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Odio e amore

Il mio rimase sempre un amore platonico, io la guardavo, l'ammiravo, le facevo regali per Natale e compleanni, ma non avevo mai il coraggio di dirle quanto, giorno dopo giorno, mi ero ormai innamorato di lei, quanto adoravo ogni suo singolo muscolo o capello.

M'irritavo quando mi chiedeva di poter uscire prima perché doveva vedersi con Giulio, il suo fidanzato storico, spesso trovavo mille scuse per non accordarle il permesso o per farla arrivare comunque tardi con la speranza di essere riuscito a farli litigare per sempre.

Mi si stringeva il cuore quando alcune mattine arrivava con gli occhi lucidi perché aveva litigato con lui, allora entravo nel suo ufficio, mi stampavo un sorriso sulle labbra e la invitavo a fare colazione sapendo che non avrebbe mai rifiutato perché lei era fatta così, dolce e cortese. Al bar sotto l'ufficio con davanti una tazza di cappuccio e in mano una brioche appena sfornata, riuscivo, quasi sempre, a farle tornare il sorriso sulle labbra.

Forse, però, anche la cortesia e la gentilezza hanno un livello di tolleranza e fu così che un bel giorno la vidi concitata al telefono, con gli occhi gonfi di lacrime. Quando riattaccò, si sedette, buttò la testa sulla scrivania e cominciò a piangere. Corsi nel suo ufficio chiedendole se fosse tutto a posto e lei mi rispose di sì molto educatamente, quindi incuriosito le chiesi cosa poteva essere successo di così grave da disperarsi a quel modo. Non voleva parlarne, quindi prese il fazzoletto che le stavo porgendo, si asciugò le lacrime e con un sorrisetto appena accennato, mi disse "Colazione? Ne ho bisogno!"

Questa volta fui io a non poter rifiutare l'invito, anche se, alla luce di quello che poi scaturì, forse sarebbe stato meglio che quel giorno la lasciassi in pace tranquilla nel suo ufficio a piangere e commiserarsi.

Scendemmo al bar e lei cominciò a sfogarsi. La litigata al telefono era stata, ovviamente, con Giulio. Mi raccontò che lo aveva trovato, la sera prima, a sbaciucchiarsi con una sciacquetta di poco più di vent'anni. Rimase sconvolta, amareggiata e schifata da quella visione che non diede neanche il tempo di spiegare. Da lì a poco avrebbero concordato la data del matrimonio, Sonia già stava organizzando tutti i preparativi, dove tutto doveva essere perfetto come era nel suo grande stile.

Di fronte a quel quadretto Sonia scappò via a gambe levate con le lacrime che le scendevano copiosamente dai suoi occhi sempre sorridenti e gentili. Quella mattina Giulio la chiamò e lei in cuor suo era stata felice della telefonata perché pensava che si volesse scusare, che le dicesse che aveva sbagliato, che quello era stato un attimo di sbandamento, che la sciacquetta non era nulla per lui e che Sonia era tutta la sua vita. Non fu così! Lei rispose con il cuore in gola e dall'altra parte della cornetta Giulio con voce fredda e insolente le disse "Ho portato via tutte le mie cose, la chiave l'ha il portinaio" e riattaccò.

La guardai amorevolmente con allo stomaco dei morsi di rabbia che, se solo avessi incontrato Giulio, gli avrei spaccato la faccia... le dissi che lui era un bastardo e che non la meritava, che se le cose erano andate così forse era meglio. Lei mi guardò quasi indispettita, forse si aspettava da parte mia che le dicessi di stare tranquilla, che Giulio aveva avuto un attimo di sbandamento, che sarebbe sicuramente tornato da lei implorandole il perdono, ma io non lo feci. Stavamo uscendo dal bar per rientrare in ufficio, lei con un volto che pareva un cencio sbattuto, io con una rabbia profonda nel vederla stare così male, ma con la codardia di chi non riesce a dichiararsi alla persona che tutti i giorni mi dava un motivo in più per svegliarmi la mattina quando, svoltato l'angolo, Sonia rimase impalata. Giulio gli si mise davanti con un mazzo di rose rosse, saranno state una trentina, e con il viso di un bambino che sa benissimo di averla combinata grossa ma che vuole farsi perdonare a tutti i costi.

A quel punto, cercando di contenere tutta la rabbia che avrebbe voluto uscire dal mio corpo, le dissi molto freddamente "Sonia dobbiamo rientrare a lavoro" Lo feci senza neanche degnare di uno sguardo e di un saluto Giulio. Solo Dio sa quanto mi c'è voluto per evitare di stampargli un pugno su quel viso da fighetto bastardo. Lei fece finta di non sentirmi o, forse, non mi sentì davvero, fatto sta che prese il mazzo di rose e gli si fiondò addosso in un abbraccio così forte che provavo invidia e gelosia a non essere io l'oggetto di tanto amore. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che una ragazza così colta, bella e intelligente potesse diventare così stupida e ottusa di fronte ad un sentimento come l'amore?

Stizzito, le dissi di rientrare entro cinque minuti e mi avviai da solo in ufficio pensando a quanto fossi stato stupido a non dirle subito che ero innamorato perso di le...ma probabilmente non sarebbe cambiato comunque nulla. Sonia rientrò circa una mezz'oretta dopo tutta raggiante e sognante era palese che si fosse sicuramente bevuta le scuse di Giulio. La raggiunsi nel suo ufficio sbattendo veementemente la porta alle mie spalle, la guardai dritto negli occhi cercando di non sprofondare in quel mare verde, e le dissi con tono alterato e distaccato che non tolleravo, da parte sua, un comportamento così inetto, poi aggiunsi che venticinque minuti di ritardo rispetto quanto richiesto erano inammissibili. Lei si tolse quell'aria sognante e un po' stupida dalla faccia e, incredula, mi chiese se stessi scherzando. Effettivamente in quattro anni non mi ero mai comportato così con lei, anzi in realtà con nessuno dei miei impiegati. Quella fu la prima volta in assoluto che alzai la voce. Le dissi che ero serissimo!

Lei di punto in bianco prese la sua borsetta viola perfettamente intonata alle scarpe mi si avvicinò a un palmo dal naso e mi disse con voce fredda "Perfetto, io me ne vado, domani le farò avere la lettera delle mie dimissioni", allungò il passo verso l'uscita e se ne andò! Quella fu l'ultima volta che la vidi. Non ebbi mai il coraggio di richiamarla, di scusarmi con lei, di spiegarle che quella mia reazione era dettata dal profondo amore che nutrivo verso di lei... non riuscii mai a dirle quanto l'amassi e quanto avrei potuto farla felice, quanto avrei voluto avere dei bambini da lei, quanto avrei voluto prendermi cura di lei. Rimasi come un fesso lì impalato a guardare la porta spalancata senza riuscire a emettere alcun suono, con Giorgia che mi fissava incredula.


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