23. La chiamata al Buio
"La verità vi renderà liberi, ma prima vi distruggerà."
– M. Scott Peck
È il 30 dicembre e il mondo fuori dalla finestra è un tutt'uno con la gelida realtà che mi opprime. Non è più la febbre a bruciarmi la pelle, ma un'altra sensazione più profonda, più persistente. I giorni passati sono stati un caos di emozioni, paura, e una sensazione di impotenza che non se ne è ancora andata. Nonostante la febbre se ne sia andata, sento ancora il peso di tutto quello che è successo, di tutte le cose non dette, di tutte le risposte che non sono arrivate. La testa è pesante, gli occhi stanchi, ma oggi, finalmente, riesco a respirare senza sentire il tremore del corpo. Anche se mi sento più forte fisicamente, c'è qualcosa dentro che ancora non si è calmato.
Mi sono svegliata tardi, un po' per stanchezza e un po' perché non ho voglia di affrontare la giornata. Ma Raziel, come sempre, non mi ha lasciata sola, e anche se la sua presenza è rassicurante, so che oggi la devo lasciare andare. Deve aiutare Raley alla libreria. Sento che mi fissa, insicura, come se non volesse lasciarmi da sola, ma non posso e non voglio che lei si annienti per prendersi cura di me.
«Eden, ti prometto che vado, ma devi promettermi una cosa.» La sua voce è ferma, ma anche dolce. Mi guarda con quei suoi occhi dolci che cercano di scrutare ogni parte di me, come se potesse leggere nei miei pensieri. «Non lasciare questa casa. Non metterti nei guai, per favore.»
So cosa sta cercando di dirmi: Non mettermi in contatto con il Buio. Non avvicinarmi a nulla che possa farmi sprofondare ancora più.
«Lo prometto, Raziel,» rispondo, anche se non ci credo davvero. Non voglio mentirle, ma sento dentro di me che non sono pronta a lasciare tutto così com'è. Non sono pronta a restare con i miei dubbi, con tutte le domande che mi assillano.
Lei mi guarda ancora per un istante, come se volesse dire qualcosa di più, ma poi, senza aggiungere altro, se ne va, lasciandomi finalmente sola.
Un silenzio avvolge la casa, ma non è una quiete rilassante. È il silenzio che precede la tempesta. Quello che mi fa pensare troppo, che mi rende inquieta. Mi alzo lentamente, mi faccio una doccia calda e lascio che l'acqua scivoli sulla pelle. Il contatto con il calore mi fa sentire più viva, almeno per un momento. Ma non basta. Non basta mai. Quando esco dalla doccia, mi vesto di fretta, infilandomi una tuta comoda, grigia e morbida, che mi avvolge come una coperta. Mi sento a mio agio in queste cose, come se indossando qualcosa di semplice potessi scivolare via da me stessa, almeno per qualche ora.
Cerco di distrarmi. Prendo una rivista dalla libreria, la sfoglio senza nemmeno guardarla. Le parole scorrono senza arrivare a toccarmi. Provo a fare un cruciverba, ma non ci riesco. Ogni risposta sembra sfuggirmi, ogni parola è troppo lontana. Non ce la faccio. L'apatia mi invade e non mi lascia nulla, se non un senso di vuoto.
Mi alzo, sbuffando. C'è solo un posto dove posso andare, un posto che mi fa sentire come se potessi toccare qualcosa di reale, qualcosa di... mio. La stanza dello studio di mio padre. Non ci entro da quando è morto. Non sono mai riuscita a farlo. Lì c'erano i suoi libri, i suoi strumenti, le sue cose, e io non volevo trovarle. Non volevo confrontarmi con la realtà di quello che era stato. Ma oggi è diverso. Oggi sento quasi il bisogno di farlo. Per sentirlo più vicino. Per sentirlo qui.
Cammino verso la porta e la trovo chiusa, come sempre. A volte, mi sembra che sia stato tutto un sogno, che lui sia ancora lì, dietro quella porta, a lavorare nei suoi libri, a restaurarli con la pazienza che solo lui aveva. Ma il tempo è passato. E io non sono più la stessa. A fatica, prendo la maniglia e spingo la porta. L'interno è lo stesso di sempre, ma qualcosa è cambiato. Il profumo di vecchio legno e carta ingiallita mi accoglie, ma non mi è più familiare. Il silenzio della stanza mi sembra ora insopportabile, carico di ricordi che non voglio più avere.
Mi avvicino al grande tavolo di legno, ingombro di oggetti sparsi. I suoi occhiali, la lente di ingrandimento, i suoi strumenti da restauratore. C'è il suo vecchio inchiostro, il calamaio che non è mai stato toccato da nessuno dopo la sua morte. Mi siedo sulla sedia di legno che scricchiola sotto il mio peso, e guardo la stanza, cercando di trovare un senso a tutto ciò. I libri sugli scaffali, alcuni dei quali non sono mai stati toccati, altri ormai consumati dal tempo. Le pareti sono tappezzate di appunti, disegni, vecchie fotografie che ritraggono la nostra famiglia, prima che tutto crollasse.
Non so quanto tempo passa, ma la mia attenzione si ferma su un libro che giace in disparte, sopra una pila di altri. Lo prendo in mano. È vecchio, impolverato. La copertina è di un materiale che non riconosco, ma ciò che mi colpisce di più è la lingua in cui è scritto: greco antico. La mente mi sfida, come se mi stesse incitando a provarci. Apro il libro, ma non riesco a capire nulla. Le parole sembrano galleggiare, danzare sulle varie pagine, ma non mi appartengono.
Lo rimetto al suo posto, ma noto qualcosa di strano. Un foglio, piegato con cura, è nascosto sotto il libro. Lo prendo con mani tremanti e lo apro. Ci sono delle parole, ma non sono facili da leggere. Sembrano scritte di fretta, confuse, quasi come se mio padre avesse cercato di dire qualcosa e non fosse riuscito a farlo in tempo. Alcune parole sono chiare, altre meno. «Mia cara Eden, mia cara moglie», riesco a decifrare, ma il resto è incomprensibile. Cosa voleva dirmi? Cosa voleva dire a mia madre? Perché non è riuscito a farlo?
Il cuore mi batte forte nel petto. Continuo a leggere, ma non c'è nulla che abbia un senso. C'è un'altra cosa sotto al foglio: una foto. Una foto. Io, mio padre, mia madre. Siamo sorridenti. Siamo una famiglia. La guardo, cercando di fermare le lacrime che mi salgono agli occhi, ma è inutile. Non posso più restare ferma. Non posso ignorare il vuoto che mi stringe dentro. C'è qualcosa che non quadra, qualcosa che non mi è mai stato detto.
«Adriel...» sussurro senza pensarci. La paura mi prende, ma non posso più fermarmi.
Non c'è risposta. Il silenzio mi avvolge, mi soffoca, ma non è abbastanza. Alzo la voce, decisa, quasi una sfida a me stessa.
«Adriel...»
Ancora nessuna risposta.
Il gelo mi pervade, ma non voglio fermarmi. Non voglio più vivere nell'ombra della morte di mio padre, nella paura di ciò che non so. Chiudo gli occhi e sussurro di nuovo, questa volta con la forza che non sapevo di avere.
«Adriel...»
E poi lo sento. Il rumore di un passo. E una voce. Fredda. Tagliente. Che mi fa gelare il sangue.
«Piccola stella.»
Mi giro di scatto, e lo vedo. È dietro di me, come un'ombra, come un male che prende forma. Il suo sorriso è crudele, il suo sguardo, impossibile da ignorare, mi fa sentire piccola.
«Non mi aspettavo questa convocazione» Mi dice, il suo sorriso allargandosi, quasi compiaciuto. «Perché, sai... nessuno ha mai il coraggio di chiamarmi.»
I suoi occhi brillano di una luce perversa, e in quel momento capisco. Adriel è più pericoloso di quanto avessi immaginato. Ma questa volta non indietreggio. Non posso farlo.
Lui fa qualche passo posizionandosi davanti alla scrivania. Adriel è lì, davanti a me, la sua figura avvolta nell'oscurità, come se il buio stesso avesse deciso di prenderne forma. La sua presenza è opprimente, un peso che mi schiaccia il petto e mi toglie il respiro. Gli occhi, così profondi, quasi liquidi, brillano di una luce velenosa, quella che solo un figlio del Diavolo può possedere. La sua espressione non è quella di qualcuno sorpreso, ma di chi si sente sicuro, come se avesse atteso che questo momento arrivasse. E io, stupida, l'ho chiamato.
Rimango immobile per qualche secondo, incapace di muovermi, paralizzata dalla paura. Il suo sorriso non è un sorriso, è un ghigno, un segno di disprezzo, sta studiando ogni mia singola reazione.
«Pensavi che non sarei venuto?» La sua voce è morbida, ma tagliente come una lama che entra lentamente nella carne. Ogni parola sembra una minaccia camuffata da curiosità. «Ti sei sentita così potente da chiamarmi per nome? Ti credi forte, adesso? Forse non hai ancora capito in che tipo di gioco sei dentro.»
Mi fa un passo avanti, l'aria intorno a lui sembra gelarsi, ma il suo odore non è quello di qualcosa di freddo, piuttosto di una morte imminente, di un pericolo che non si può sfuggire. Eppure, non posso fare a meno di guardarlo negli occhi, cercando di nascondere la mia paura, anche se è impossibile non sentire che mi sta consumando.
«Cosa vuoi da me?» riesco finalmente a mormorare, la voce quasi tremante. «Perché... mi perseguiti? E cosa sai di mio padre?»
Adriel solleva un sopracciglio, come se la mia domanda fosse la cosa più divertente che avesse mai sentito. «Oh, piccola stella... pensi davvero che io venga qui per rispondere alle tue domande? Non sono qui per darti risposte, quella è una tortura che non ti risparmierò. Sono qui per ricordarti una cosa: non ci sono segreti che il Buio non conosca. Tu pensi di volere la verità sulla morte di tuo padre, ma in realtà non hai idea di cosa significhi davvero conoscerla.»
Il mio stomaco si contrae, ma non posso fermarmi. «Cosa vuoi dire? Cosa c'entra il Buio con mio padre?»
«Vedi...» Il suo sorriso si allarga, come un serpente che srotola lentamente la sua lingua per avvolgere la preda. «Non è il Buio a essere il tuo vero nemico, Eden. Ma tu, tu stessa. E tuo padre lo sapeva. È per questo che è morto. Cercava di proteggerti. Cercava di proteggere te e tua madre dal destino che vi spetta. Ma non ce l'ha fatta. Ha fallito.»
Un'ondata di gelo mi attraversa la schiena. Non riesco a respirare. Le sue parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco, eppure non posso distogliere lo sguardo. Non posso credere a ciò che sto sentendo. Mio padre... ha cercato di proteggermi. Ma da cosa? Cos'è che mi stava nascondendo? Cos'è che non mi ha mai detto?
«Il Buio non perdona mai, umana» continua Adriel, avvicinandosi ancora di più, i suoi occhi che bruciano nel mio. «E tuo padre lo sapeva. Ogni passo che faceva, ogni parola che diceva, era per tenervi lontano dal suo mondo. Ma il mondo di cui parliamo è il mio. È il nostro. Ed è troppo tardi per fermarsi ora.»
Il mio cuore batte forte nel petto. Ogni parola che pronuncia sembra essere una condanna, un passo che mi avvicina sempre di più all'abisso. Ma io... io voglio la verità. La devo sapere. «Adriel...»
«Sì, piccola?»
«Dimmi tutto quello che sai.»
Adriel ride, una risata che riecheggia nella stanza come un'eco di morte. «Fidati, non è quello che cerchi. Non è quello che desideri. Quello che desideri è continuare a vivere nella tua illusione, pensare che ci sia un mondo fuori da questo inferno che tu non hai scelto.»
Le sue parole si insinuano nella mia mente come veleno. Le sento rimbombare nel mio cervello, eppure non riesco a fermare il flusso di domande, di pensieri che mi assalgono. Mio padre ha cercato di proteggermi, ma da cosa? Cosa nascondeva veramente? E perché, se era davvero disposto a sacrificarsi per me, non mi ha mai detto la verità?
«Cosa vuole il Buio da me?» domando con voce tremante, senza riuscire a nascondere la paura che mi gela il cuore. «Cosa vuole davvero?»
Adriel si avvicina, ora davvero vicino, così vicino che posso sentire il suo respiro freddo sulla pelle. «Il Buio ti ha sempre voluto, stella. E tu, senza nemmeno saperlo, gli appartieni. Sei destinata a essere sua, e tuo padre lo sapeva. Per questo ti ha protetta, ma non è riuscito a fermare ciò che è inevitabile. E adesso...» Fa una pausa, il suo sorriso cresce ancora di più, fino a diventare una smorfia sadica. «Adesso, toccherà a te fare una scelta.»
«Scegliere cosa?» La mia voce è quasi un sussurro.
«Tra il Buio e la Luce.»
Il suo sguardo diventa gelido. «Hai chiamato il nome che non avresti mai dovuto pronunciare, e adesso le conseguenze si faranno sentire.»
Sento la stanza stringersi intorno a me, la pressione aumenta e la paura mi schiaccia. Cosa devo fare? Voglio urlare, voglio scappare, ma qualcosa dentro mi trattiene. So di essere già intrappolata in un destino che non posso più cambiare.
«Vedi Eden...» dice Adriel con voce gelida. «Tutto è parte di un piano più grande. Un piano che non puoi comprendere.»
Ma mentre parla, noto qualcosa nei suoi occhi, qualcosa che non riesco a decifrare. Come un barlume di... confusione? Dubbi? No, impossibile. Lui non ha dubbi.
Mi avvicino lentamente, cercando di sfidarlo con la mia presenza. «Non ti credo. Non ti credo, Adriel. La verità su mio padre... la voglio. E tu mi darai le risposte, anche se devo strappartele dalle mani.»
Adriel mi fissa, la sua espressione cambia un istante, come se non avesse mai sentito qualcuno osare parlare in questo modo. Ma poi, improvvisamente, il suo sorriso torna. «Stai giocando col fuoco, piccola stella e questa volta non è un modo di dire. Tu gioco con le fiamme dell'inferno.»
Lui fa un passo indietro e le luci nella stanza sembrano abbassarsi, il buio si avvolge ancora di più intorno a noi. La sua figura si dissolve quasi nell'oscurità, come se si fondesse con essa, ma la sua voce rimane.
«Scopri cosa significa appartenere al Buio. E vedrai cosa succede quando lo fai. Non sarai mai più la stessa.»
Il silenzio che segue è insopportabile, e io sono sola, nel cuore di una verità che mi scivola via come sabbia nelle mani.
Ciao, Moonrisers! ✨
Siamo arrivati alla fine di questo capitolo e... devo dirvi che scriverlo è stato difficile. Perché questo segna molto la direzione in cui andrà la storia. Spero che vi sia piaciuto. Ma ho una domanda per voi: Leggendo i capitoli precedenti, ve lo aspettavate? Voglio sentire le vostre teorie, emozioni e, naturalmente, le vostre impressioni!
Ogni commento/stellina che lasciate è molto importante per me e per il futuro della storia. Grazie a chi lo farà. ❤️
Un abbraccio enorme a tutti voi, Moonrisers. Siete il cuore di TUTTE le mie storie, e senza di voi non sarebbe la stessa cosa. ✨
Ps. Vi consiglio di seguirmi su Instagram e Tik Tok, in questi giorni ho pubblicato delle anticipazioni sui reel dedicati alla storia 😏🔥🔥
All the love, Lu🌙
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