Prologo
PROLOGO
"Vuole comprare l'intero terreno, papà."
Si sentiva il rumore lontano della voce di una donna, riecheggiare nel corridoio della casa semi-vuota. Lo specchio nell'ingresso riflesse per un attimo la figura di una ragazza: i suoi capelli castani ondeggiarono nella corrente che la porta aperta aveva creato, donandole per un attimo sollievo dall'afoso caldo estivo. Un attimo che durò sin troppo poco per Ambra, che entrò, chiudendosi il portone alle spalle con un sospiro e si diresse verso la cucina, con passo felpato, decisa a sentire il più possibile della conversazione.
"E' da anni che cercano in tutti i modi di appropriarsene. Continuate con i vostri affari e lasciate che loro continuino a provarci..." Stava rispondendo suo nonno.
Al contrario di quella di sua madre, la sua voce sembrava piuttosto provata, seppur stesse esprimendo con forza ciò che pensava.
Ambra si affrettò, allora, a giungere in suo soccorso, entrando nella stanza con un rumoroso saluto, troncando la loro discussione di netto.
"Ehi brontoloni, sono a casa! Cosa si mangia oggi per pranzo?" Chiese, appoggiandosi al tavolo con disinvoltura, come se fosse stata con loro per tutto il tempo, e stesse continuando un discorso già intrapreso.
Sua madre odiava quando lo faceva. Le diceva che era una mancanza di rispetto nei confronti del proprio interlocutore parlare senza nemmeno salutare, ma a lei non importava. Era abituata a parlare in quel modo, ed era terribilmente difficile per lei capire di dover smettere.
Diede un bacio sulla guancia di suo nonno, sorridendo dolcemente; evitando lo sguardo ardente di sua madre, che la stava fulminando, a braccia conserte, seduta all'estremità più lontana del tavolo da pranzo. Pensava che forse, non guardandola, lei sarebbe sparita, ma non funzionò.
"Prima di tutto buongiorno, signorina." Ci tenne a precisare, infatti, sua madre, quando lo sguardo di sua figlia si fermò, finalmente su di lei. "E poi, cosa ci fai qui a casa? Credevo fossi di turno al bar a quest'ora." Continuò. Il suo volto era corrucciato, anche se Ambra fece fatica a capire se fosse confusione o rabbia quella che leggeva nei suoi occhi chiari.
"Sì, sono ancora di turno. Ma papà mi ha detto che Theo e il nonno erano qui, quindi... " La ragazza si strinse nelle spalle, convinta che le sue parole avessero fornito una spiegazione ben più che plausibile.
Il nonno ridacchiò sotto i baffi, deciso a non mettersi in mezzo, ma colpito dalla schiettezza della nipote, incapace di non annuire fieramente, come se il prenderlo in causa gli facesse onore in qualche modo.
Infondo, lui e Ambra avevamo un rapporto che entrambi consideravo più che speciale.
Era stato lui a rendere la passione per la caffetteria della nipote, qualcosa per cui spendere la propria energia ed il proprio tempo. L'aveva da sempre istruita ad usare tutto quello che c'era al locale di cui lui stesso era il proprietario, raccontandole decine di storie e aneddoti, che le avevano fatto apprezzare quel mondo più di ogni altra cosa.
Lei stessa doveva ammettere che da quando la gestione del bar era passata in mano ai suoi genitori, e lui aveva smesso di lavorare, l'interesse che un tempo aveva nutrito verso quel mondo, si era pian piano affievolito.
E anche se non riusciva a rinnegare nemmeno per un attimo il tempo passato insieme a suo nonno dietro il bancone, se adesso avesse potuto scegliere il suo futuro, avrebbe posto gli occhi altrove.
Lei e suo nonno, comunque, rimanevano un'accoppiata vincente, ed ora che lei era tornata momentaneamente a casa, era certa che sua madre non avrebbe potuto fare molto. Era in netta inferiorità numerica.
"Ambra, mi stai dicendo che hai lasciato tuo padre da solo al bar? All'ora ti punta?" Chiese la donna, ansiosa. Sua figlia alzò un sopracciglio, chiedendosi se avesse dovuto prenderla sul serio o meno.
"Mamma, calmati. Non lo avrei mai fatto. C'è Bruno a sostituirmi. Gli ho chiesto di venire prima." Le spiegò, sedendosi anche lei ad una delle sedie, spostandola accanto a quella di suo nonno, per essergli vicina, e appoggiando la sua borsa sul pavimento. Sua madre parve rilassarsi, mentre seguiva attenta ogni gesto di Ambra, quasi ne stesse tentando di analizzare le movenze un po' goffe, ma stranamente armoniose.
"Dovrebbero fare una statua a quel ragazzo. E' sempre così gentile, disponibile, educato..." Aveva gli occhi luminosi, mentre parlava di lui, notò sua figlia, con un nodo di gelosia alla gola. "Mi chiedo come faccia ad esserti così tanto amico quando siete così diversi." Rifletté ancora, lei.
"Mamma!" Urlò alla fine la figlia, indignata. Sua madre scoppiò a ridere, e così suo nonno.
"Come sei permalosa. Stavo solo scherzando." Si giustificò, sincera. Ad Ambra sarebbe piaciuto replicare con un commento tagliente, ma decise che non ne valeva la pena, e fece finta di nulla.
Infondo, provava un po' di pena per sua madre, che era la prima a dover sopportare un padre che simpatizzava per la nipote, piuttosto che prendere le parti di sua figlia.
Ambra decise di credere che trattenere i commenti acidi in quella particolare situazione, fosse una sorta di mantenimento dell'equilibrio, e che fosse il modo più semplice di ottenere una parità. E poi Bruno era il suo migliore amico, ed era piuttosto fiera che i suoi genitori lo adorassero come fosse uno di famiglia.
"Comunque sono felice che tu sia qui. E' così raro vederti a casa da quando tu e Lisa avete il camper al campeggio." La donna sotterrò l'ascia di guerra ed intavolò una conversazione all'insegna della neutralità. Ambra, allora, si convinse a seguire la sua scia, evitando di confessare il fatto che fosse andata lì, quasi esclusivamente per evitare che sua madre mettesse il nonno sotto pressione con le questioni burocratiche del locale. Non voleva in alcun modo che lui si sentisse triste o malinconico all'idea di un possibile futuro in cui avremmo potuto vendere il suo locale, o per come stavamo gestendo i suoi vecchi affari.
"Sì, hai ragione. In realtà sono passata a prendere alcuni vestiti che avevo dimenticato qui la volta scorsa." Disse, optando per quella che le sembrava una mezza verità.
"Va' a prenderli nel mentre che io e tuo fratello mettiamo la tavola. Anzi, chiamalo per favore." La spronò la donna, battendo le mani con violenza. Quello era il suo segnale per avvisare che per lei il discorso era chiuso, così Ambra dovette annuire e fare ciò che le era stato chiesto.
"Dopo ti riaccompagno io al lido, così prendiamo un caffè tutti insieme." La incoraggiò suo nonno, conscio del suo malumore. Lei annuì nuovamente, questa volta più serena, prima di lasciarli di nuovo soli.
Era appena la seconda settimana di Giugno, ma Ambra già sentiva che l'estate le stava scappando via di mano.
Aveva la sensazione di dover sfruttare ogni secondo, ogni istante, perché il futuro era così ignoto da spaventarla, e vivere il presente era la sola cura per quella fobia.
Ambra attraversò il corridoio immerso nell'ombra, godendosi il fresco che le mattonelle in marmo del pavimento emanavano, fino ad arrivare davanti alla camera di suo fratello, quella più lontana.
Entrò senza nemmeno bussare, urlando il nome del più piccolo con tanto ardore da farlo spaventare.
Lui fece un balzo, sconvolto dalla improvvisa incursione, facendo staccare gli auricolari dal cellulare che manteneva, e che, non appena la ragazza aprì la porta, gli volò di mano, cadendo sul pavimento con un gran tonfo. Ambra non poté fare altro che ridere di gusto. Se c'era una cosa che le mancava quando era lontana da casa, quello era suo fratello. La sua fotocopia al maschile, con un po' di anni in meno, ma pur sempre la sua copia. Lei lo adorava quasi fosse una divinità, ma come ogni sorella maggiore, aveva la strana abitudine di mostrare il suo affetto come fosse una potenza bellica.
Dal canto suo, Theo, vedeva in sua sorella una specie di idolo al quale fare riferimento, e per questo le lasciava passare gran parte delle cose che gli faceva subire. Probabilmente per lui erano persino importanti, pensava Ambra.
"Salve, fratello." Lo salutò agitando caldamente una mano a mezz'aria.
Lui alzò un sopracciglio, per poi andare a prendere il suo cellulare per terra. Lo osservò con calma placida, constatando se ci fosse qualche danno dovuto al volo, e quando fu certo che fosse tutto intero, si risedette sul letto. Per avere dieci anni era molto più maturo di quanto desse a vedere. Ambra se ne rese conto per l'ennesima volta, mentre lui le chiedeva quali problemi avesse e perché si stesse comportando in modo infantile. Lei sbuffò, sbattendo i piedi per terra.
"Dammi soddisfazione qualche volta, moccioso." Si lamentò, poi, mettendo il muso.
Probabilmente quei due gesti confermavano soltanto che era lei quella più immatura tra i due, ma non parve farci caso. Il fatto che lui fece altrettanto, lasciando perdere la questione, e cominciando a fare il carino, ribadiva il concetto.
"Non mi aspettavo di vederti." Le disse dopo averla abbracciata di slancio. Lei si sedette sul letto accanto a lui, lanciandosi tra i suoi cuscini, profumati del solito detersivo alla lavanda. Li annusò quasi fossero una droga, e alla mente le vennero tanti di quei ricordi da farle girare la testa.
"Sì, sono solo passata a prendere alcune cose." Disse, distraendosi dal profumo che altrimenti l'avrebbe rapita nel suo vortice di memorie passate. Theo parve pensarci sopra per qualche secondo, soppesando con cura quello che sua sorella aveva detto. Il suo viso era così tenero e profondo da far scaldare il cuore della più grande, anche se lei non lo avrebbe mai ammesso a voce alta.
"Lisa non è qui con te? Credevo che voi due non vi separaste mai. " Theo rubò uno dei cuscini sui quali Ambra si era distesa, e le rivolse un sorrisino malizioso, e anche un po' timoroso.
Sua sorella si sollevò, d'un tratto attenta e vigile, assottigliando lo sguardo, e fissandosi a guardarlo.
"So che cosa stai cercando di fare Theo, e no, non ti darò informazioni sulla mia migliore amica." Disse fermamente. Sapeva da fonti certe che lui aveva una cotta surreale per Lisa, e la cosa oltre a sconvolgerla per la differenza di età sostanziale, la rendeva terribilmente gelosa. Insomma, era del suo dolce e tenero fratello minore, che si stava parlando. Ambra non riusciva a credere che lui riuscisse a pensare sul serio a cose del genere alla sua età.
"Mamma ti sta chiamando in cucina. Dovresti muoverti, prima che sgridi anche me." Lo spinse giù da letto, con la paura che se quel discorso fosse continuato anche solo per dieci secondi, avrebbe potuto scoprire altre cose che non avrebbe mai e poi mai voluto sapere. Preferiva pensare a suo fratello come un innocente e sensibile cucciolo. Theo, però, non era della stessa opinione; si scompigliò i capelli ricci sulla testa, frustrato, per poi avvicinarsi sospettosamente al viso della sorella. I suoi occhi scuri la scrutarono tristemente, in cerca di un punto debole al quale fare leva per ottenere quello che voleva.
Ambra fu più veloce, gli mise una mano sulla faccia, e lo spinse via, prima di correre lontano da lui, scoppiando a ridere. Anche se aveva lo sguardo puntato davanti a lei, era sicura che Theo la stesse inseguendo con uno sguardo assassino sulla faccia. Si arrischiò a dare una sbirciatina dietro di lei, e quando le sue teorie si rivelarono essere reali, le sue risate si fecero se possibile, ancora più rumorose.
"Non avrai mai la mia migliore amica!" Urlò prima di chiudersi a chiave in camera sua, e appoggiare l'orecchio sulla porta, giusto in tempo per sentire la mano del fratello sbattere pesante sul legno, ed i suoi passi pesanti rimbombare nel corridoio.
"Theo! Vieni a darmi una mano, invece di infastidire tua sorella!" La voce dura della madre, salvò la più grande, richiamando Theo in cucina, e facendolo così rinunciare alla sua vendetta. Ambra sospirò, sollevata.
La sua stanza era esattamente come quando l'aveva vista l'ultima volta, quasi due settimane prima. Ambra apprezzava il fatto che nessuno ci entrasse quando lei non era nei paraggi; era un segno di assoluto rispetto e riguardo nei suoi confronti, o almeno, le veniva così da pensare. C'era anche da ammettere che con tutta probabilità, la sua famiglia era solo stufa di sentire le sue lamentele riguardo quell'argomento. D'altronde, l'ultima volta che suo fratello aveva provato a rovistare tra le sue cose mentre lei non era il casa, la sua ira si era scagliata contro di lui, facendo pentire l'intera famiglia di quel che aveva fatto. Le urla avevano raggiunto persino la vicina di casa, che aveva poi confessato, di aver avuto la tentazione di andare ad accertarsi che stessero tutti bene. Da allora nessuno osava più mettere piede lì dentro, non prima di aver ampiamente e preventivamente avvisato.
Ambra si sedette sul letto e fissò assente le pareti. La vernice era scrostata in diversi punti, dove anni e anni di fogli e poster, si erano susseguiti. C'era stato il periodo degli attori, quello dei cantanti, e persino quello delle frasi motivazionali. Ambra ricordava chiaramente ognuno di quei periodi. Ridacchiò pensando a quante volte sua madre l'aveva avvertita di non attaccare nulla sul muro per evitare che si rovinasse, e a quante volte lei avesse fatto finta di non sentirla. Si ritrovò a pensare che se solo le avesse dato ascolto, il muro bianco che aveva davanti sarebbe rimasto tale, invece di sembrare un foglio accartocciato, pieno di macchie e di crepe, che ne sottolineavano l'usura.
Il rumore del cellulare vibrò nell'aria, segnalando l'arrivo di un messaggio. Ambra lo afferrò e controllò chi fosse. Era Lisa.
Dove sei? Bruno mi ha detto che sei scappata in fretta e furia.
Diceva. Era incredibile come, leggendo quelle poche parole, Ambra si ritrovò a capire con esattezza lo stato d'animo dell'amica.
Percepiva l'urgenza di quella domanda in quel punto interrogativo così banale, e persino in quel punto finale. Lisa non usava mai la punteggiatura, e se lo faceva, significava che c'era qualcosa sotto. Ambra lo sapeva.
Sono a casa dei miei. Ti racconto tutto più tardi. Ci vediamo al bar tra un'ora, promesso.
Rispose, quindi, prima di mettere il dispositivo in borsa, senza nemmeno aspettare la risposta. Aprì l'armadio e prese quello che le serviva, poi andò a mangiare insieme alla sua famiglia.
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