Genitori
Mario osservò Linda che si allontanava con lo scooter, penetrando nelle insidie della notte. Erano entrambi tornati nella giungla e si trovavano nuovamente soli, contro un ambiente ostile e insidioso.
Mario sospiró e si incamminó verso il palazzo, attraversando lo squallido piazzale. L'orologio segnava mezzanotte e mezzo, ma vista la posizione nel cielo dell'Orsa Maggiore rispetto alla Stella Polare, doveva essere sicuramente più tardi.
Il ragazzo tiró su il cappuccio e si strinse nelle spalle, passando il più lontano possibile da un gruppo di persone. Sapeva che quello era un luogo di spaccio, forse il più importante di Cogoleto e lassù la polizia non saliva mai; il quartiere era completamente abbandonato a se stesso.
A Linda aveva detto che si sarebbe fermato a casa di un suo amico, Alessandro. Invece, in quel posto dimenticato da Dio, abitava la madre biologica. Aveva bisogno di vederla e di raccontarle tutto ciò che stava accadendo nella sua vita. Sapeva che sarebbe stata fiera di lui e nulla poteva renderlo più felice.
Lo stabile dove abitava era enorme e freddo, sembrava una caserma gigantesca. L'intonaco era andato via da tempo e c'era muffa ovunque, anche agli ultimi piani. Certe porte erano state scardinate e buttate giù, probabilmente da inquilini abusivi e l'intero del condominio puzzava di marcio.
"Ma pensi che un palazzo cada a pezzi
Ed il comune se ne fotterà
Un senso inverso preso con il senno di poi rafforzerà..." Canticchiò Mario, ascoltando la propria voce rauca riecheggiare per le squallide mura del casermone. Appuntó mentalmente la rima e decise che l'avrebbe utilizzata per un brano, magari un featuring con un membro della Wildbandana.
Mentre saliva le scale, si ricordó che non mancava molto all'uscita della sua trilogia di singoli. Era eccitatissimo e non vedeva l'ora di condividere la gioia con la madre. Logicamente avrebbe tralasciato la parte oscura della storia, evitando di dirle come era arrivato sulla pista giusta...
Il campanello suonó.
Mario aspettó qualche secondo, incrociando le mani dietro alla schiena.
Elena andava a dormire tardi e il ragazzo lo sapeva. Se le ricordava ancora le notti in cui la donna si sedeva davanti alla finestra, osservando le stelle brillare nel cielo di Varazze, suo paese natale. Era molto piccolo allora, ma quei momenti erano tatuati in modo indelebile nella sua mente.
Sentì dei rumore dietro la porta e dopo poco questa si aprì, rivelando una confusa signora Elena.
Mario la guardó, accennando un sorriso.
Lei era troppo sorpresa e rimase con le labbra spalancate, incapace di proferire parola.
"M-Mario?" Fu l'unica cosa che riuscì a balbettare. Non credeva ai suoi occhi, le sembrava quasi un sogno.
"Ciao mamma"
***
La gioia più grande per una madre che non è riuscita a tenere il figlio, è vederlo tornare senza preavviso. Elena sapeva di non avergli dato niente e se ne sarebbe pentita tutta la vita, ma ormai il passato era passato. Un genitore non dovrebbe mai smettere di lottare, ma certe volte è impossibile. Quando il sistema ti fotte, sei fottuto per sempre.
Il suo Mario, bello e splendente, in piedi davanti a lei, era come un dono dal cielo. Aveva paura che le potesse somigliare, che potesse ereditare la sua bravura nel perdere. Mowgli invece era un campione, fin da quando nacque.
"Dio mio" La donna gli gettó le braccia al collo e lo strinse forte, per paura che potesse di nuovo volare via.
"Così mi uccidi, mammà!" Ridacchió lui, assaporando l'odore di tisana alle erbe, profumo che da sempre caratterizzava le umili dimore della madre.
"Scusami, banbìn. È così bello sentire veramente la tua voce!" Riuscì a staccarsi e lo fece accomodare, chiudendo delicatamente la porta.
"Avevo bisogno di andare un po' a Milano, dovevo staccare da 'sto posto." Mario si guardó intorno, notando che niente era cambiato dall' ultima volta. Il divanetto blu, le numerose foto appese alle pareti, il tappeto beige e perfino il vecchio pallone da calcio, che usava da piccolo, si trovava al solito posto.
"La scuola?" Elena lo aiutó a togliersi la felpa e l'appoggió sull'attaccapanni, sperando che potesse starci per un po', perché ciò simboleggiava la permanenza del figlio.
"Diciamo che ci vado..." Ridacchió Mario, distogliendo lo sguardo dagli occhi della madre.
"Sei stato via un mese, come fai con le assenze?" La donna lo invitó a sedersi al tavolo, dove già era posata una tazza di tè.
"Tranquilla mamma, mi hanno già detto che sarò ammesso alla maturità. Ti avevo promesso di finire le superiori e così farò" Le prese la mano e la strinse.
"Lo dovevi a Gianna..." Elena pensó alla madre adottiva di Mario e la ringrazió silenziosamente, era stata la salvezza di suo figlio. La signora dai lunghi capelli ramati era riuscita dove lei aveva fallito, dando al ragazzo una possibilità. Senza la ricca donna, Mowgli sarebbe stato ancora preda della giungla.
"Ho deciso di farlo anche per me. Non potrò rimanere per sempre l'ignorante rapper di strada, le mode cambiano!" Scherzó Mario, sfoggiando uno dei suoi sorrisi contagiosi. Alla madre, facevano sempre i complimenti per la simpatia del figlio, fin da quando era piccolo. Non importava l'inferno che aveva vissuto, l'amore per la vita non l'avrebbe mai perso.
"So che i tuoi progetti hanno preso la giusta piega" Elena sorseggió la bevanda calda e ripensò ai video su YouTube del figlio. Inizialmente era lui a farglieli vedere e se li godevano insieme, commentando il testo e le immagini. Con il tempo, aveva perfino imparato a scaricarsi le sue canzoni da Emule, potendo così ascoltarle quando voleva.
Adorava e odiava i suoi testi. Le canzoni del ragazzo erano poesie e avrebbero resi fieri i padri del cantautorato genovese. Tuttavia, la sofferenza, la rabbia e la brutalità dei suoi pezzi la facevano stare male, ricordandole che non era riuscita a dargli un' infanzia serena.
I temi della strada, dell'alcool, delle droghe, della povertà e della giungla urbana erano come veleno per il cuore della donna, non poteva accettare il fatto che il figlio avesse vissuto quella realtà.
"È la mia rivalsa, mamma. Ho iniziato a spaccare culi anche al di fuori del pugilato!" Mario mimó un diretto e un gancio, fingendo di mandare al tappeto un avversario.
"Sei sempre stato un ragazzino scatenato, da piccolo cantavi strofe ovunque, perfino nelle panchine del parco!" Scherzó Elena, dandogli un pacca affettuosa sul bicipite.
"Questa te l'ha raccontata Matteo!" Ridacchió Mario, ripensado al primo incontro con l'amico, diventato poi il rapper Ernia. Allora era in affidamento a Milano, presso una famiglia che viveva in un quartiere limitrofo alla stadio di San Siro. Sotto al palazzo c'era un piccolo parco, dove lui era solito trascorrere i pomeriggi assieme agli amici. A Mario piaceva mostrare loro il rap, facendogli vedere quanto spaccasse. Quando lui aveva dodici anni, il genere era ancora di nicchia, non veniva ascoltato dai bambini e dagli adolescenti; tra di loro andavano di moda la musica che passavano alla televisione. Proprio per questo motivo i suoi amici erano affascinati, lo vedevano un po' come un essere superiore, dotato di un talento unico.
"Mi ha detto che ti ha visto arrampicato su una panchina, intento a rappare e ballettare per il tuo ristretto gruppo. Inizialmente pensó che tu fossi pazzo, poi però si rese conto che ciò che stavi facendo era straordinario..." Elena odiava parlare dei periodi in cui il figlio si trovava lontano da lei, ma quello era un aneddoto così bello e simpatico, che non poteva tenerlo per sé. Già a dodici anni, Mario si era distinto dalla massa, dimostrando di avere carisma e personalità trascinanti.
"Col caspita che fotti Tedua " Il ragazzo battè scherzosamente il pugno sul tavolo, facendo poi una delle sue tipiche mossettine.
"Scusami se cambio discorso, Tedua." Pronunció in modo particolare l'ultima parola, marcaldola di più rispetto alle altre. "Ma devo confessarti di aver capito il perché della tua visita notturna...eri con una ragazza" Proseguì la donna, sorridendo dolcemente. Il figlio voleva sempre fare il duro con lei, ma in quel momento le sue guance divennero pervinca.
"Ho il profumo da ragazza addosso?" Domandò imbarazzato.
"No tesoro, ho semplicemente interpretato la tua espressione. Anche un cieco vedrebbe che sei appena stato con la donna che ami" Elena sapeva di aver messe a disagio il figlio, glielo leggeva negli occhi. Non avevano mai affrontato l'argomento amore e ciò era un'altra delle innumerevoli mancanze della sua adolescenza. Lei era contenta che avesse trovato qualcuna, non puoi non essere felice quando vedi tuo figlio al settimo cielo. L'amore è un dono e amare è un privilegio. Mario meritava di provare una cosa così bella e ad Elena per questo batteva il cuore. Il figlio aveva finalmente sperimentato qualcosa di normale per la sua età, che lo facesse sentire vicino ai coetanei.
"Senti, se vuoi ne parliamo domani. Adesso è tardi e credo che tu voglia dormire." Disse la donna, cercando di spezzare il momento di imbarazzo. La frase da lei pronunciata era arrivata come un fulmine a ciel sereno e sapeva che quello era un argomento delicato, da affrontare in situazioni diverse.
"Va bene. Buonanotte mammà " Mario si alzó, tirando quasi un sospiro di sollievo. Si chinó sulla madre, ancora seduta, e le bació affettuosamente la fronte.
"Quanto ti fermi?" La donna gli prese la mano, facendolo voltare verso di lei.
"Domani, dopo scuola, vado a trovare Gianna e la ringrazierò per avermi dato una casa. Le dirò che il capitolo Ryan Atwood della mia vita si è chiuso. Ted è pronto a tornare alle origini, la giungla non gli fa più paura. Ha le nocche gocciolanti e il naso rotto, però ha comunque vinto. "
"Ciò significa che..."
"Tornerò a stare da te."
***
Antes de las seis di Shakira era una delle canzoni preferite da Linda e doveva riconoscere di essere alquanto brava a suonarla. Era incredibile quanto quel bravo la rispecchiasse, si sintiva immensamente vicina alle sensazioni delle cantante colombiana quando l'ascoltava o la cantava.
Seduta sul letto, con le gambe incrociate, lasciava che le mani scorrressero sullo strumento, riproducendo ciò che avvertiva nel cuore. Perché la musica è la parola dell'anima, il grido del nostro spirito, l'essenza della nostra esistenza. Essa ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.
Si desde el día en que no estas
Vi la noche llegar mucho antes de las seis
Si desde el día en que no estas
Vi la noche llegar mucho antes de las seis
Mucho antes
Le parole uscivano dalle sue labbra come l'acqua sgorgava dalle sorgenti. Le dita carazzavano le corde con la stessa delicatezza di una madre che tocca la figlia, ma anche con la stessa violenza del mare che si infrange sugli scogli.
I problemi erano di un altro universo, la vita aveva perso significato: erano lei e la sua musica.
Il campanello suonó, ma Linda neanche se ne rese conto. La ragazza stava dialogando con la sua anima, non poteva badare a quello che accadeva fuori.
L'intensità delle note era all'apice, stava raggiungendo l'orgasmo, sfiorava il momento di piacere massimo. La fronte era imperlata di sudore, le dita chiedevano pietà, ma lei non riusciva a fermarsi.
Poi accadde.
La porta della camera si spalancó, facendo penetrare la luce pomeridiana nella stanza.
Linda quasi lasció cadere la chitarra dallo spavento.
Non se lo aspettava, non era mai successo. Quando la ragazza suonava, nessuno si era mai azzardato ad interromperla.
Ma quella era un'emergenza, una cosa terribile. Lo si poteva capire dal volto stravolto e afflitto di Maria, che teneva la porta aperta con la mano tremante, come se potesse chiudersi da un momento all'altro.
La donna quasi non si reggeva in piedi, le ginocchia sembravano aver acquistato la solita consistenza del burro.
Si guardarono per qualche istante, lasciando che fossero gli occhi a parlare.
Maria voleva chiederle scusa, implorare perdono per ciò che le aveva fatto passare. Linda invece scosse il capo, facendole capire che non c'era niente da dimenticare: non ci si può scusare per errori commessi dagli altri.
La ragazza poggió delicatamente la chitarra, lasciandola sul letto. Si alzó piano piano, preparandosi ad affrontare la sfida più difficile e importante della sua vita. La pantera camminava verso il campo di battaglia, consapevole del fatto che non avrebbe mai dimenticato il pomeriggio del tre agosto 2013.
"Ciao Linda" Pablo Hermosa sedeva in cucina, i gomiti poggiati sul tavolo. Faticava a guardare la pantera negli occhi, si era reso conto che nelle iridi bruciava fuoco infernale.
La predatrice passó in rassegna il territorio, analizzando ogni elemento attorno a lei. Aveva davanti una persona, ma non un essere umano. Il narcotrafficante era così anonimo da passarle attraverso, una nuvola gassosa di capelli castani.
"Piacere, Pablo" Ruggì Linda, posando lo sguardo sugli occhi vitrei del padre biologico.
"Non ti chiederò perdono, so già che mi odi. Desideravo soltanto vedere con i miei occhi ciò che sogno da diciassette anni." Le labbra della preda tremavano.
"Ti consideri così importante da essere odiato?" Ridacchió Linda, lasciando che la sua sete di sangue venisse percepita. "Per odiare una persona, dobbiamo prima averla amata"
Antonio era convinto che si sarebbe trovato di fronte ad una ragazzina arrabbiata, capace solo di urlargli contro, rinfacciandogli che era cresciuta senza padre. Linda però era molto peggio; lei scavó nella sua anima, facendolo sentire completamente nudo. Nella sua calma, era spietata e terrificante.
"Somigli a tua madre, sia fisicamente che caratterialmente" Il narcotrafficante si rivolse alla donna, guardandola con rimpianto. Maria era stata l'unica cosa bella della sua vita e l'aveva abbandonata, lasciandola volare lontano.
"La mamma è più bella di me..." Rispose Linda, sorridendo alla donna.
"Sei una lameculos" Disse Maria, segretamente compiaciuta.
"Io, ti ho portato una cosa. Non fraintendere, non intendo comprarti con un regalo..." Dalla tasca tiró fuori un piccolo involucro che appoggió sul tavolo, allungandolo verso la ragazza.
"Non ti mordo se mi tocchi" Linda lo guardó negli occhi, pronunciando la frase con molta attenzione. Quell'uomo le faceva quasi pena, sembrava che avesse perso l'anima. Era così debole da essere impossibile da distruggere, così fragile da non poterlo rompere.
"È stupendo" Linda aveva scartato l'oggetto e in quel momento se lo passó tra le dita, ammirandolo. Mai aveva tenuto tra le mani un plettro così ben fatto, neanche in conservazione. "È un plettro Heavy, duro al punto giusto. Hanno un attacco tremendo, perfetti per gli assolo e sono utilizzabili in accompagnamenti con accordi power chord." Spiegó la ragazza, mostrandolo alla madre.
"Ho saputo che studi chitarra, così ho pensato che ti avrebbe fatto comodo. Spero che riuscirai ad utilizzarlo senza pensare troppo a me" L'uomo si passó la mano tra i folti capelli castani e si guardó i piedi, evitando gli occhi felini della ragazza.
"Questa meraviglia non rimarrà di certo nella custodia. Io apprezzo sempre i regali, indipendentemente da chi mi siano stati fatti"
"Il signor Guidi impazzirà!" Ridacchió Maria, cercando di non sembrare troppo schifata dalla presenza di Antonio.
"È un oggetto semplice, non pregiato. L'ho trovato in una bancarella a Portovenere..."
"Cosa fai nella vita?" Lo incalzó Linda, puntadogli addosso gli occhi, somiglianti alle luci degli interrogatori.
"Sapevo che me lo avresti chiesto"
"Se non vuoi dirlo va bene."
"Te lo dirà" Sentenzió Maria, sfidandolo. Quando la tigre ordina, i conigli obbediscono.
"In Colombia, mi occupavo di narcotraffico."
Spazio Autrice: Buongiorno ragazzi, cosa ne pensate?
Volevo comunicarvi che, ieri sera, wattpad ha improvvisamente deciso di cambiarmi tutto l'ordine dei capitoli, mandando letteralmente a puttane la mia storia. Ieri ho passato 2 ore a riordinarla e spero di non aver commesso errori.
Mi dispiace per il disagio, davvero♥️
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