8.L'Angelo e la Tempesta
"Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato."
– William Faulkner, L'urlo e il furore
Spingo la porta della libreria e il tintinnio del campanello mi accoglie come un vecchio amico che non vedo da tempo, ma oggi suona diverso, come un avvertimento. Dentro, l'aria è carica di polvere, di carta e di tempo. L'odore di legno e di inchiostro mi avvolge subito, ed è strano, ma in qualche modo mi fa sentire più vicina a mio padre, come se la sua presenza fosse ancora qui, tra i vecchi scaffali e le pile di libri ingialliti. La libreria è come sempre: un angolo di rifugio dove, di solito, dimentica il resto del mondo. Ma oggi c'è Raziel, e non posso dimenticare nulla.
Lei entra subito dietro di me, la sua presenza silenziosa e opprimente. Non è facile ignorarla, nemmeno quando decide di stare in silenzio. L'angelo custode che mi è stato assegnato, o forse più una guardiana, ma non posso fare a meno di sentire che il suo scopo è, più che altro, controllare ogni passo che faccio. E non so nemmeno se mi piaccia, o se sia davvero necessario.
Non ha le ali in vista. Le tiene nascoste, un po' come il suo silenzio, eppure la sento in ogni fibra del mio corpo. Non è solo l'aria che cambia quando è qui. È la tensione, è l'intensità che mi entra dentro senza che possa fermarla. Le ali le tiene celate, ma a volte basta una piccola vibrazione nell'aria, un movimento impercettibile del suo corpo, e io so che potrebbero apparire in qualsiasi momento. Ogni volta che si agita, ogni volta che c'è un'esplosione di emozioni, le piume irrompono in scena come una tempesta. E io, che ancora non so come gestirle, resto in attesa.
In questo momento, però, sembra più calma. Per ora, almeno.
Cammino verso il retrobottega, cercando di ignorarla. Mi concentro sulla porta che mi separa da Raley, che sicuramente mi sta aspettando. Non è la prima volta che arrivo in ritardo, ma ogni volta mi sembra che il peso della colpa si faccia più insostenibile. La pressione cresce, ma non so mai come dirlo: l'idea che Raziel sia ora il mio angelo custode (o quello che è) mi sembra surreale.
Mi avvicino al banco e sistemo la giacca, cercando di concentrarmi sul resto della giornata. Ho bisogno di restare qui, nel mio spazio, di non pensare a tutto il resto. Ma non ce la faccio. La tensione nell'aria è troppo forte.
La porta del retrobottega si apre con un cigolio, e subito la vedo. Raley è lì, inginocchiata accanto a un vecchio libro, lo sguardo concentrato mentre passa delicatamente la spazzola su una pagina ingiallita. Non alza nemmeno lo sguardo quando parlo, ma la sua voce mi colpisce con la precisione di un colpo di martello.
«Sono in ritardo,» dico senza troppi giri di parole. «Scusami.»
Raley non alza nemmeno gli occhi dal libro su cui sta lavorando, ma la sua voce arriva impassibile, come una lama affilata. «Lo so. Sei sempre in ritardo. E non mi interessa il motivo. Semplicemente, arriva.»
Eppure, c'è qualcosa di diverso oggi, come se una tensione più sottile aleggi tra di noi. Sembra che non mi stia davvero vedendo, come se fossi solo una delle tante incombenze della giornata. Ma non mi lamento. Non posso. E non voglio. Alla fine Raley mi sta aiutando con la libreria di mio padre senza chiedermi nulla in cambio e io le sarò per sempre grata per questo.
Mentre mi avvicino al tavolo, mi accorgo che c'è una novità. Raley alza finalmente gli occhi, e vedo la smorfia. Non è rabbia. È qualcosa di diverso. È... disgusto. Non capisco subito, ma poi seguo la traiettoria del suo sguardo che mi porta verso la figura che mi segue. Raziel è lì, proprio dietro di me e Raley, senza nemmeno cercare di nascondere la sua irritazione, la fissa con uno sguardo che è tutto fuorché amichevole.
«Raziel» dice con tono acido, la bocca che si contorce leggermente. La sua voce è un sussurro, ma basta perché io la senta, e la sua disapprovazione è palpabile. «Non credevo che ci saremmo trovate ancora nella stessa stanza.»
Il gelo tra di loro è così evidente che mi scorre un brivido lungo la schiena. Non è una novità che Raley e Raziel non si sopportino. Ma oggi... c'è qualcosa di più. Un'aria di rancore che non avevo visto in precedenza, qualcosa che affiora solo quando Raley si fa seria, e mai come ora.
Mi sento come se fossi in mezzo a una tempesta che non posso controllare. Raziel, che è sempre silenziosa e immobile, sembra percepire l'ostilità nell'aria. Eppure, non fa un passo indietro. Non lo farebbe mai. Il suo corpo rimane in piedi, il volto impassibile, ma so che dentro di lei qualcosa si sta muovendo.
«Non è necessario fare tutto questo dramma» risponde Raziel con voce calma, come se non fosse nulla. Eppure, c'è qualcosa nella sua voce che tradisce un po' di nervosismo, un leggero tremore che non si vede spesso in lei. La sua calma, questa volta, è più forzata. «Non sono qui per litigare.»
Raley scuote la testa, ma non smette di fissarla. «Ah, davvero?» dice, con un sorriso che non è un sorriso. «Non è quello che sembra.»
Mi sembra che le parole non abbiano più peso. Ci siamo tutte e tre in piedi nella stessa stanza, ma il silenzio pesa più di qualsiasi altra cosa. La tensione tra loro è così densa che potrei tagliarla con un coltello.
E poi, la mia mente torna a ciò che mi fa ancora male. Un ricordo che mi perfora come una lama, lo stesso che mi ha fatta allontanare da quella che una volta era la mia migliore amica. Raziel e il mio ex fidanzato. La loro notte insieme. Quel tradimento che, in un certo senso, ha segnato la fine di qualcosa, ma anche l'inizio di una serie di eventi che non ho mai voluto capire davvero.
E Raley non l'ha mai perdonata per questo. Non lo farà mai. Questo odio che prova per Raziel è quasi... fisico. Lo vedo nelle sue mani strette, nei suoi occhi che non smettono di fissarla. Lo vedo nel modo in cui respira, come se la presenza di Raziel fosse una fitta che non può più ignorare. Non si limita a disapprovare ciò che ha fatto a me. Sta disprezzando Raziel. E non c'è nulla che io possa fare per fermarlo.
«Sei venuta per fare altro danno, immagino» dice Raley, con un tono che non è solo acido, ma anche tagliente. Mi lascia senza fiato, eppure non sono sorpresa. Raley non perdona, e non dimentica. La sua rabbia non ha bisogno di parole, ma oggi sembra che stia cercando di farla esplodere.
Raziel, che di solito rimane impassibile, questa volta cambia espressione. È irritazione. «Non sono qui per fare discussioni» risponde, e la sua voce è più bassa, quasi sommessa, ma tagliente come una lama. «Non è il momento.»
Se c'è un essere umano, uno solo in grado di far tremare le ali a un angelo, be', quella di certo è mia cugina Raley.
Ma Raley non lo accetta. Non lo può fare. E io, nel mezzo tra le due, mi sento intrappolata. Non posso ignorare quello che è successo. Non posso far finta che tutto vada bene. Eppure, anche Raley sa che non c'è modo di tornare indietro. Non dopo tutto.
«Che ci fai insieme a quella?» ribatte Raley, senza un filo di empatia rivolgendosi adesso a me. «Non ti basta sapere che ti ha tradito? Che ha fatto qualcosa che non si può dimenticare?» Non c'è pietà nelle parole di Raley. Non c'è neppure una traccia di comprensione. La sua rabbia è chiara, ed è indirizzata tutta verso Raziel.
Raziel fa un passo indietro, ma non per paura. Non è mai stata una che retrocede. Solo... per una frazione di secondo, vedo le sue ali. Non fisicamente, ma sentite nell'aria. Le piume sembrano vibrare, come se stessero per manifestarsi, come se potessero esplodere da un momento all'altro. Ma Raziel non le lascia emergere. Non oggi. Non in questo momento.
Sospira, quasi impercettibilmente, e poi dice, più per se stessa che per chiunque altro: «Non posso più cambiare quello che ho fatto. E non voglio giustificarmi.»
Il silenzio cala.
È il silenzio di chi sa che ci sono cose che non possono essere dette, cose che non possono essere aggiustate. E io mi trovo in mezzo a tutto questo, senza sapere cosa fare.
«Già, non puoi cambiare quello che hai fatto» dice Raley, quasi sussurrando, come se a essere tradita è state lei e non io. «E sappi che io non lo perdonerò mai. Non ti perdonerò mai per quello che hai fatto a mia cugina.»
Punto gli occhi su Raley. E sono confusa. Ha appena rivelato che mi vuole bene? Sbaglio, o sono queste le parole non dette che si nascondono dietro il suo atteggiamento? Un debole sorriso affiora sulle mie labbra. Raley ci tiene davvero a me. Il sorriso che affiora sulle mie labbra è un riflesso che non posso nascondere, ma dura solo un istante. In fondo lo so, anche se non voglio ammetterlo: Raley è come me, complicata, piena di contraddizioni. Raziel rimane in silenzio, come se fosse lontana, come se quella conversazione non la riguardasse più. Le sue ali, che non sono mai emerse, sembrano pendere come ombre silenziose, ma il peso che portano è tangibile. Non lo si vede, ma lo si sente, come una pressione nell'aria che rende difficile respirare. Un momento di vulnerabilità in cui anche lei non può nascondere la sua umanità.
Raley fissa il pavimento, come se temesse di guardarmi troppo a lungo. La tensione è palpabile, l'aria stessa sembra caricata di parole non dette. Ma poi, quando meno me lo aspetto, lei alza lo sguardo verso di me. Gli occhi sono più morbidi, ma ancora pieni di rabbia.
«Lo so che non sembra» dice, e la sua voce è più debole ora, più fragile, «ma ti voglio bene. E ti odio. Ti voglio bene e allo stesso tempo di odio. E non capisco come tu possa essere ancora amica di... di questo angelo che sembra tutto fuorché un angelo.»
«Bada bene a quello che dici, umana.» L'ammonisce Raziel che finalmente alza lo sguardo, il suo volto è una maschera di calma che maschera qualcosa di più profondo.
«Cosa? È quello che penso e lo sto dicendo. Che c'è di male?» aggiunge Raley, con quella voce gelida, le parole come lame affilate. «Raziel, l'angelo traditore che ha rotto il cuore della sua migliore amica.» Mi trema la mano, ma non voglio che lo vedano. Non voglio che capiscano quanto mi faccia male sentirlo, quanto mi faccia male sentire che in qualche modo lo penso anch'io. Raziel è stata una parte di me, un angelo, una guida, e ora... ora non sono sicura di niente. Non capisco come sia successo tutto questo, come sia potuta arrivare a un punto in cui ogni parola che esce dalla sua bocca sembra tagliarmi in due. E la cosa peggiore è che non posso nemmeno dirle cosa provo. Non a Raziel. Non a Raley. Non a nessuno. Perché ogni volta che cerco di farlo, una parte di me trattiene tutto, come se fosse più sicuro rimanere in silenzio. Ma la verità è che non ce la faccio più. Non ce la faccio più a sentire loro due, a vedere questa guerra che continua a esplodere tra di loro, come se fossi io il campo di battaglia.
Raziel si muove, finalmente, e la sua voce, pur calda, è carica di frustrazione. «Non sai niente di quello che è successo,» dice, ma io lo so. Lo so benissimo. «Non capisci nemmeno quanto mi stia distruggendo tutto questo. Ma tu, Raley, non hai idea di quanto sia difficile vivere con la colpa.»
La colpa. Quella parola.
Raley sbuffa, evidentemente esasperata. «Oh, per favore. Non venirmi a parlare di colpe. Tu hai rovinato tutto, Raziel, tutto! E ora... ora fai finta che vada tutto bene?» Il suo tono è tagliente, quasi irrispettoso. «Come fai a guardarla ancora, dopo tutto quello che hai fatto?»
Io non posso più sopportarlo. Mi sento soffocare. Ogni parola che esce dalle loro bocche mi colpisce come una frustata, ma è la consapevolezza che loro due non si accorgono minimamente di me a farmi impazzire. Non capiscono che ogni loro parola mi sta ferendo, che io sono lì, che sto ascoltando tutto, che mi sento come un'estranea, un oggetto di contesa, un peso che nessuno vuole davvero portarsi.
E così, senza pensarci, mi muovo. Un passo silenzioso, poi un altro. Non dico nulla. Non voglio più sentire. Non posso più restare lì, in mezzo al loro litigio, in mezzo a tutte le cose non dette, a tutto il rancore che nessuno di loro vuole davvero affrontare.
Esco dalla libreria senza fare rumore, senza voltarmi. Il vento freddo mi accoglie come una boccata d'aria fresca. Mi sento leggermente più libera, ma solo per un attimo. Ma non posso scappare, o almeno non per sempre. Raziel mi troverebbe ovunque. Lei adesso è il mio bodyguard con le ali.
Eppure, non voglio tornare indietro. Non voglio sentire più nulla, non ora, non in questo momento.
Mi allontano senza una meta precisa. Cammino a passo veloce, cercando di fuggire dalle parole, dai ricordi, dalle sensazioni che non voglio più provare.
Kenmare è avvolta in una quiete stranamente solenne, come se il paesaggio stesso fosse congelato dal freddo di dicembre. Le strade di pietra, strette e silenziose, sono deserte, tranne per qualche rara macchia di neve che si accumula sui bordi, i piccoli boschi che circondano la cittadina sono spogli, e il cielo sopra di me è grigio, pesante, carico di nuvole minacciose. Un altro inverno che segna il passare del tempo.
Mi dirigo verso il lago di Lough Carra, uno dei luoghi più isolati che conosco, dove nessuno viene mai a disturbarmi. Un angolo nascosto di Kenmare che sembra essere rimasto fermo nel tempo, dove la natura sembra sopravvivere a ogni stagione senza mai cambiare davvero. Le acque sono ghiacciate e le rocce attorno al lago sono coperte da uno strato sottile di neve. I rami degli alberi si contorcono sopra di me, come spettri neri contro il cielo grigio. Non c'è nessuno, solo il rumore dei miei passi e il respiro che si condensa nell'aria.
Arrivo nella piccola radura che si affaccia sul lago, il posto che mi ha sempre dato un po' di pace. Ma questa volta, qualcosa è diverso. C'è una presenza che si fa sentire, una sensazione che mi fa gelare il sangue. Non è solo la neve. Non è solo il freddo.
Là, sulle rocce nere che si stagliano sul bordo del lago, c'è lui.
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