata a saltare così lontano, praticamente nel buio. Fino a qualche tempo prima, le sembravano cose che accadevano solo nei film, troppo distanti dalla realtà. Ma la verità è che prima o poi, s'incontra sempre pazzia che vale più di tutte le ragioni.
Mario era la sua pazzia.
E lei non era fatta di mezze misure, non voleva i tepori di quella vita, voleva avvampare come un incendio tra tormenti e passioni, tra emozioni e follie.
Versó altro Paddy e inghiottì l'alcool in un attimo, pensando a tutti i demoni che ancora aveva da combattere.
La Serpe era stata stanata, ma Linda sapeva, nel profondo del suo cuore, che non se la sarebbe mai dimenticata. Andrea Montagnani era un 'ombra del passato che la tormentava, ricordandole costantemente quanto in realtà lei fosse vulnerabile. Perché, non tutti gli incubi si accontentano di farti compagnia solo per una notte.
Tuttavia, lei era una pantera e nulla, dico nulla, l'avrebbe distolta dalla sua missione: combattere.
Linda sospiró, facendo tornare tutti quei brutti pensieri nel cassettino della mente adibito a contenerli.
Dal ripiano della cucina prese il telefono e digitó il numero, ascoltando gli incessanti squilli che precedevano la risposta.
"Pronto?" Domandò una voce maschile.
"Salve, sono Linda Aguilar, la figlia del signor Hermosa. Volevo comunicarle che sono arrivata oggi a Milano." Spiegó, sedendosi vicino ai fornelli, le gambe che dondolavano avanti e indietro.
"Sapeva già che la nostra sede è alla Grock?" Domandò gentilmente il segretario.
"In via Emanuele Munzio, sir" Rispose maliziosamente la ragazza.
"Allora, suppongo che sia pronta per la sua audizione"

                              ***

"Mario, per te cosa è la felicità?" Domandò Soufian, mentre caricava la lavatrice del ristorante. Quel sabato sera estivo il locale aveva ospitato quasi trecento persone e le cose da mettere in ordine erano un'infinità. Alle due di notte, dovevano sempre finire di lavare le stoviglie ed erano rimasti soltanto loro due, gli unici lavoratori assunti in nero. Un immigrato e un ragazzino povero, chi altro poteva essere sfruttato meglio?
I normali dipendenti avevano finito il turno all'una, a loro invece aspettava ancora una lunga notte...
Mario era costretto a lavorare, era l'unico modo per potersi dedicare alla musica. I soldi guadagnati li utilizzava per pagare la casa e per affittare lo studio di registrazione, passando così mezza giornata a lavoro e mezza a fare rap.
Il ragazzo cominció a pulire il ripiano della cucina, strusciandolo con una spugnetta, mentre rifletteva sulla domanda posta dal compagno.
"Per me la felicità è il riflesso dei suoi occhi, il profumo della sua pelle, il rumore dei suoi orgasmi..." Rispose Mario con aria sognante, immaginandosi di avere Linda davanti agli occhi e di poterla toccare, baciare, stringere. "La felicità è quella cosa che ti fa dimenticare quanto il mondo sia marcio. La felicità è una piccola cosa. E’ sentire il battito del suo cuore quando si è abbracciati. La felicità è fare l'amore con lei e avere il cervello completamente fottuto. La felicità è stare con lei..."
"Non sembri uno triste però" Osservò il magrebino, asciugandosi le mani al grembiule bianco.
"Io sono sereno, ma non felice" Sorrise il giovane cantante.
"Le persone intelligenti non sono mai felici" Soufiane armeggió con un'altra pila di stoviglie e caricó la seconda lavatrice.
"Per te, cosa è?" Chiese Mario, aiutandolo a portare piatti e posate.
"Per me è stare a casa con mia figlia" Rispose tristementente il giovane marocchino.
Mario lo guardó, notando che aveva un viso estremamente tirato e le mani rovinate, a causa dell'incessante lavoro. L'unica luce ad illuminarli era quella della cappa della cucina, il resto erano state spente, eppure il giovane rapper non poteva vedere meglio...
"Va a casa, Soufi. Finisco io" Mario gli poggió delicatamente la mano sulla spalla.
"Non se ne parla, Molinari. Devi inseguire i tuoi sogni e non puoi perdere tempo in questa fottuta cucina" Disse il giovane magrebino, declassando la proposta del compagno.
"Quando praticavo il pugilato, prima degli incontri mi spalmavo sempre della vaselina sul viso, per attutire i colpi. In questo momento però, tu non disponi di quella pomata e io ho due pugni violenti e ancora capaci di rompere le ossa della faccia" Scherzó Mario, mettendosi già al posto di Soufiane, proprio davanti alla lavastoviglie.
"Sei una canaglia" Il compagno scosse il capo e si tolse il grembiule.
"Va a casa, frè. Domani ti sveglierai vicino a tua figlia..."
                                ***

Sabato 20/01 al Dude Club
TEDUA

Per info e tavoli: [email protected]

Linda strappó la locandina dal lampione della luce, rompendola proprio sulla foto di Mario.
Si passó il pezzo di carta tra le mani, osservando lo scatto che era stato messo sul volantino.
In quell'immagine, il rapper aveva assunto una posa particolare, tipica del suo personaggio: una mano sotto al mento ( come a fingere di grattarsi), il labbro superiore arricciato e gli occhi che guardavano dritti nell'obiettivo, così intensamente da bucarlo. Lo sguardo era disorientato e quasi annoiato, ma non per questo insicuro o ingenuo. Linda sapeva che Mario era nato per stare sotto ai riflettori, aveva un talento incredibile nel fare foto e video stravaganti, unici nel loro genere. Chiunque lo vedesse si trovava costretto ad ammettere che quel ragazzo era come un quadro di Frida Khalo: non potevi staccargli gli occhi di dosso.
"Sembri quasi uno invincibile..." Mormoró Linda, infilandosi la locandina nella borsa.
Sospiró e riprese a camminare, accaldata e sudata, già satura del clima milanese. L'interland era come una gigantesca e impenetrabile cappa, la quale non ti avrebbe mai abbandonato, in nessuna della stagioni.
Palazzi grigi e malmessi costeggiavano il marciapiede e c'era puzza, una terribile puzza di fogna.
Proprio davanti a lei, in un casermone beige, abitava Mario.
L'unica cosa che la separava dalla sua casa era una strada, sulla quale non aveva ancora visto transitare una macchina.
Un gabbiano squarció il silenzio di Calvairate, ricordando alla ragazza quanto si trovasse lontana dal mare e dalla sua città. L'uccello si posó su un pioppo e continuó a perforarle i timpani, con il suo canto perpetuo.
Wishh
Il vento caldo si incanaló nel viale, portando tutta l'afa addosso alla ragazza.
Linda lanció un ultimo sguardo alle sue spalle, realizzando che la giungla non l'avrebbe mai abbandonata. Ovunque andasse, sarebbe stata dietro di lei.
Ma Linda era una pantera e non aveva paura della vegetazione impenetrabile, delle bestie feroci e degli insetti velenosi.
Era una regina.
Una regina impossibile da spodestare.
La ragazza si fece così coraggió e si gettó sulle strisce pedonali, tagliando i ponti che la separavano da Mario.
D'altronde, per ottenere l'impossibile,si deve tentare l'assurdo.
E Linda non aveva paura, per niente.
È proprio quando il gioco si fa pericoloso, che diventa interessante.

E giuro che sarai la conquista più grande.  Perchè ti otterrò, dio se ti otterrò.
Pensó la ragazza, subito prima di suonare al 7 di Piazza Insubri.

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