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Capitolo V

In camera mia quel giorno regnava la tranquillità, per fortuna non c'era stato nessun imprevisto a svegliarmi.

L'aria era molto umida, così la prima cosa che feci fu aprire la finestra invanamente.

Scesi le scale, finalmente avrei potuto godermi la colazione, pertanto decisi di preparla con cura:

Una spremuta d'arancia affiancata ad un muffin con scaglie di cioccolato.
Mentre mangiavo, pensai al mio futuro universitario, chissà cosa mi sarebbe aspettato...
Attendevo questo momento da una vita, mi piaceva studiare, o meglio, mi piaceva pensare al futuro, a cosa sarei diventata, chi avrei avuto al mio fianco, e se avessi avuto qualcuno al mio fianco; Qui a Bolzano ero molto sola, non avevo amici, al massimo conoscenti, molte persone non capendo la mia timidezza mi ritenevano un incapace nel relazionarsi, ovvero un asociale, il che non era affatto vero, avrei sempre voluto qualcuno al mio fianco con cui confidarsi, e non parlo di un'amicizia ma bensì d'altro, avere una relazione comporta molte responsabilità, ma non averla ci fa sentire soli, senza l'altra metà che riesce a completare la nostra vita.

Finita la colazione terminarono anche i miei vaghi pensieri, ero molto entusiasta, non riuscivo a contenere la gioia!
Riposi tutto nel lavandino per poi lavarlo e metterlo al suo posto, così mia madre non avrebbe sbraitato per l'ennesima volta.

Successivamente tornai in camera, decisi di indossare ancora una volta degli shorts, stavolta bianchi, a cui abbinai una maglia rosso sangue, essa delineava perfettamente le mie curve, difatti era una delle mie preferite.

Quindi, dopo svariati deodoranti, profumi e cosmetici, tornai al piano di sotto.
Mia madre guardava la stanza in modo angoscioso, quasi volesse piangere.
Decisi di sedermi accanto a lei sul divano, si voltò verso di me sorridendomi falsamente, era chiaro che qualcosa non andava in lei.

« Mamma, cos'hai? Ti vedo molto giù negli ultimi giorni... »

« Megan, non ti preoccupare, è solo stress, passerà »

Mi disse con una risata altrettanto finta.

« Se non smetti di affaticarti così tanto non passerà! »

Dissi scuotendo leggermente il capo.

Il suo sguardo calò verso il basso, e riprese a sospirare

Ho detto qualcosa di sbagliato forse?

« Tutto bene, mamma? »

« Certo, va tutto bene. Dove vai oggi? Vedo che ti sei preparata per bene »

Sul mio volto apparve un grosso sorriso.

« Andrò a cercare l'Università giusta per me! Settembre si avvicina da come puoi costatare. »

« Ti posso accompagnare io! »

Quel passaggio era un dono sceso dal cielo, non avrei dovuto aspettare l'autobus mentre il sole picchiava forte.

« Mamma ma oggi non lavori? »

« Al diavolo il lavoro! Mia figlia è molto più importante del lavoro. »

Disse dandomi una pacca sulla spalla.
Le sue parole mi resero ancora più felice.

Così, dopo aver aspettato che lei si preparasse, cominciammo ad uscire di casa incamminandoci verso la macchina.

« Hai già in mente qualcosa? »

La mia risposta fu negativa.

« Tranquilla mamma, ci penso io! »

Dissi prendendo il telefono.
Cercai le scuole più vicine, in modo da non dover fare un lungo percorso in autobus.

Infine ne trovai tre:
Due istituti di giurisprudenza e un'accademia delle belle arti.
Decisi di visitarle tutte e tre, dando indicazioni stradali a mia madre.

La prima scuola, ovvero quella giuridspudenziale, era molto grande, aveva un aspetto lussuoso, più che un' università sembrava un imponente villa.
Io rimasi a fissare l'ampio giardino mentre mia madre parlava con i responsabili.
Dopo qualche minuto mi venne incontro spalancando gli occhi

«Megan, questa qui è troppo costosa, non possiamo permettercela, sai che ultimamente abbiamo problemi economici e se la casa non fosse di proprietà non avremo potuto tenerla.»
In realtà, lo avevo già immaginato, per cui la cosa non mi dispiacque per niente.

« Tranquilla, voglio solo studiare, non è necessario che la scuola abbia un maestoso giardino con rose e tulipani! »

Mia madre riprese a sorridere, stavolta sembrava sincera.

Girammo in una via, anche essa piena di fiori colorati, la strada era piena di negozi, c'era persino la caserma.

Vidi un ragazzo uscire da essa, aveva una t-shirt bianca semplice e dei pantaloni lunghi verde militare, il suo sguardo era rivolto su qualcosa che aveva in mano ma che da lontano non riuscivo a identificare, poco dopo i suoi occhi si rivolsero verso me, si, quegli occhi, quelli verdi e marroni.

Era lui, era Armando.

Rapidamente mi salutò sorridendo, e di scatto io mi voltai verso mia madre senza dargli retta, passammo la caserma velocemente.

Cosa ci faceva lí?

Guardai indietro, ma non riuscii più a vederlo.

Perché deve sorridere? Perché vuole rimanermi impresso?

Basta farsi film mentali. Lui non è e non sarà nessuno.

« Terra chiama Megan! Ci sei? Siamo davanti all'Accademia! Avanti, scendi! »

Alzai gli occhi al cielo sospirando. Sembravo così stupida mentre pensavo a lui?

Non le rivolsi una parola e mi limitai a scendere dall'auto.

Questa volta la scuola si presentava meno pregiata, c'erano svariati murales alle pareti, il giardino era leggermente più piccolo ma adornato comunque da diversi fiori di molteplici colori.

Come al solito, mia madre fece tutto al mio posto. In un altro contesto mi avrebbe dato fastidio, insomma, so cavarmela da sola... Tuttavia quel giorno preferivo ammirare le scuole più che parlare con dei responsabili scolastici, quindi la lasciai fare.

Perché non ho salutato Armando? Insomma, è stato maleducato da parte mia.

Mentre nascevano questi pensieri mia madre tornò da me bloccandoli.

« Mi sembra abbastanza carina, se fossi in te sceglierei assolutamente questa! »

Esclamò facendomi l'occhiolino.

Ora ne manca solo una!

Sperai per tutto il viaggio che questa non fosse costosa come la prima. Il mio sogno era laurearmi in giurisprudenza, ciò mi offriva un futuro più speranzoso rispetto alle belle arti, ma anche dipingere non mi sarebbe dispiaciuto molto.

Finalmente giungemmo alla nostra meta.

L'Università era anch'essa enorme, tuttavia non possedeva un giardino.

Stavolta decisi di seguire mia madre, la segreteria era colma di quadri rappresentanti dipinti dell'istituto in passato, ciò valeva a dire che era abbastanza antico.

Non capii nulla dall'inizio alla fine del discorso, ma una cosa mi era chiara: era perfetta! Il costo non era altissimo e la scuola era lontana solo sette kilometri da casa mia.

Guardai mia madre allegramente, che facendo cenno con la testa mi disse di andare via.

Uscite dall'edificio, rientrammo in macchina diringendoci a casa.

Durante il tragitto vidi nuovamente il locale e decisi che quella sera ci sarei tornata.

Era mezzogiorno quando rientrammo nella nostra abitazione.

Aiutai mia madre a preparare il pranzo e successivamente ad ordinare la tavola per poi mangiare.

Era da tanto tempo oramai che io e mia madre non pranzavamo insieme, ritenevo che quello fosse un giorno importante, per una volta tanto c'ero io al centro delle sue attenzioni e non quella dannata azienda.

Mia madre prese a sparecchiare, di conseguenza io le diedi una mano.

Sembrava molto più rilassata del solito, i suoi capelli scuri, uguali ai miei, non erano arruffati, e i suoi piccoli occhi marroni non presentavano occhiaie o altri sintomi di stanchezza.

La guardai soddisfatta per poi stendermi sul divano togliendomi le scarpe.

Le sue braccia mi stringevano dolcemente, riuscivo a sentire il suo profumo, così intenso e allo stesso tempo delicato. Le sue mani iniziarono a sfiorare il mio volto, e io continuavo a guardarlo, i suoi occhi, così profondi, cosi diversi, come noi.
Io timida, lui aperto.
Io triste, lui solare.
Io che avrei voluto rifiutare il suo passaggio, e lui che me l'avrebbe dato altre mille volte.
Ma una cosa in comune l'avevamo: uno non riusciva a smettere di pensare all'altro.

Pian piano si avvicinò a me, dandomi dei piccoli baci sulla guancia, sino ad avvicinarsi alle mie labbra, la sua mano si posò sul mio viso mantenendolo, io strinsi le braccia dietro il suo collo e ci guardammo intensamente, i nostri bacini si toccarono attraverso i vestiti e i nostri respiri sembravano fondersi tra l'amore e l'insicurezza.
Ci baciammo.
E la passione guidava le nostre lingue, facendo durare il bacio più del previsto.

Mi svegliai di soprassalto.

Ma cosa diamine era successo? Non potevo crederci.

Non sapevo cosa provare.

Mi piaceva? Ne ero innamorata? Forse era una cotta.

Mi ha solo accompagnata a casa una volta. Non è possibile tutto ciò, non siamo in un film.

Avevo una gran voglia di uscire, di girovagare per la città e tornare al locale scoperto ieri.

Mia madre era appisolata sulla poltrona di fianco il divano, quindi salii le scale di soppiatto e scelsi i vestiti per quella sera:

Dei pantaloncini blu scuro, una camicetta bianca che successivamente avrei inserito dentro lo shorts, una sottile cintura in cuoio e per finire delle Nike bianche con stemma nero.

Entrai in bagno, mi spogliai, feci una doccia abbastanza fredda e uscii dalla stanza in accappatoio, tornai nella cameretta e indossai gli abiti presi in precedenza.

Scendendo le scale avvisai mia madre che non sarei tornata per cena.

« Esci? Ma se non esci mai! E poi con chi esci? »

« Stasera ne ho voglia, e comunque da sola, con chi vuoi che esca? »

Alzò le sopracciglia meravigliata, in effetti succedeva raramente che io uscissi, ma oggi era una di quelle sere.

Non era ancora buio, il che rese la camminata tranquilla.

Finalmente ero all'entrata e notai con sorpresa che il locale era pieno zeppo di gente, non amavo il caos, ma volevo stare lì.
Mi sedetti, guardai nel vuoto e mi sentii parte di esso.

« Cosa gradisci? »
Mi chiese il barista

« Una birra, grazie! »

« Offro io! »

Mi sorrise facendo frettolosamente l'occhiolino.

Aveva i capelli neri, gli occhi marroni ed era molto alto.

Non rifiutai solamente per il gusto di una birra gratis, ma non era assolutamente il mio tipo.

Fu veloce a consegnarmi la bevanda, io lo ringraziai e lui cominciò a farmi
alcune domande.

« Allora, come ti chiami? »

« Mi chiamo Megan »

Dissi freddamente.

« E io mi chiamo Luca, piacere mio! »

Infatti, piacere tuo.

Dopo qualche minuto smise di parlarmi.

Era ora, direi.

Vidi un cane entrare nel locale, rimasi sbalordita, non avrei mai pensato di vedere un animale entrare al bar.

Fortunatamente, o sfortunatamente riconobbi il padrone.

Armando.

Due volte in un giorno.

Decisi di andarmene, prima di farmi notare.

Il barista mi seguì attentamente con gli occhi mentre uscivo dal locale

Era buio, e stavolta la strada sembrava spaventosa.

Poi arrivò una macchina, che illuminò la strada, rassicurandomi.

La macchina cominciò ad accelerare, fino ad essermi molto vicina, poi rallentò accostandosi accanto a me.

« Si può sapere perché mi eviti? Cosa ti ho fatto? Guarda che ti ho vista al locale »

Era Armando, non avevo bisogno di guardarlo, conoscevo la sua voce.

« Io non ti sto evitando! »

« Ah no? Oggi ti ho salutata e tu ti sei girata facendo finta di non avermi visto »

Disse sorridendo

« Io...Io non ti avevo visto. »

« Sono cosi bello che non puoi non avermi visto »

« Ma guarda quanto si vanta! Sei come tutti gli altri. »

« Tu no »

Rimasi in silenzio, mentre lui continuava a fissarmi.

« Allora, lo vuoi un passaggio? »

« No, grazie, torno a casa da sola »

« Sei strana »

« Tu di più » Dissi fermamente.

Continuavo a guardare da altre parti, cercando di non incrociare il suo sguardo

« Va bene, ho capito, me ne vado. Ti auguro una buona notte. »

« Buonanotte anche a te »

Dissi timidamente abbassando la testa.
Aspettai che l'auto fosse abbastanza lontana, poi ripresi a camminare.

Arrivai a casa e aprii la porta, mia madre era seduta al tavolo ad aspettarmi.

« Megan...Devo parlarti. »

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