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Capitolo IV

Non ho mai utilizzato sveglie, solitamente riuscivo a svegliarmi in orario da sola, infatti, quando il mio telefono alle sette del mattino iniziò a squillare ero sconcertata da ciò che stava succedendo, fin quando la mia mente, ancora mezza addormentata, realizzò che era la chiamata di qualcuno: il mio capo di lavoro.

« Dove sei imbecille? Vieni immediatamente a lavoro! »

La sua voce urlante mi svegliò del tutto.

« Oggi non è il mio turno! Ora lasciami in pace! »

« Mi serve una mano qui! Se vuoi essere lasciata in pace ti licenzio! Anzi ti dico di più, se entro le otto non sei qui puoi anche non tornare mai più! »

E attaccò la chiamata.

Era davvero impossibile capire perché quell'uomo si comportasse come un barbaro con me.

Avrei dovuto sbrigarmi altrimenti mi avrebbe davvero licenziata!

Mi sfilai velocemente il pigiama indossando dei pantaloncini a vita alta e una maglietta bianca con righe blu, anche questi avevano un buon odore.

Credo sia vaniglia.

Per finire misi delle scarpe sportive bianche e pettinai i lunghi capelli neri, oramai asciutti, legandoli in un alto codino, mi guardai allo specchio posizionato vicino al letto.

Beh, in fondo devo solo andare a lavoro e...
E devo sbrigarmi prima che perda l'autobus!

Percorsi velocemente le scale, portai con me solamente le chiavi di casa e il telefono infilandoli nelle tasche dello shorts.

Mi incamminai frettolosamente verso la porta e infine uscii di casa camminando con passo deciso e veloce verso la fermata dell'autobus.

Diedi un'occhiata alla schermata del telefono: sette e cinquanta.

Ero in preda alla disperazione e mi guardavo intorno insensatamente.

Per un attimo ripensai ad Armando, dipoi mi misi una mano in fronte scuotendo la testa.

Dovevo smetterla di pensare a lui ma principalmente cessare di aspettare un autobus che non sarebbe mai arrivato, così decisi di correre più in fretta che potevo.

Il caldo si faceva sentire.

Ero tutta sudata eppure, fortunatamente,  non emettevo odori nauseanti; la pressione iniziava a scendere sempre più, alfine giunsi alla panetteria con quasi dieci minuti di ritardo.

« Megan! Ti eri persa nei boschi per caso? Su, prendi il camice e mettiti a lavoro! »

Era completamente inutile tentar di fargli cambiare atteggiamento, così, senza fiatare, presi il mio camice che, diversamente dai miei vestiti, non aveva un buon odore, il ché mi provocava un po' di disgusto, tuttavia lo infilai incominciando le faccende che fino a ieri non mi aspettavo di eseguire.

Bolzano era una città abbastanza affollata e i clienti ogni mattina non si facevano aspettare.

Per quanto desiderassi andar via da qui questo posto non mi dispiaceva affatto, anzi, lo adoravo e mi ritenevo fortunata ad abitarci.

In inverno era una vera meraviglia, la neve ricopriva il paesaggio col suo tocco puro dando agli spettatori una sensazione di tranquillità e splendore, il posto si inondava di bancarelle natalizie piene di luci calde rendendo il tutto un vero e proprio incanto.

Tornai alla realtà, era estate, e io odiavo l'estate: sole, caldo ma soprattutto noia.

Esatto, noia! Non mi piaceva il mare, anzi lo odiavo! Adoravo il mio color latte, il mio color neve, per l'appunto.

« Un bel pezzo di pane, per favore! »

«Certo signore! »

Presi la pagnotta situandola nell'apposita bustina, alzai lo sguardo per consegnare il prodotto al cliente...Ciò che vedi mi impietrii.

Era lui, si, quel maledetto signore!
Volevo tirargli la bustina in fronte e inseguirlo per tutto il negozio!
Non era possibile!
Eppure non mi riconobbe...

Beh sicuramente era concentrato su altro più che sul mio volto, brutto schifoso.

« Tenga il suo pane! »

Dissi con voce scontrosa

«G...Grazie »

Rispose perplesso per poi dirigersi verso l'uscita bloccandosi per qualche secondo sulla soglia della porta controllando il resto prima di uscire.

Con grande entusiasmo la giornata lavorativa finì velocemente, ed io non riuscivo a smettere di pensare a quel vecchiaccio sporco.

Per fortuna non mi aveva riconosciuta e soprattutto non mi infastidii per una seconda volta.

Come al solito, una volta uscita dal negozio, rimasi ferma sul marciapiede aspettando l'autobus.

Mentre attendevo pensai ad Armando, uno dei miei pensieri fissi negli ultimi giorni...I suoi capelli biondo scuro, il suo sorriso, quelle labbra piene di un colore stupendo e quegli occhi, quei maledetti occhi che mi avevano rapita, era come guardare due persone differenti nello stesso momento.

Mi accorsi di avere quasi la bocca aperta, e strizzando gli occhi scorsi l'autobus che oramai era già partito.

Ma perché non me ne va una giusta? Ci manca solo che si metta a piovere!

Fa niente, a dir la verità avevo voglia di una bella passeggiata!

Mentre camminavo osservavo le cose che mi stavano intorno, passeggiando riuscivo a intravedere più dettagli rispetto al percorso in autobus, esso faceva sembrare tutto piccolo e insignificante.

Forse dovrei fare quattro passi con più frequenza.

Gli alberi davano un tocco di rosa alla città, la quale era sempre colma di fiori colorati che la rendevano molto accesa.

Dopo qualche minuto, decisi di fermarmi in un bar.

Dev'essere nuovo! Non l'ho mai visto, eppure passo spesso qui.

Una volta seduta al bancone, ordinai un tè freddo gustandolo in un grosso bicchiere pieno di ghiaccio e una cannuccia nera semplice; Il locale non era affatto male, pavimento in legno chiaro, tavoli rossi e decorazioni molto anni cinquanta, il tutto contornato da luci a led caldo.

Sicuramente ci tornerò!

Uscii dal bar.

Il sole sembrava non voler tramontare.

Guardavo la città con attenzione e tra uno sguardo e l'altro arrivai a destinazione.

Mia madre era già tornata, il ché era strano, ma decisi di non farle domande.

« Meg, cosa vuoi per cena? »

« Petto di pollo, per favore. »

Mentre lavavo faccia e mani mia madre si accingeva a cucinare.

Mi piaceva guardarla quando lo faceva, il suo talento culinario era davvero elevato a differenza del mio.

Non era pessimo, ma nemmeno come quello di Elena, mia madre.

La mamma è sempre la mamma!

Cenando e scherzando calò la notte e i miei occhi cominciavano a bruciare.

Salii le scale e con fatica raggiunsi il mio letto, abitualmente strinsi a me il cuscino abbracciandolo e pensando alla città.

Tra i mille pensieri sperai che il demone, ovvero il mio direttore non mi richiamasse anche domani.

Questo lavoro è uno stress, non vedo l'ora di riprendere gli studi e cominciare l'Università...

Ma certo! L'Università!

Ormai settembre si avvicinava e non avevo ancora scelto dove avrei eseguito il mio percorso didattico.

Domani sceglierò quella più adatta a me, sperando di trovarla.

Spensi l'abat jour situata sul mio comodino e mi addormentai.

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