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24. Le porte dell'Inferno

"Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente." -Dante Alighieri, Inferno, Canto III

È il 31 dicembre e la città di Kenmare è avvolta dalla sua consueta nebbia misteriosa, come se il tempo stesso si fermasse per onorare l'arrivo dell'ultimo giorno dell'anno. La strada principale, che di solito è gremita di persone e di attività, è stranamente quieta, con pochi passanti che si affrettano verso le loro destinazioni. La gente sembra trattenere il fiato, consapevole che, con l'arrivo della mezzanotte, nessuno sarà più libero di camminare per le strade. Kenmare è una cittadina affascinante, ma chi la conosce davvero sa che dietro la sua bellezza si nascondono ombre più oscure. La divisione tra i Luce e i Buio è palpabile, come un velo sottile che separa due mondi che non dovrebbero mai incontrarsi.

Io non ero d'accordo nel festeggiare l'arrivo del nuovo anno, ma Raley ha insistito così tanto che alla fine, ho dovuto cedere. Mia cugina ha una dépendance nell'immenso giardino di casa sua. Dall'altra parte della proprietà c'è la villa in cui lei solitamente vive con i suoi genitori, ma oggi, la festa l'ha organizzata proprio nella dépendance. Che poi, nemmeno la chiamerei festa, visto che siamo solo io, lei e Raziel. Ma preferisco sia così, almeno non sono obbligata a ridere o a scherzare con gente che non conosco. Gli amici di mia cugina non mi sono mai stati simpatici. Tutti con la puzza sotto al naso, con i completini firmati che ti guardano dalla testa ai piedi solo per giudicarti.

E così, ce ne stiamo a mangiare pizza, patatine fritte e caramelle gommose per terra, sul tappeto, mentre aspettiamo la mezzanotte. La TV accesa sta trasmettendo un film Disney che guardavo sempre con i miei genitori quando ero piccola. E cerco di non guardarlo, perché a me, l'ultimo dell'anno ha sempre messo troppa nostalgia. Quest'anno che ci sta lasciando mi ha portato via mio padre e mi ha anche fatto incontrare il mio peggior incubo: Adriel. E anche se ho odiato questo anno, ho paura di quello che verrà perché non so che cosa il figlio di Lucifero possa avere in serbo per me.

Mi guardo attorno, mentre Raley e Raziel discutono dell'ultima serie TV che mia cugina ha deciso di guardare. Questa dépendance mi ricorda i tempi d'oro. Quando la famiglia si riuniva tutta e mio padre e mio zio cuocevano la carne al fuoco. Ricordo mia nonna seduta sul divano con me sulle ginocchia, Raley che correva come una pazza in cerca di attenzioni e mia madre e mia zia che chiacchieravano sugli ultimi gossip. Era bello.

La dépendance in cui ci troviamo ora è un angolo accogliente, ma sembra più un rifugio che un posto per fare festa. Le pareti, di un bianco che nel tempo è diventato giallo, sono decorate con quadri e fotografie di famiglia che raccontano storie di anni passati. Le finestre sono grandi, ma sono tutte chiuse, per evitare che la nebbia fredda possa entrare. La luce che si riflette dalla TV è l'unica a illuminare la stanza, creando ombre lunghe sulle pareti e dando un'aria sognante, quasi irreale, al posto. Il pavimento in legno scricchiola leggermente ogni volta che faccio un passo, ma il tappeto morbido che ricopre la zona centrale attutisce il rumore. E io guardo tutto questo con una sensazione di distacco. Non riesco a godermi questo momento, non quando il mio cuore è ancora pesante per tutto ciò che ho perso e per quello che potrebbe arrivare.

La sala ha un aspetto semplice, ma mi fa sentire un'inquietudine che non riesco a scacciare. Le luci soffuse creano un'atmosfera calda, quasi confortevole. Questa casetta, un tempo un luogo di ritrovo e di allegria, oggi è solo un rifugio temporaneo, uno spazio che non riesce a restituirmi la serenità che un tempo mi dava. Ogni angolo di questa stanza sembra parlare di un passato che non posso più toccare.

Mi concentro su ciò che c'è davanti a me. Raley sta parlando animatamente di un nuovo episodio della serie che stiamo guardando, ma le sue parole mi arrivano smorzate, come se fosse tutto lontano. Raziel, come sempre, ascolta in silenzio, ma so che sta facendo attenzione a ogni mio movimento. Lo sento, lo percepisco nell'aria. Non c'è niente di più inquietante di qualcuno che non ti dice mai cosa pensa, ma che sa esattamente come agire. E a volte mi chiedo se sia davvero dalla mia parte.

Nonostante la leggera risata che si alza dalla conversazione di Raley, l'atmosfera qui non mi dà pace. Ogni volta che la guardo, la mia mente ritorna ai momenti in cui, da piccola, passavo il Capodanno con tutta la famiglia. I ricordi di mio padre che cucinava, mia nonna che mi raccontava storie e mi teneva stretta tra le braccia, mi sembrano così lontani. Una volta, questo posto era un angolo sicuro. Ora è solo un luogo che mi ricorda cosa ho perso.

Mancano pochi minuti ormai all'arrivo del nuovo anno. Sento l'adrenalina crescere, ma non è dovuta all'eccitazione: è il peso di un'ansia crescente che mi opprime. Il countdown sullo schermo della TV comincia a scorrere. Raley e Raziel si alzano dal tappeto e si preparano per il brindisi. L'atmosfera che ci circonda è surreale. La luce della TV proietta ombre inquietanti sulle pareti. Sento la pressione dell'imminente mezzanotte come una sorta di minaccia silenziosa. Le lancette sembrano accorciarsi.

Raley solleva il bicchiere di cristallo con un sorriso luminoso. «Vorrei che il nuovo anno mi portasse l'amore della mia vita», dice con sincerità, il suo sguardo che si perde in un angolo, come se sognasse già il futuro che desidera. La guardo negli occhi, cerco di sorridere davvero, e le auguro lo stesso, anche se dentro di me un peso mi appesantisce ancora di più.

Poi tocca a Raziel, che prende il suo bicchiere con calma, come se non fosse mai presa da urgenza. «Io vorrei solo che...» Pausa. Cosa potrebbe desiderare lei? Mi guardo attorno, scruto il suo viso impassibile, ma so che è più di un angelo in un corpo mortale. C'è un'ombra che aleggia dietro di lei, qualcosa che non riesco mai a decifrare completamente. «...che il tempo non si portasse via più persone a me care», finisce con un filo di voce, come se anche lei stesse combattendo una battaglia personale. Non ho il tempo per chiederle spiegazione perché le parole scivolano via, e il rumore del countdown sulla TV mi fa salire il battito. Mancano dieci secondi.

Dieci.

Nove.

Otto.

La luce della stanza, che era già debole, si spegne all'improvviso. Il buio avvolge tutto, e l'unico suono che riesco a sentire è il mio respiro affannato. Faccio un passo indietro, ma qualcosa accade in un istante. Una figura avvolge il mio corpo, e una mano mi copre la bocca prima che io possa gridare. I miei piedi si sollevano da terra come se fossi sospesa, e un brivido gelido mi corre lungo la schiena. Una brezza pungente, che non appartiene a nessun luogo conosciuto, mi fa rabbrividire.

Non riesco a vedere, la nebbia che sembra invadere ogni angolo della stanza non è niente in confronto all'oscurità che ora mi circonda. Ma qualcosa dentro di me sa chi c'è, lo percepisco nel freddo che mi avvolge, nell'ombra che mi soffoca.

Inizia a muoversi più velocemente, e io mi dimeno, cercando di divincolarmi dalla sua presa. I miei polmoni bruciano mentre cerco di urlare, ma la mano sulla mia bocca non mi lascia nessuna possibilità. Quando riesco finalmente a liberarmi, mi volto, quasi sperando di vedere Raley o Raziel, ma so che è troppo tardi.

Di fronte a me, nell'oscurità, c'è lui. Adriel. Il figlio di Lucifero. La sua presenza è avvolgente, e non posso fare a meno di guardare le sue ali nere che sbattono forti contro l'aria, sollevandoci verso l'alto. La città di Kenmare si riduce a un piccolo puntino sotto di noi mentre voliamo sopra le case e le strade deserte. La sua figura è imponente, come se l'intero cielo fosse stato strappato per lasciare posto alla sua oscurità. Ma ciò che mi fa tremare più di tutto è l'espressione che leggo nei suoi occhi: è di totale indifferenza.

«Lasciami andare», sussurro, ma la mia voce è piena di paura e rabbia.

Adriel ridacchia, il suono secco e crudele. «Non pensi davvero che io ti faccia tornare alla tua festicciola, Eden. Ho qualcosa di meglio da proporti» Mi guarda con disprezzo, ma anche con la stessa malizia che mi ha stordito quando l'ho incontrato per la prima volta. «Mi piace vederla, la tua resistenza. È... affascinante.»

Cerco di lottare contro la sua presa, ma non c'è niente che possa fare. Mi sento imprigionata in un corpo che non è il mio, sollevata in aria come se fossi un burattino nelle mani di un maestro.

Arriviamo in vista di una villa, o forse è meglio definirlo un castello, che sorge davanti a noi, imponente, oscuro. Non somiglia affatto a nessun altro edificio che abbia mai visto. Le mura di pietra sono altissime, quasi minacciose, e le torri svettano nel cielo come artigli pronti a ghermire chiunque osi avvicinarsi. La nebbia che ci avvolge sembra diventare più densa man mano che ci avviciniamo. È come se le mura respingessero tutto ciò che non fosse destinato a farne parte. La porta del castello è massiccia, imponente, e il suo legno sembra antico, segnato dal passare dei secoli. La bellezza gotica di questo luogo è disturbante.

Adriel atterra di fronte all'ingresso e mi lascia finalmente andare, ma il gesto non è gentile. «Seguimi», dice, senza voltarsi, con la voce che riecheggia nella nebbia.

«Non voglio venire con te», rispondo, sentendo una rabbia che mi brucia la gola. «Riportami da Raley e Raziel. Subito.»

Adriel si ferma e mi guarda, le sue ali spiegate dietro di lui come ombre minacciose. «Non puoi sfuggire, Eden.» La sua voce è tagliente, sprezzante. «E la tua umana e logorroica cugina... non può salvarti. Nemmeno la tua amica dalle ali bianche può. Nessuno può farlo.»

Il suo sguardo si fissa su di me con un'intensità glaciale, e per un momento, la nebbia sembra dissolversi attorno alla sua figura. È come se l'intero mondo smettesse di esistere quando lui mi guarda, come se il tempo stesso si fosse fermato. Adriel è così incredibilmente bello, ma la sua bellezza è tutt'altro che rassicurante. I suoi capelli neri come la notte si riversano sulla sua fronte, contrastando con gli occhi di un ghiaccio freddo, che sembrano perforarmi l'anima. Un viso perfetto, eppure così privo di calore.

Le sue ali nere svaniscono lentamente, come ombre che si dissolvono nell'aria, lasciando dietro di sé un'inquietante sensazione di vuoto. Ma non importa quanto siano spettacolari o terrificanti, perché quello che mi spaventa di più è quello che si cela dentro di lui: l'oscurità che lo guida, la stessa che gli permette di manipolare il destino a suo piacimento.

Mi avvicina con un passo lento e calcolato, senza perdere quell'aria di superiorità che mi fa sentire più piccola di quanto non sia mai stata. «Pensavi che potessi lasciarti andare, vero?» sussurra, la sua voce ora morbida, quasi un sussurro, ma il suo tono tradisce una crudeltà nascosta. «Ma tu sei mia, Eden. E nessuno ti porterà via da me.»

Non posso fare a meno di tremare. La sua presenza è imponente, come un peso che schiaccia tutto ciò che c'è di buono in me. Ma non posso cedere. Non posso arrendermi a lui. Non ora, non mai.

«Non ti appartengo, Adriel», rispondo con rabbia, cercando di non far trasparire quanto le sue parole mi facciano male. «Non mi hai mai posseduto, e non lo farai mai.»

Lui ride, ma non è una risata che mi consola. È fredda, crudele, come una promessa che non voglio ascoltare. Si avvicina ancora di più, e io sento l'aria che cambia, il suo respiro che si mescola al mio, ma non mi faccio distrarre. «Vedi, Eden», continua, «la verità è che tu non hai scelta. Non sei in grado di decidere il tuo destino.»

Lo guardo intensamente, cercando di raccogliere ogni briciola di forza che mi è rimasta. «Dove sono e perché mi hai portata qui?»

Un sorriso sardonico si allarga sulle sue labbra, ma non c'è gioia in quello che vedo. È il sorriso di chi è abituato a dominare, a essere in controllo.

«Qui sei dove devi essere, Eden. Questo è il mio mondo, il mio dominio. E tu, be', sei parte di tutto questo.»

La sua voce è bassa, intrisa di una tranquillità che mi fa rabbrividire. Mi fa sentire insignificante, come se la mia esistenza fosse solo un dettaglio nel suo piano. Nonostante il freddo che mi avvolge, un'ondata di calore mi sale alla testa. «Non ti appartengo.»

Adriel mi scruta per un lungo attimo, come se stesse valutando la mia resistenza. Poi, senza cambiare espressione, si avvicina di un passo, la sua figura che riempie lo spazio tra noi. «Non devi appartenere a me, Eden», dice, la sua voce ora più bassa, quasi un sussurro. «No? Ne sei sicura? Tu vuoi essere mia. Lo vuoi più di qualunque altra cosa, solo che ancora non lo sai.»

Il suo sguardo è impassibile, come se le sue parole non fossero minacce, ma semplici constatazioni di un destino già scritto. Si avvicina ancora, e qualcosa dentro di me si accende. Non riesco a lasciare che le sue parole mi scivolino addosso come se fossero la verità.

«No», rispondo, la voce rotta ma decisa, «no, ti sbagli. Io da te voglio solo la verità sulla morte di mio padre.»

Adriel ride, ma è una risata che non porta con sé nessuna traccia di felicità. «Tu lo dici ora», dice, lanciandomi un'occhiata così penetrante che sembra voler entrare nella mia anima. «Ma lo sai, Eden, ogni resistenza è solo un segno che il desiderio è più forte di quanto tu voglia ammettere. Lo vedo nei tuoi occhi. Senti qualcosa per me, e lo sai.»

Mi sento come se stessi combattendo contro qualcosa di molto più grande di me. La paura, la rabbia, il disprezzo, tutto si mescola in un turbinio che mi rende vulnerabile. Non posso permettergli di vincere, ma ogni sua parola ha il potere di scardinare la mia determinazione.

«Non è vero», rispondo con fermezza. Non voglio che ciò che lui sta dicendo abbia alcuna presa su di me. Non voglio che il suo gioco mentale funzioni.

Adriel alza una mano, come per fermarmi, ma il gesto è quasi gentile. «Fermati, Eden. Non far finta di essere indifferente. Ogni parte di te brama quello che potrei offrirti. Non sei diversa da nessuna delle altre anime che ho preso. Prima o poi, cederai.»

Non riesco a guardarlo negli occhi più a lungo. Sento che le sue parole stanno scavando un solco dentro di me, come se stesse prendendo possesso di ogni singolo angolo della mia mente. Ma non posso arrendermi. Non posso diventare una di quelle anime perdute che lui ha già preso.

«Non puoi controllarmi. Non sono tua, mai lo sarò.»
«Non ho bisogno di controllarti. Voglio solo che tu desideri essere mia.»

«Puoi provarci quanto vuoi, non mi piegherò mai.»

«Non ti piegherò, Eden. Ti scuoterò così tanto che finirai per volermi più di ogni altra cosa.»

Adriel si ferma, studiandomi. Per un momento, la sua espressione diventa seria, quasi interrogativa, come se stesse ponderando qualcosa di più profondo. Poi, con un sorriso sottile, si avvicina. La sua presenza è schiacciante, ma io resto ferma, rifiutando di abbassare lo sguardo.

«Oh, Eden», dice, la voce bassa, «quanto mi piaci. La tua resistenza... è così affascinante. Ma non ti illudere. La volontà può essere spezzata, e lo sarà. Lo vedrai. Ti vedrò piegata ai miei piedi.»

Il gelo mi pervade, ma non posso lasciarmi sopraffare.

Adriel si volta lentamente, come se avesse già vinto, e fa un passo verso il castello che si staglia di fronte a noi. «Vieni», dice, senza voltarsi. «Adesso.»

Mi sento paralizzata. Non so se sono più spaventata dalla sua sicurezza o dal fatto che, in qualche angolo nascosto della mia mente, temo che abbia ragione. Ma non posso dargliela vinta. Non posso permettere che il mio futuro sia scritto da lui. Con un ultimo sforzo, mi sforzo di camminare dietro ad Adriel, cercando di non pensare a tutto quello che potrebbe significare.

«Sei un mostro», sibilo, incapace di trattenere l'odio che cresce dentro di me. «E non ti lascerò vincere. Non importa cosa vuoi da me. Lotterò fino al mio ultimo respiro.»

Adriel ridacchia, un suono che non ha nulla di divertente, solo una conferma della sua superiorità. «Oh, piccola stella, come sei testarda», mormora, ma il suo tono è divertito. «La tua forza è affascinante, ma inutile. Più cercherai di resistere, più diventerai parte di questo mondo. Non hai scampo.»

Rimango in silenzio, cercando di nascondere il tremore che sento salire dal profondo, eppure non riesco a smettere di odiarlo. Voglio urlargli di lasciarmi andare, ma so che non servirà a nulla. In qualche modo, lui ha il controllo. E non c'è niente che io possa fare per cambiarlo.

Il castello che si erge davanti a noi è imponente, così grandioso da sembrare irreale. Una sensazione di gelo mi pervade al pensiero di entrare, ma so che non ho altra scelta. Il mio corpo sembra rispondere al suo comando.

Adriel si ferma davanti al portone, e per un momento sembra quasi contemplare la sua dimora, come se fosse il suo unico vero posto. Poi, senza un accenno di esitazione, si volta verso di me. «Piccola stella», dice con una calma assoluta, «ti ho portata qui per un motivo.»

Il cuore mi batte forte nel petto, ma la mia mente rifiuta la sua richiesta. «Non voglio entrare», rispondo, la voce ferma nonostante l'angoscia che cresce dentro di me. «Portami da Raley e Raziel. Voglio tornare da loro.»

Lui alza un sopracciglio, divertito dalla mia risposta. «Non capisci, vero?» dice, come se fossi una bambina che sta cercando di capire qualcosa di più grande di lei. «Non puoi tornare indietro, Eden. Questo è il punto di non ritorno.»

«Ti chiedo di lasciarmi andare» rispondo, gli occhi che mi bruciano di determinazione.

Adriel rimane immobile per un attimo, i suoi occhi che non smettono di fissarmi, come se cercasse di capire ogni frammento di me. Poi, improvvisamente, si muove con una velocità sorprendente. Si avvicina, il suo corpo che si fa sempre più vicino al mio, e i suoi occhi ghiacciati brillano di una luce intensa e inquietante.

Con un gesto deciso, afferra il mio viso tra le sue mani, costringendomi a guardarlo. La sua presa è forte, quasi dolorosa, e la sua pelle è fredda come il ghiaccio. Sento il suo respiro accarezzarmi la pelle, ma non mi lascio intimidire. Tento di allontanarmi, ma la sua forza è incontenibile. Le sue mani sono come catene invisibili, immobilizzandomi in un angolo di spazio che non posso sfuggire.

«Non ti lascerò andare, piccola stella», dice, la sua voce bassa e minacciosa. «È inutile, Eden. Smettila di fare i capricci. O dovrò punirti.»

Le sue parole sono come un veleno che scivola lentamente dentro di me, facendomi tremare. La minaccia è chiara e la sensazione di impotenza che provo è quasi schiacciante. Non posso lasciarlo vincere. Non posso piegarmi a lui. Ma la paura si insinua dentro di me, rendendo difficile mantenere la calma.

Mi guarda con una sicurezza spaventosa, come se fosse sicuro che alla fine cederò, come se stesse aspettando solo il momento giusto per far esplodere il suo potere.

In quel momento, una sensazione di nausea mi invade lo stomaco. Ogni fibra del mio corpo mi urla di scappare, ma non posso. Non ci riesco. Le mie gambe non rispondono ai miei comandi.

Mentre il cancello si richiude dietro di noi con un suono secco, il cuore mi batte forte nel petto, come se volesse sfuggire da questo incubo che mi sta inghiottendo. La nebbia che circonda questo posto è densa, spessa come un sudario che avvolge ogni cosa. Non c'è sole, non c'è luce, solo l'oscurità che penetra ogni angolo, ogni crepa, come se il buio stesso fosse vivo, pulsante.

Adriel mi conduce attraverso un cortile interno, le sue mani che non mi lasciano mai. Il pavimento è di pietra nera, ruvida sotto i miei piedi, e l'aria è densa di un odore metallico, come di sangue versato da tempo immemore. Intorno a noi, le mura del castello si ergono alte, le loro superfici lisce come vetro, riflettendo una luce rossastra che non proviene da nessuna parte. Il cortile è deserto, se non fosse per le ombre che si muovono con una lentezza inquietante, come esseri che non dovrebbero esistere in un mondo reale.

Poi entriamo nel castello.

Le porte sono di legno nero, ricoperte di incisioni che sembrano ritrarre scene di sofferenza e tormento. Quando si aprono, un'ondata di aria fredda ci colpisce. L'interno è un labirinto di corridoi bui, con pareti decorate con motivi che evocano la morte e la distruzione. Candele nere, fiamme basse e tremolanti, rischiarano a malapena l'ambiente circostante, mentre la musica, lontana ma distintamente malinconica, inizia a farsi sentire. I suoni sono quelli di un'orchestra infernale, le note che sembrano colpire la mia pelle come spilli di ghiaccio. Poi arrivano anche i sospiri, i gemiti, voci che non appartengono a nessun essere umano, suoni che sembrano provenire da un altro mondo.

Adriel mi guida senza fretta, ma ogni passo che facciamo sembra gravare di più sul mio spirito. Più mi addentro, più il mio cuore si stringe. Il castello è un luogo che non ha mai visto la luce del giorno.

Arriviamo in una sala enorme, più grande di qualsiasi spazio che avessi mai visto. Le pareti sono decorate con sculture di angeli con le ali nere e di demoni che sembrano sorridere con una crudeltà senza pari. La sala è gremita di angeli della morte, di esseri avvolti da un'aura oscura che sembra emettere una luce cupa e fredda. Gli angeli del Buio si muovono tra le ombre, quasi come se si confondessero con esse, e non è difficile capire che sono qui per festeggiare. Ma anche per comandare, per dominare.

«Piccola stella, che ti stai chiedendo? Se sei l'unica umana?» mi domanda Adriel con un sorriso tagliente, il suo viso vicino al mio. «No, qui dentro trovi angeli del Buio e tanti umani peccatori. Proprio come piacciono a me. Vivere nell'oscurità non appartiene solo a noi figli di nostro padre, ma anche a voi umani.» La sua voce è come un sussurro gelido, un soffio che mi fa rabbrividire.

La mia mente è in subbuglio. Non voglio vedere, non voglio sentire. Ma i miei occhi sono costretti a seguire il cammino di Adriel, e in fondo alla sala vedo tre troni. Sono enormi, imponenti. I sedili sono fatti di ossa scure, intagliati con simboli che sembrano cambiare forma sotto i miei occhi. Ogni trono è diverso: uno ha gambe ricurve come artigli, un altro ha schienale che si alza in altezza come una spina dorsale di una creatura mostruosa, mentre il terzo è circondato da fiamme che non si spengono mai, bruciando in un eterno fuoco.

E proprio mentre cerco di focalizzarmi su quei troni, una figura femminile entra nella sala. È alta, con lunghi capelli rossi che sembrano fiamme vive. La sua pelle è così bianca che sembra illuminata da una luce interna. Indossa un vestito rosso fuoco che sembra danzare con ogni movimento, come se fosse anch'esso parte del fuoco che la circonda. Quando si avvicina al trono centrale, si siede con una naturalezza che mi lascia senza fiato. Non c'è nessuna esitazione nei suoi movimenti, nessuna timidezza. È il potere stesso che emana da lei.

Poi, un'altra figura si fa strada nella sala. Un ragazzo dai capelli biondi, luminosi come fili d'oro, che cammina con l'aria di chi sa di essere sopra ogni cosa. Il suo sguardo è indifferente, ma la sua presenza è impossibile da ignorare. Il suo abito è scuro, elegante, ma con dettagli che sembrano scrivere il suo nome nell'oscurità. Con passo sicuro, si dirige verso uno dei troni vuoti e si siede con lo stesso atteggiamento della ragazza.

Mi rendo conto di quello che sto vedendo. Questi non sono normali angeli. Sono figli di Lucifero, angeli della morte. Muriel e Samael. I fratelli di Adriel.

I loro occhi si posano su di me, ma non dicono nulla. Il loro silenzio è più potente di qualsiasi parola.

L'atmosfera si fa ancora più pesante. Non sono più nel mondo che conoscevo. Sono entrata nel cuore dell'inferno. E non c'è via di fuga.


Ciao piccole stelleeeee😏😏
Finalmente ci siamooo, la nostra Eden sta per conoscere Muriel e Samael. Curiosi?
Io sto già scrivendo il nuovo capitolo e non avete idea. Non avete ideaaa🫣
Comunque, personaggio preferito fino a questo momento?🤓 Io vi dico Raley, ma non posso ancora dirvi il perché 🤭

Se il capitolo vi è piaciuto, lasciate un commento e un like. Grazie a chi mi aiuterà a far conoscere Agape sempre a più lettori❤️

Il futuro di questa storia dipende da voi❤️

Vi aspetto su Instagram e Tik tok, dove ho appena pubblicato un nuovo spoiler su Eden e Adriel🤫🤫

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