Fiore d'ibisco
Il paesaggio dal treno in corsa era sfocato e privo di forme, in cambiamento costante. Dalla luce del sole al buio delle gallerie, era un attimo. Si poteva considerare come un'allegoria della vita: nulla rimane come è.
Il ragazzo allungò i piedi sul sellino davanti e rivolse uno sguardo al di fuori del finestrino. Vedeva campi verdi estendersi in lontananza, così immensi da toccare l'orizzonte.
La volta celeste aveva un'intensa colorazione azzurra e non gli sembró più poi tanto lontana. In Liguria, il cielo era più vicino e il sole più splendente.
La sua patria aveva risvegliato un sentimento dolce e folle, che a Milano non avvertiva. I tetti di Cogoleto lo chiamavano, urlando il suo nome.
Mario sorrise.
Era da solo, ma sorrise comunque.
Quel gesto era il respiro della sua anima.
Grazie all'inno cantato dalla giungla, capì come iniziare la canzone.
Prese una penna e cominciò a scrivere su foglietto.
"Lo stiamo perdendo, dottore! Dio mio, che facciamo?"
Tedua testa riversa al cielo
Sono un perenne ritardatario
Un venditore di nuvole
In Aurelia con l'aureola sul capo
Al capo gli ho detto scappo
Io scrivo rime o muoio di fame ma mai di parole
O sento sogni o storie
Sono dannosamente dannatamente lunatico
Per fortuna lei mi trova sempre simpatico
Milano era straordinaria, ma Mowgli non era ancora pronto a lasciare la sua foresta. Troppo conti in sospeso, non poteva fuggire così dai problemi. I coraggiosi combattono, i vili scappano.
Era consapevole di che cosa lo stava aspettando, sapeva che il cancello dell'inferno era pieno di demoni. Ma il cucciolo d'uomo era pronto, ormai era da tempo che studiava per diventare un ragazzo.
Il tavolincino davanti a lui cominció a vibrare, riportandolo alla realtà.
Gli era arrivato un messaggio e si affrettò ad aprirlo.
Si trattava di una foto, inviata dal suo amico Alessandro. Ritraeva i ragazzi della Wildbandana, abbracciati e sorridenti, posizionati dietro ad un tavolino ricco di patatine e schifezze varie. La loro risata sembrava sincera e vederli così spensierati ed uniti, gli scatenó un accelerazione del battito cardiaco. Fremeva dalla voglia di rivederli. A quei quattro figli di puttana, doveva tutto.
L'altoparlante annunció la fermata di Cogoleto e fu il primo a scendere dal treno. L'aria di casa, gli riempì i polmoni.
Una signora gli andò addosso, urtandolo con una valigia. Quando si voltó per scusarsi, il ragazzo scoppió a ridere, facendo la figura del coglione.
Niente era bello come la sua Genova.
Trascinó la borsa verso il bar della stazione, catturando l'attenzione di un gruppo di ragazzi. Lo guardavano e sorridevano timidamente, per poi consultarsi tra di loro.
Mario contó tre femmine e tre maschi. Capì subito che venivano dalla giungla, avevano il marchio della periferia sulla fronte. I vestiti larghi, gli zaini in spalla e la voglia di scappare, erano gli elementi che caratterizzavano i ragazzi di strada.
Gli sembró di vedere se stesso a sedici anni.
Anche lui passava le giornate nelle stazioni, sperando in un treno che mai sarebbe passato.
"Tenga il resto" finì il caffè e uscì dal bar, passando vicino al gruppo di amici.
"Mario!" Chiamó una voce alle sue spalle. Si giró e vide i ragazzi andargli timidamente incontro.
"Potresti firmarmi lo zaino?" Un moretto, bassino e semoloso, gli porse il pennarello.
"Certo caro, come ti chiami?" Non era abituato alle attenzioni e ogni volta che lo fermavano, il cuore si riempiva di gioia.
"Samuele" Rispose lui, girandosi per permettergli di scrivere. Quello era il suo primo autografo e la mano gli tremava.
Dopo un attimo di esitazione, scrisse Tedua, ponendo un cuore stilizzato alla fine.
Firmó altri oggetti, sentendosi la persona più fortunata della terra. Non poteva ricevere un benvenuto migliore. Quando si fecero una foto tutti insieme, gli occhi dei ragazzi brillavano, finalmente erano riusciti ad incontrare il loro idolo.
Mario stava diventando la voce della città, il De André del rap. Ormai era il punto di riferimento della gioventù genovese, specialmente di coloro che provenivano dai quartieri bassi. Tedua aveva conquistato il cuore della Liguria e manco se ne era reso conto.
Mario aveva insegnato ai suoi coetanei a non rinunciare mai a un sogno solo perché pensi che ti ci vorrà troppo tempo per realizzarlo. Grazie a lui, gli adolescenti provenienti da situazioni complicate capirono che tutti possiamo arrivare in paradiso, non importa da quanto in basso parti. Alla fine, se una cosa puoi sognarla, puoi anche farla.
"Grazie..." Disse una ragazza con i capelli tinti di blu. Stringeva il diario autografato come se fosse la cosa più preziosa di sempre e guardava il giovane rapper con gratidune, facendogli capire che era diventato il suo appiglio.
Sentì la felicità dilagare dentro di lui, come un'onda inarrestabile. Mai si era sentito così leggero, le piume erano pesanti in confronto.
Per la prima volta, fu fiero di sé stesso.
"Adesso avvicinatevi, voglio svelarvi un segreto" Disse a bassa voce, passandosi la lingua sulle labbra.
I ragazzi si scambiarono uno sguardo divertito e si strinsero attorno a lui, come dei bambini curiosi.
Gli adulti che passavano rivolgevano loro uno sguardo confuso, quasi schifato. Ormai si erano dimenticati cosa volesse dire essere giovani, la magia delle loro anime era spenta da anni.
Forse erano troppo piccoli per capire alcune cose, ma loro erano troppo grandi per ricordare come ci si sentisse nel fiore degli anni.
"Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire. Sognare è per tutti, non servono i soldi per farlo. La fantasia è uno dei pochi regali che ci hanno fatto e nessuno potrà togliervela, intesi?!" Mario circondó con le braccia i ragazzi che aveva accanto, sentendosi un po' come un allenatore di una squadra di calcio.
"Resto me stesso e, penserai che sbaglierò, che forse non ti piacerò, ma questo è quel che sono..." Una ragazza intonó parte del ritornello di Like a boy soldier e venne seguita a ruota dagli altri.
Mario sorrise.
Le lacrime agli occhi.
I brividi sulla pelle.
Il cuore impazzito.
Una ragazza bionda, dai lunghi riccioli mielati, lo abbracció. Le piccole mani sulla schiena del cantante e la testa poggiata sul petto. Non poteva avere più di tredici anni.
Mario la strinse a sé, carezzandole affettuosamente la testa. Gli ricordó Linda e pensó al momento in cui avrebbe riabbracciato anche lei.
"Ti voglio bene" Disse la ragazzina, le lacrime che scendevano dai grandi occhi.
"Siamo una famiglia, io vi amo come dei fratelli"
***
Mario si appoggió al cofano della sua vecchia Ford Fiesta, classe 1998. Il parcheggio era deserto, c'erano soltanto lui e altre tre macchine.
Il sole splendeva alto nel cielo, ormai allo zenit. Da dietro gli alberi della stazione, poteva scorgere i tetti delle case popolari, che si estendevano lungo le colline.
Mise della erba nella cartina, inserì il filtro e cominciò a rollare.
Un treno passó davanti a lui, investendolo con la scia di vento che aveva lasciato.
Chiuse la canna e tiró fuori il telefono dalla tasca. Intanto un gatto spuntò da sotto la sua macchina, fermandosi proprio davanti a lui. Il micio, inclinó la testa e lo scrutó con i profondi occhi gialli. Quando un gatto fissa immobile un punto, forse sta creando una poesia. O sta scoprendo un varco nell'universo. O sta aspettando la venuta di un angelo.
Mario lo guardó a sua volta, trovando estremamente affascinante quell'animale. Stava osservando qualcosa che lui non riusciva a vedere e ciò gli mise soggezione.
Il gatto miagoló, avvicinandosi un po' di più al ragazzo. Con quel verso, gli suggerì cosa fare.
"Credo proprio che tu abbia ragione"
Mario prese il telefono e digitó il numero, portando la canna alla bocca per accenderla. L'animale intanto cominció a strusciarsi sulle sue gambe, facendo teneramente le fusa.
"Ti era mancata l'aria ligure?" La voce di Linda era metallica e distante, ma restava comunque il suono più bello che potesse sentire.
"Quanto basta per farmi tornare, ma non abbastanza per farmi restare" Rispose lui, sedendosi sul cofano. L'animale continuava a stargli tra i piedi, spingendo con il muso sul suo polpaccio.
"Perché fumi sempre quando mi chiami?"
"E perché tu dormi quando è notte?" Disse prontamente Mario.
"Avrei risposto ugualmente" Ridacchió lei. Il ragazzo se la immaginó, il telefono posto nell'incavo della spalla e le mani impegnate a fare qualcosa. Sentì il canto delle cicale in sottofondo e suppose che fosse fuori, probabilmente a suonare.
"Come facevi a sapere che sono tornato?"
"Domanda retorica" Era più astuta di lui e ciò lo eccitava da morire. Per dirlo in linguaggio scurrile, non si poteva fottere con Linda Aguilar.
"Sei sempre un passo avanti" Disse Mario, chinandosi per accarezzare il gatto. Quella bestiolina stava cominciando a piacergli, era come se riuscisse a capirlo.
"Stasera tieniti libero, ti passo a prendere. Facciamo un giro" La ragazza usó un tono provocatorio, abbassando volutamente la voce per renderla ancora più sensuale.
"Non accetterai un no come risposta, Mamacita"
"È un ordine, piccolo Mowgli. Non hai paura di Schere Khan?" Era ancora più predatrice e meno umana, poteva sentire la sua brama di sangue anche dal telefono.
"Ma tu non sei Bagheera?" Adorava giocare con lei, lo faceva sentire vivo come una fiamma ardente.
"Attento a come ti muovi sulla scacchiera, la regina è sempre in agguato" Ruggì Linda, intingendo quella frase di sensualità. Mario si passó la lingua sulle labbra, la pantera riusciva ad eccitarlo anche usando soltanto l'intelligenza.
"Non farò ulteriori domande"
"Vuoi che sia per volontà o per paura, i sudditi si piegano sempre davanti al sovrano" La sete di potere della ragazza investì anche lui, nonostante si trovassero a chilometri di distanza.
Il gatto miagoló forte, scaraventandosi su di lui con violenza.
"Linda, sei l'incarnazione del sesso"
"Stasera porta un casco" Lei chiuse la chiamata e Mario si ritrovó nuovamente disorientato nell'enorme parcheggio vuoto.
Guardó il gatto.
Il gatto guardó lui.
Mario mise la canna in bocca, aprendo lo sportello della macchina.
L'animale salì a bordo, senza chiedere prima il permesso.
***
"Mowgli è nella tana" Disse Agnese Sforzi, scrutando da sotto i suoi occhiali scuri il paesaggio circostante. La stazione era piena di pendolari, che si spingevano l'un l'altro per prendere il treno. Vicino al distributore automatico, proprio sotto al tabellone degli orari, Mario dispendava perle di saggezza a giovani disperati.
La Vipera ridacchió, quella scena era molto comica. Una persona che non sa nuotare come può salvere dei naufraghi?
"Sai quello che devi fare!" Andrea Montagnani buttó giù il telefono, lasciandola da sola.
Lei si appoggió al muro e alzó un vecchio numero di Vogue, continuando ad osservare divertita il quadro dell'ultima cena.
Poteva benissimo alzarsi e portarlo via dagli agnellini, ma non ci sarebbe stato gusto. A lei piaceva giocare con la preda e adorava torturarla, nulla era più gratificante di un'anima che chiedeva pietà.
Mario faceva le foto con i ragazzi e intanto parlava, scimmiottandoli con l'ottima retorica. Agnese sapeva cosa stava dicendo, era troppo prevedibile. Mario era diventato Tedua grazie a lei, se La Vipera non gli avesse spezzato il cuore, lui non avrebbe mai tirato fuori i coglioni.
"Ha una sigaretta, signorina?" Domandò un vecchio, distogliendola dai suoi pensieri.
"Se questo è un modo per arrivare a me, no!" Rispose lei schifata, guardandolo da sotto gli occhiali da sole.
"Ho solo voglia di fumare e non ho un pacchetto" Lui fece uno strano gesto con le mani e sgranó gli occhi, indignato per essere stato ingiustamenge accusato.
Agnese sapeva che si era avvicinato solo per una cicca, ma si divertiva a giocare con le persone. Era così appagante vederle sconvolte, soprese e adirate.
Lentamente gli porse il pacchetto di Lucky Strike e ridacchió, mentre lui prese una sigaretta con mano tremante. Il signore borbottó un grazie a scappò via, senza guardarsi indietro.
D'altronde, ogni grande storia sembra iniziare con un serpente.
Agnese si posizionó davanti al cofano della vecchia Ford Fiesta, facendo sobbalzare Mario.
Lei inclinó la testa e ridacchió, togliendosi gli occhiali scuri. Medusa si era rivelata nella vera forma: i capelli, fatti di serpenti, ricadevano sulle sue spalle.
"Ciao caro" Sibiló lei, scrutandolo in maniera divertita. La faccia del ragazzo avrebbe meritato una fotografia, un perfetto miscuglio di stupore e terrore.
"Che cazzo ci fai qui" Disse lui, spengendo la macchina. Il gatto sedeva sul sedile del passeggero e scosse il capo impercettibilmente, neanche lui si aspettava una visita così improvvisa.
"Bentornato nella giungla, Mowgli" Agnese gli aprì lo sportello dell'auto, costringendolo a scendere. Lui le rivolse uno sguardo di sfida e obbedì senza esitare, chiudendo violentemente la porta. Il suono prodotto riecheggió nel parcheggio.
"Cosa vuoi" Mario incroció le braccia al petto e alzó un sopracciglio.
Non voleva e non poteva mostrarsi debole, la forza era l'unico antidoto per il veleno della vipera.
Lei sbattè i grandi occhi gialli, facendo una finta espressione di rincrescimento.
"Perché mi parli così?" Agnese gli passó una mano sul petto muscoloso, fermandosi proprio vicino al cuore.
Mario rabbrividì al contatto, sentiva il freddo della sua pelle anche da sotto la maglietta.
La ragazza accennó un sorriso, si aspettava quella reazione.
"Arriva al punto" Taglió corto lui, spostando la gelida mano del serpente. Ormai era inutile però, La Vipera aveva segnato il gol vincente.
"Sei così noioso, non ti va di chiacchierare un po'?"
"Sai già che più tempo passo con te e più la mia umanità va a puttane. Lo chiedi per il semplice fatto di vedermi in difficoltà." Mowgli reagì, attaccando Kaa per primo.
La ragazza ridacchió, mettendo in mostra i denti bianchissimi. Le labbra erano dello stesso colore del sangue e sembrava che da esse colasse un liquido caldo e denso: il veleno.
"Mi ecciti da morire. Sei bello da far paura, con quei tuoi occhioni marroni e gli zigomi perfettamente scolpiti. Per non parlare delle labbra, sono stata fatte apposta per essere baciate. Tuttavia, non devi fare il furbo"
Agnese cominció a girargli intorno, toccandolo con fare sensuale.
"L'unica a dover stare attenta sei te, lo sai benissimo. Io sono intoccabile, Agnese" Si vantó lui, gonfiando apposta il petto.
L'ira attraversó gli occhi della vipera; Mowgli aveva pronunciato la frase fatidica, quella che chiamava il sangue.
La ragazza lo afferó per il polso, lasciando affondare gli artigli nella carne.
"Andrea un giorno si renderà conto che sei soltanto un bambino e che te la fai sotto ogni volta che devi combattere. Quando La Serpe capirà che il gioco non vale la candela, io ci vorrò essere. Ti prometto che sarò in prima fila durante la tua disfatta"
Premeva forte sul polso, il sangue sgorgava dalla pelle.
Gli occhi di Agnese brillavano di cattiveria e il veleno usciva dalla sua bocca, colando lungo il mento.
"Non dovevi dirmi qualcosa?!" Ringhió Mario, lasciando che il serpente gli stritolasse il braccio.
Non si sarebbe tirato indietro, non avrebbe ceduto. La morza era potente, ma lui sapeva di essere più forte. Tutti gli anni passati a soffrire lo avevano forgiato, come una splendida armatura appena uscita dalla fucina.
Il fuoco l'aveva investito e non si era neanche scottato.
Aveva vissuto nella giungla e non si era mai fatto divorare.
Nel giardino dell'Eden non aveva raccolto la mela.
Mario non aveva paura.
Mowgli poteva sopravvivere da solo.
"Andrea voleva farti sapere che sei il benvenuto e ha mandato me come comitato di accoglienza."
La vipera molló la presa, allontandosi piano piano.
Sotto alle unghie, aveva il sangue del cucciolo d'uomo.
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