Capitolo 60
Lucas pov
C'era silenzio, un silenzio fatto della stessa sostanza di una bolla di sapone. Un silenzio rotto da un suono, la camminata di un esercito.
Strizzai le palpebre nel sentire gli ordini tuonanti delle guardie e i loro manganelli sulle sbarre. Significava soltanto una cosa: la tranquillità e la pace erano finiti. In un posto del genere potevi sperare solo in quello, in un po' di pace, da solo. Quel suono acuto però non lo permetteva, era davvero snervante. Uno stridulo insistente e fastidioso, tanto da essere nauseante. Purtroppo, era il rumore che più veniva costantemente ripetuto, dopo le imprecazioni. Il beato silenzio che prima predominava, scomparse e un fiotto di mormori si sollevò. Una guardia passò davanti alla mia cella, fece tacchettare il manganello, intimandomi di alzarmi e poi andò oltre. C'erano due guardie per ogni piano, uno per il lato destro, l'altro per quello sinistro e questo schema si ripeteva ogni mattina. Questo era il primo richiamo e solitamente avevi mezz'ora a disposizione per darti una sistemata, altrimenti venivano a prenderti. Alzai gli occhi e continuai a guardare il soffitto, restando sul letto, una gamba piegata e la mano sul ventre. Guardarlo, in questi ultimi giorni sembrava essere diventato il mio passatempo preferito. Era l'unico spiraglio che potevo permettermi. Passavo le mie notti insonni, il sonno era come se mi avesse abbandonato mentre la mia mente era fin troppo arzilla. I pensieri si susseguivano come un fiume in piena, vaghi ma distinti. Mi tenevo compagnia quando tutto il mondo era solo una piccola fessura che potevo contemplare.
Ogni sera, mi avvicinavo alla finestra e guardavo da lontano la città. Invidiavo quella vita che scorrevo davanti ai miei occhi, provavo a chiuderla nelle mie mani ma ogni volta, toccavo l'intoccabile. Ogni sera non facevo altro che pensare a lei. La cercavo in continuazione nei miei sogni e preferivo sprecare le ore di sonno per ritornare a casa, tra le braccia e il suo sorriso. Fin quando, non mi rendevo conto che sogni non erano altro che nuvole morbide e leggere dai contorni sfumati.
Ogni volta con la mente ripercorrevo il suo volto, la sua espressione, i suoi sguardi. Ogni volta, sempre con più forza, aumentava il mio desiderio per lei. Non era soltanto una voglia fisica ma un bisogno dirompente. Non volevo soltanto baciarla, fino a prosciugare il respiro, desideravo dirle e ancora dirle, fino alla fine dei miei giorni, per il resto della mia vita 'ti amo' come se fosse sempre la prima volta. Lei era l'unica cosa che mi spingeva a resistere in questo posto.
Mi alzai dal letto, mi diedi una piccola sistemata e mi avvicinai alla sbarre, in attesa dell'arrivo di una guardia. Quando la celle venne aperta, seguì gli altri detenuti giù verso il piano di sotto. La mensa era grande quanto una palestra scolastica, dai pavimenti in piastrelle bianche, composta da lunghi tavoli rettangolari di tre file, con quattro finestre che circondavano le pareti, dai colori vecchi e scambiati. Scelsi il tavolo in fondo, quello più isolato e lo raggiunsi, ignorando le occhiate degli altri. Ero l'ultimo arrivato e i detenuti non erano gli uomini più socievoli del mondo.Mi limitai a sedermi, senza prendere il vassoio. Erano due giorni che il mio stomaco non dava segni di appetito, talmente era chiuso e aggrovigliato. Solo la rabbia riusciva a saziarlo. Dai piccoli televisioni sparsi negli uffici delle guardie, i notiziari non facevano altro che parlare di me. Il contratto con la Mercedens-Benz era in frantumi e in pochi giorni i nostri partner ci avrebbero mollato. Avevo urgente bisogno di trovare nuovi finanziatori ma con lo scandalo era impossibile. Vedevo sotto i miei occhi, il lavoro di anni cadere come un castello di carta. Ciò che però mi faceva più incazzare, erano le notizie su di me, trasmesse come futili pettegolezzi. Veniva sottolineato tutto, la mia adozione, il mio coinvolgimenti in piccole bravate e in corse clandestine. Ogni cosa veniva brutalmente spogliata del resto, rimanendo solo un seme che veniva dato in pasto a dei cani affamati. Prendevano la mia vita e la rovesciavano a loro piacimento ma potevano andare a quel paese. Sapevo chi ero, cosa valevo e lo sapevano anche le persone che contavano sul serio nella mia vita. Perché ci si sentiva grandi e famosi anche quando eri apprezzato dall'unica persona che per te rappresentava tutto il mondo, gli altri erano solo una folla distinta.
"E' ora di alzarvi, sbrigatevi a mangiare, razza di fecce"la guardia in soprappeso, con una montatura scura calata sugli occhi azzurri, ringhiò, lanciando occhiatacce ai volti presenti mentre faceva ruotare il manganello. La prigione, purtroppo, non era l'istituito più gentile del mondo e le guardie non erano per niente affabili. Speravo sul serio che Nick potesse sbrigarsi a risolvere questa situazione.
Mi alzai e tutti come una mandria di burattini, chi imprecando, chi brontolando, chi sbandando, filarono verso l'uscita. Era arrivata il tempo delle visite, l'unica cosa che per me e per molti, rendeva sopportabile quel luogo. Come ieri, venni condotto nella sale della visite, davanti a quei vetri divisori, l'unica fonte di comunicazione con gli altri. Neanche fossi stato un assassino o un pazzo pericolo. Odiavo quello specchio, era così dannatamente fastidioso. Quei momenti erano gli unici che potevo trascorrere con la mia famiglia e non potevo avere neanche un contatto diretto. Alzai gli occhi e mi sorpresi quando vidi mio padre sedersi. Da quando ero rinchiuso lì, questa era la prima volta che lo incontravo. Non aveva il solito abito d'ufficio con cui ero solito vederlo ma un paio di pantaloni marrone e una leggera polo beige. Non si era rasato ma la barba era perfettamente curata, d'un colore cioccolato proprio come quelli di Beatrice.Presi il telefono, con una lieve titubanza, cosciente di quale giudizio potesse avere su di me, in questo momento. Lui fece lo stesso.
"Ciao papà"la mia voce uscì lievemente incerta, non avrebbe dovuto stupirmi la sua presenza, era mio padre ma dato i precedenti, fui quasi sul punto di chiedergli del perché fosse qui. Quel periodo era ancora un tabù per lui e sapevo che questa storia non ci avrebbe aiutato. Ricordavo ancora la delusione e il rimorso nel suo sguardo di quel giorno, che mi fece pentire di essere nato.
"Ciao, Lucas"accanto a noi, si sentivano il pianto delle madri, gli schiamazzi allegri dei bambini, le parole dolci di moglie, sorelle, fratelli, ognuno era un piccolo mondo a se, una piccola bolla privata"come stai?"il suo sguardo si posò su di me, sullo stato in cui riversavo e lo vidi stringere i polsi
"io sto bene, sono chiuso da due giorni ma non sta andando male"scrollai le spalle, la sua espressione non mutò, anzi diventò più rigida e un improvviso e teso silenzioso calò su di noi, sospirai "nessuno meglio di me sa cosa è successo quando avevo 17 anni ma ti giuro che in questa situazione non c'entro, papà"nessuno più di me avrebbe voluto cancellare quel momento. La scoperta dell'adozione ero stata la fine di un idillio e da allora ero stato la macchia della mia famiglia. Il figlio perfetto di un detenuto e non il figlio che volevo e dovevo essere. Quell'episodio era stata una condanna che tutt'ora sembrava ancora perseguitarmi. Le rughe della sua mente si stesero e i muscoli si rilassavano mentre la rabbia del suo sguardo, si affievolì, lasciando spazio a un'espressione più paterna e meno afflitta
"ti credo"quelle parole uscirono con un sospiro "so che non sei coinvolto in questa storia, in passato hai sbagliato ma tutti prima o poi commettono degli errori, basta per rimediare. Tu hai fatto già abbastanza e ora tocca a me, in qualità di tuo padre. Sto cercando di farti avere gli arresti domiciliari ma devi essere paziente, purtroppo la situazione è piuttosto complessa" annuì e il suo sguardo si fissò su di me"voglio dirti una cosa, non c'è una ragione precisa che mi spinga a dirtela oggi, ho solo capito che devo dirtela al più presto. So che non ho mai mostrato il dovuto interesse per il tuo lavoro e di questo me ne pento ma voglio dirti che sono fiero di ogni tuo traguardo. In questi anni sei riuscito a costruire più di me, io alla tua età non avrei mai avuto questa forza. Da dove provieni non importa, ricordarti solo chi sei ora, Lucas. Non accontentarti della fierezza degli altri che si dissolve in granelli di sabbia nel mare ma sii fiero di te stesso, dell'uomo che sei diventavo, perché sei tu il solo che ne trarrà benefici. Difendi ciò che è tuo, sempre, combatti per ciò che vuoi e custodisci te stesso. Per me e per gli altri tu sarai sempre Lucas Hanson, mio figlio. Ti voglio bene, Lucas"le mie labbra accentarono a un sorriso ricambiato
"anch'io, papà".
Nick pov
Orlando Castillo, di origine argentina, era un'addetto della pulizia dell'impresa "Domestic Affairs Agency". Fedina penale pulita, niente famiglia ma conviveva con la compagna a pochi isolati da qui. L'avevo visto spesso qui in azienda durante i suoi turni e alcune volte si fermava anche a scambiare qualche battuta, qua e là. Come addetto della pulizia aveva accesso a tutti i nostri uffici, compreso quello di quello Lucas. Davvero una scelta azzeccata. Io se fossi stato nella medesima situazione, avrei fatto lo stesso. Tuttavia, lui non era altro che una pedina in questa caccia in cui la regina era nascosta davanti al sguardo. Ciò non faceva che rendere più stuzzicante la sfida ed ero molto curioso di sapere chi finalmente, avrebbe vinto. Chiusi il fascicolo lentamente e alzai la cornetta del telefono d'ufficio
"Maddie, è arrivato il signor Castillo?"domandai mentre il mio sguardo ricadde sulla finestra, osservando il profilo definito di Manhattan. Una volta identificato, grazie ai video, l'avevo invitato a presentarsi e tutt'ora non riuscivo ad immaginarmi una sua risposta. Un acconsenso era preferito ma il rifiuto non mi spaventava. In quel caso, sarei andato personalmente da lui.
"si, signor Harvey, ora lo faccio salire"staccai la chiamata e accavallai le gambe, sciogliendomi la cravatta, ora eravamo nel mio territorio personale. La partita era appena iniziata.
Qualcuno bussò alla porta, con alcuni colpetti non molto energici e poi l'aprì , dopo aver ricevuto il mio consenso. Castillo richiuse la porta alle sue spalle e alzò il capo. Era proprio me lo ricordavo, la carnagione olivastra, gli occhi di un chiaro nocciola, le folte ciglia, scure, i capelli lunghi fino all'orecchio e la barba che copriva la sua mascella dura. Questa volta però non indossava la divisa ma un vecchio jeans e una maglia marrone. Il suo pungente profumo di abate e gelsomino si mischiava alla tensione presente nell'aria, accompagnato da un pizzico di disagio che gravava sulle sue spalle ma che riusciva a nascondere bene.
"Prego, accomodati"accompagnai le mie parole con un gesto della mano, indicando la sedia davanti a me. Lui si avvicinò e non mi sfuggì l'impercettibile momento delle sue spalle. Scostò la sedia e si sedette, guardandosi intorno. Seguì il suo sguardo sulle fotografie e sui disegni sulle pareti "bell'ufficio, vero?"annuì, continuando a non guardarmi ma il mio sguardo era fisso su di lui, tanto da spingerlo a spostare continuamente l'attenzione. In quel frangente, scorgevo un'incertezza velata di preoccupazione e mi sembrava anche di notare un leggero tremolio del mento. Quando, però, ritornò con lo sguardo su di me, tutto ciò sparì, sostituito da un'espressione ferma "sai perché sei stato convocato qui?"reclinai la schiena contro lo schienale della poltrona.
"No, ma presumo sia per il fatto di quella indagine?"il suo accento argentino era ben marcato e accentuato. Inclinai appena il capo, tacchettando le dita sul bracciolo. Lui deglutì, il suo pomo d'Adamo si mosse e sorrisi falsamente bonario mentre congiungevo le mani sulla scrivania.
"vedi, Castillo, sarò chiaro con te, abbiamo avviato un'indagine interna perché qualcuno ci ha incastrato, alterando i nostri documenti e siamo sicuri che il colpevole sia qualcuno di noi"annuì, le sue spalle si tesero, come se stesse, di nascosto, giocando con le mani, a quanto pare qualcuno non era molto tranquillo
"avete giù trovato il colpevole?"cercò di rilassarsi, provando a sciogliere i muscoli ma vanamente. Si diceva che chi era colpevole, aveva stampato in fronte la sua colpa, non potevo essere più d'accordo.Un altro po' e sarebbe caduto
"si...ed è proprio difronte a me" impallidì, la sicurezza nei suoi occhi si infranse e il suo viso divenne prima bianco come un lenzuolo, successivamente le sue guance si colorarono di rosso. Lo sguardo si addolorò e tremò, spaventato. Aprì la bocca per protestare ma lo fermai "la possiamo mettere in questo modo, o mi dici chi è che ti ha pagato per farlo oppure andrai dritto dritto in galera, abbiamo le prove, video che ti rendono colpevole, Castillo"i suoi occhi si spalancarono e il timore si accentuò "la galera non è posto per i deboli di cuore, fidati, è un posto che può cambiare molto un uomo, tanto da renderlo un animale"il suo viso divenne quasi paonazzo dalla paura. Questa era in assoluto l'espressione che più preferivo sui codardi come lui, la fobia pura e violenta che ti attanagliava il respiro.
"Io non ho rubato quei registri!Non so neanche quali erano, come avrei potuto farlo?"il timbro era debole, con una sottile convinzione che si perdeva nell'aria. Una bugia davvero deprimente. Purtroppo per lui, al momento non potevo perdere tempo in simili temporeggiamenti
"voglio sapere chi è stato a pagarti, a ordinarti di rubare quei dati e lo voglio sapere ora!Dimmelo o finirà molto male"la mia voce si indurì, salendo di un'ottava, a tal punto che trasalì. La mia espressione si inferocì e finalmente nel suo sguardo lessi la tanta agognata rassegnazione. La colpevolezza scintillava in quelle iridi e ciò mi spinse a provare più disprezzo. Avrebbe dovuto marcire lui in galera, non Lucas. Tuttavia, mi serviva libero e illeso, altrimenti non sarei mai riuscito a trovare il bastardo. Chinò il capo, remissivo, sospirando
"non l'ho mai visto di persona e non conosco il suo nome, mi ha contattato per messaggio, i soldi erano in contanti e me li faceva trovare in un luogo prestabilito. Io mi sono limitato a prendere i documenti e a nasconderli sotto il carrello quando finivo"la voce fuoriuscì incredibilmente flaccida mentre ascoltavo ogni particolare, a quanto pare il mio amichetto era piuttosto astuto ma non abbastanza "ti prego, non denunciarmi, io sono stato soltanto un intermediario"che si sarebbe potuto beccare comunque una pena fino ai 5-6 anni. I suoi occhi supplichevoli mi davano soltanto il voltastomaco e se fosse stato per me, l'avrei preso a calci, finché non avrebbe chiesto il mio perdono. A questo mondo eravamo troppo clementi per immondizia come lui
"dammi il telefono e non dirò una parola"intima, lui ubbidì con pochissima riluttanza "puoi andare e sparisci dalla mia vista"si alzò"sappi però che avrai il licenziamento istantaneo , e ora smamma"accesi il display, sbloccai la schermata e mi diressi verso la casella dei messaggi, presi un foglio, segnando il numero. Mi alzai e gli lanciai il cellulare in pieno petto, prima che potesse andare via
"Maddie, sono il signor Harvey, chiama Darek Santiago, l'addetto alla sicurezza e digli che mi raggiunga immediatamente"guardai il numero, ero così maledettamente vicino da fare scaccomatto.
********
Lanciai le chiavi dell'auto al portinaio e spinsi la porta del palazzo tipicamente dell'arte Decò, sulla quarantasettesima Bronx St, nel Bronx, con lo stadio degli Yankee in bella vista, davvero niente male. Attesi l'arrivo dell'ascensore mentre avvisavo Sabine che questa sera avrei fatto leggermente tardi. Un ritardo che era direttamente proporzionale al tempo che il diretto interessato mi avrebbe fatto perdere. D'altronde, stavo andando a trovare la mia cara regina. L'ascensore arrivò con un trillo e le porte si spalancarono, chiudendosi dietro di me. Guardai il pannello dei pulsanti mentre ogni piano si illuminava, in attesa di arrivare al terzo piano. Quando si fermò, camminai per il corridoio, leggendo con attenzione le targhette dorate su ogni porta, fin quando non arrivai all'ultima porta a sinistra, la 18a. Bussai, posando una mano sulla tasca della giacca. Sapevo che era dietro quella porta. Improvvisamente, si sentirono dei passi e poi la porta si spalancò appena, proprio mentre stringevo le mani in un pugno.
"Ciao bastardo"il mio pugno gli colpì la guancia sinistra, cogliendolo di sorpresa e lui barcollò all'indietro. Sorrisi mentre stiracchiavo le nocche, osservando l'uomo dinanzi a me "penso sia giunto il momento di una bella chiacchierata"feci schioccare le nocche e chiusi la porta.
Mi dispiace per la fine un po' frettolosa e per gli errori presenti ma per non farvi aspettare ulteriormente, ho dovuto fare il possibile. Il prossimo capitolo sarà più curato. Con questo vi auguro una buona lettura e soprattutto buon Halloween. Vi invito anche a leggere Amore in affitto e a visitare le mie tre pagine "Le Storie di Astrad"-facebook- "J.L.Hell-Astrad98"-twitter- "le_storie_di__astrad"-instagram. Baci
-Astrad
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