CAPITOLO V -the beauty and... "the beast"
"Eri tu che dovevi morire."
Parole dure rivolte ad un bambino che, silenzioso ed immobile, guardava nel vuoto. Pantaloncini corti e calzini differenti, uno rosso ed uno verde, il primo tirato completamente giù rispetto all'altro, scarpette bianche, camicia a quadri e una cravatta stretta a morte sul suo piccolo collo, come il cappio ad un impiccato, gli occhi lucidi e un po' di muco che tentava di uscire dalla narice destra del suo naso...ma non doveva piangere, non voleva dare questa soddisfazione all'adulto accanto a lui che aveva detto quelle frase. Quest'ultimo, con le mani in tasca, non mostrava nessun segno di affetto nei confronti del piccolo, era lì vicino a lui, ma in realtà lontano. Per lui era come un estraneo col quale doveva convivere. I due erano padre e figlio, davanti ad una lapide, quella della moglie tanto amata dall'adulto e della madre mai conosciuta dal piccolo.
"Rose Allen
13-10-1954
23-12-1977 "
Morta di parto.
I due rimasero in silenzio, poi l'adulto ad un tratto, senza dire niente, si voltò e andò via, come sempre. Il bambino rimase lì ancora un po', frazioni di secondo, perché sapeva che era quello il momento in cui la donna in bianco gli appariva in lontananza. Ed ella infatti si mostrò, come tutte le domeniche in quel luogo, come sempre bellissima. Lei guardò il bambino con un sorriso triste, portò le mani alla bocca e gli mandò un bacio con tutto il suo amore. Il bambino avrebbe voluto andare là dove era lei, gli sarebbe piaciuto così tanto abbracciarla e andare via con la signora vestita di bianco, ma sapeva che quello non era il momento, se lo sentiva dentro, per questo le sorrise, si girò e raggiunse il padre.
«MAMMA!»
Un uomo si svegliò alle prime luci dell'alba.
«Ancora quel sogno.» Pensò tra se e se, e alzandosi dal divano sul quale si era addormentato si avviò in cucina. Fece scorrere l'acqua per qualche minuto, unì i palmi e se ne portò un po' sul viso per rinfrescarsi... inutilmente.
«Piscio!» Pensò. L'acqua corrente d'estate era così.
Aprì il frigo, prese un po' di Baileys, ci unì due cubetti di ghiaccio e si mise seduto.
Comincio' a bere lentamente, silenzioso, quasi immobile, mentre guardava nel vuoto. Pantaloni lunghi e calzini uguali, tirati su, scarpe nere, camicia a righe e niente cravatta sul suo collo, occhi spenti e un po' di muco che proprio non ne voleva sapere di uscire... da nessuna delle due maledette narici.
L'orologio segnava le cinque del mattino mentre quell'uomo si domandava:
«Ma è solo un sogno?»
Sessanta volte la stessa domanda in sessanta secondi.
L'orologio segnava le cinque ed un minuto del mattino e quell'uomo non aveva ancora trovato la risposta.
Si rituffò con la mente nel passato e ricordò il padre, con tutto il suo disprezzo.
Il genitore lo riteneva responsabile della morte della moglie, e fino a che ebbe 7 anni, ogni domenica, portandolo al cimitero, glielo ricordava.
«Ma allora quella donna...?»
Poi, quando ne compì otto, il padre non ce lo portò più, iniziò ad abusare di lui...e per molti anni a venire, ogni dannata domenica avrebbe continuato, fino a quando non avesse trovato il coraggio e la forza di reagire.
Ambedue gli vennero a 13 anni, un sabato pomeriggio qualunque di primavera , preludio della solita giornata maledetta, mentre tornava da scuola. Decise che era ora di farla finita e, con passo veloce, si diresse verso la villa di the Boss. Tutti sapevano dove abitava, ma nessuno lo aveva mai toccato.
«Lui è più forte anche degli sbirri.» Pensava. «Lui mi può aiutare.»
Ma quando arrivò all'entrata due suoi sgherri, uno secco allampanato e l'altro una sorta di balena incarnata in fattezze umane, lo fermarono:
«Moccioso, dove pensi di andare?» Disse il più largo dei due, con la sua stridula e fastidiosa voce.
«Devo parlare con the Boss!» rispose fiebilmente lui.
«The Boss non ha tempo da sprecare con marmocchi come te! Va' via!» E girandolo gli diede una forte pedata sul culo.
Ma il ragazzo rimase lì, immobile, come l'ultima foglia gialla di un albero in autunno. In lontananza un uomo cominciava ad avvicinarsi.
«Ragazzino, te lo dico per l'ultima volta; vattene!»
«Io non mi muovo da qui.»
Il secco afferrò per il bavero il ragazzo e caricò il braccio all'indietro per sferrare un colpo con tutta la sua forza, ma venne fermato da una voce.
«Basta così!»
A parlare era quell'uomo, che oramai stava a pochi metri dall'entrata della villa. Era parecchio alto, così tanto che al ragazzino sembrava un gigante. Ben vestito, capelli neri, due gemelli d'oro ai polsi grandi come la cicatrice che aveva sulla guancia sinistra, mentre su buona parte della destra, come anche sulle mani, segni di una grave ustione.
«Don Tano, buon pomeriggio!» Rispose l'uomo che stava per colpire il ragazzo, lasciandolo cadere.
«Che sta succedendo qui?» Chiese il boss.
«Niente, questo pidocchio dice di voler parlare con lei, noi gli abbiamo detto di andarsene, ma insiste.» Disse la palla di lardo.
The Boss lo prese delicatamente per un braccio e lo aiutò ad alzarsi in piedi, e scrollandogli la terra da dosso gli chiese:
«Che cosa vuoi da me, ragazzino?»
Lui, senza esitare minimamente, rispose:
«Voglio diventare uno dei suoi!» E abbassò lo sguardo. Era terrorizzato per tutto quello che aveva sentito sul suo conto, ma non voleva darlo a vedere, per lui era come guardare in faccia Satana, ma doveva dimostrare di non aver paura. Rialzò la testa e incrociò, fermo, gli occhi del demonio.
I due sgherri cominciarono a ridere sguaiatamente per quello che il ragazzo aveva detto... The Boss si girò e solamente lanciando loro un'occhiata, senza dire una parola, li fece smettere. Chinandosi, si rivolse di nuovo al piccolo:
«Come ti chiami?»
«Frederick, signore!»
The Boss abbassò il capo, poi esplose in una fragorosa risata.
«Lo sai...» disse «... che, una volta quello era anche il mio nome?»
Il ragazzo non seppe cosa rispondere. Poi the Boss continuò:
«Stai scappando da qualcuno?»
Il piccolo annuì.
«Guardami ragazzo.» E prendendolo con una mano lo forzò a incrociare di nuovo i suoi occhi. «Secondo te, quando io la mattina mi guardo allo specchio...che cosa vedo?»
«Il padrone della City.» Rispose lui.
«Ah!ah!ah! Mi piace questo ragazzino.» E, continuando: «No, quando io mi specchio la mattina vedo un passato doloroso...» e si indicò con il medio la parte destra del suo viso, completamente ustionata «... e quando il futuro iniziò.» Spostò lo stesso sulla cicatrice a sinistra. «Uno non poteva esistere senza l'altro. Quello che ti voglio dire ragazzo è che ognuno i propri problemi li deve risolvere da sé, non si deve scappare! Perchè se non sistemiamo le faccende del passato il futuro non verrà... MAI!» Rimarcò l'ultima parola che si stampò a fuoco nella mente del piccolo.
Detto questo il boss si alzò in piedi, e mentre stava andando via disse, senza voltarsi, le sue ultime parole al ragazzo:
«Frederick non va bene. Frederick vuol dire "portatore di pace".» Poi guardò il cielo, dove una favolosa e splendente luna piena sovrastava le loro teste, i loro pensieri, il loro mondo infame.
«Trovati un altro nome, anche stasera... poi torna da me.»
Il ragazzo si voltò ed andò via anche lui.
Ritornò a casa alle 11 di sera, il padre già stava dormendo. Nessun piatto caldo lasciato per lui, a parte quelli sporchi, usati dal genitore per cenare, messi alla rinfusa nel lavandino in attesa che il piccolo, come sempre, li lavasse. Il piccolo, dopo aver mangiato un formaggino nel frigo, indossò i guanti, ognuno di questi era due volte una sua mano, e con un filo di acqua, per non far troppo rumore, li insaponò. Nella sua mente continuavano e finivano, per poi ricominciare daccapo, le immagini di quel tardo pomeriggio. Finiti i piatti, si mise seduto sul pavimento, in un angolo della cucina, in posizione fetale. La cucina era il luogo che più gli piaceva della casa, perchè era quello nel quale riusciva ad immaginarsi meglio come sarebbe potuta essere la madre. Lì sicuramente lei gli avrebbe preparato tante cose buone da mangiare, altro che i soliti formaggini, e il profumo di spezie e sughi si sarebbe diffuso per tutta la casa. Lì la mamma gli avrebbe lanciato occhiate di finto rimprovero ogni volta che lo avesse scoperto a mangiare, con il cucchiaio di legno, lo zabaione che sarebbe servito per fare un dolce. Lì in inverno, quando l'acqua della pentola bolliva e fuori pioveva, lei lo avrebbe preso sulle gambe e baciandolo sulla testa avrebbero visto insieme, la pioggia cadere. Lì, come in ogni altra parte, in qualunque altro momento, lei lo avrebbe amato.
Oramai era mezzanotte passata, e tra qualche ora il padre, come tutte le domeniche, si sarebbe svegliato e avrebbe messo le sue sudicie mani su di lui. «Ciò non deve più accadere.» era la frase che continuava a martellare la mente stanca del piccolo Frederick fino all'una e mezza. Pensando alla bocca viscida del genitore sul suo piccolo corpo, d'improvviso qualcosa morì dentro di lui, si alzò in piedi: aveva deciso che cosa fare.
Alle cinque del mattino, zaino in spalla, per la seconda volta, si trovò davanti la villa di the Boss, all'entrata i due del giorno precedente.
«Ragazzino, anche a quest'ora vieni a rompere i coglioni? E quella cartella? Guarda che oggi è domenica le scuole sono chiuse.»
«Dite a the Boss che ho fatto i compiti.» E dicendo ciò posò lo zaino davanti a lui. «E che ho un nuovo nome.»
«Ieri ti sei salvato grazie al capo, ma se ora non te ne vai subito a fanculo farai una brutta fine..HAI CAPITO?» Uno dei due diede un forte calcio alla cartella facendola aprire.
Qualcosa dal suo interno uscì fuori, rotolando a terra per qualche metro, fino a raggiungere i piedi dell'altro sgherro. Era una grande busta di plastica trasparente e all'interno di questa del sangue, una bocca, degli occhi sgranati, dei capelli, delle guance...una testa: quella del padre.
Quello che aveva dato il calcio stava ora vomitando anche l'anima, mentre l'altro lanciò un urlo soffocato.
«Allora... lo chiamate o no the Boss?» Disse il ragazzo spazientito.
Dopo dieci minuti arrivò il capo in vestaglia, ancora mezzo addormentato. Appena quest'ultimo vide ciò che il ragazzo aveva portato, il sonno gli passò completamente.
«E questa?!» Chiese the Boss prendendo la busta.
«Ho risolto il mio problema.»
Alcuni dicono che persino the Boss non riuscì a guardare negli occhi il ragazzo, che ebbe paura, perchè in quel momento incrociare il suo sguardo era come incrociare lo sguardo del demonio.
The boss lanciò la testa ad uno dei due uomini, che disgustato la prese al volo e gli disse:
«Falla sparire... e anche quello zaino. Poi manda qualcuno a "pulire" a casa del ragazzo.» E, rivolgendosi al piccolo, mettendogli una mano sulla spalla: «Vieni con me, la vera scuola inizia adesso. Benvenuto nella mia famiglia.»
Ed insieme entrarono nella villa.
The boss in realtà non sapeva che il piccolo non aveva bisogno di nessuna "scuola". Venne addestrato al combattimento e all'uso delle armi. La sua dote innata nell'utilizzare quest'ultime lo rendeva letale qualunque cosa gli si mettesse in mano: dal coltello alla pistola. A 16 anni comiciò ad essere operativo e divenne molto presto lo specialista nelle "pulizie" di persone indesiderate: il killer perfetto. Per la sua brutalità durante le azioni tutti cominciarono a chiamarlo "Beast". Ogni missione che the Boss gli affidava lui riusciva a portarla a termine con successo. Ogniqualvolta le sue pistole smettevano di "cantare" non c'erano applausi, ma un silenzio tombale. Aveva comunque un suo "codice etico": niente donne e bambini. Esigeva che il boss gli affidasse compiti sempre più difficili, quasi suicidi, forse perchè, inconsciamente, sperava di trovarvi la fine. Non aveva amici, solo una puttana dalla quale andava abitualmente per sfogare certe esigenze e un rivale all'interno del clan col quale gareggiava in "bravura": Hyena, un killer psicopatico. In diverse missioni avevano collaborato malvolentieri insieme e in una delle ultime se l'erano vista brutta. L'ordine era semplice: sottrarre una discreta partita di droga a tre coglioni ed eliminarli, solo che i coglioni non erano tre ma trenta...e loro in due. 15 uomini a testa , né uno in più né uno in meno...nessun vincitore. Il boss dopo quella vicenda diede a the Beast, per premiarlo, un compito semplice e riposante: per tutta l'estate doveva essere la guardia del corpo personale di Ilary Hope, la moglie di suo figlio, che era stata rapinata da un tossico qualche settimana prima. All'inizio fu riluttante all'incarico, troppo banale e noioso secondo lui, ma non insistette più di tanto e alla fine accettò. Sapeva che quando the Boss diceva una cosa era legge, anche per lui, sebbene fosse uno dei suoi preferiti. Lui invece non è che preferisse the Boss, non era migliore o peggiore di tanti altri capi della mala, solo il più forte, ed è per questo che continuava a stare dalla sua parte. Si recò nella residenza del figlio del boss, nel quartiere residenziale della City e cominciò il lavoro assegnatogli. Lì conobbe Ilary. Beast sapeva che a Nicolas, il figlio del boss, piaceva picchiare sua moglie non appena questa si azzardava a dire un "ah!" fuori posto. Ma non era una cosa che lo riguardava, il suo compito era quello di proteggerla da tutti, tranne che da suo marito. E così, per settimane, dovunque andava lei, Beast c'era. Un giorno, mentre Ilary stava uscendo dal supermercato per raggiungere il parcheggio, lasciò cadere le buste della spesa e girandosi verso di lui, con tono seccato, gli disse:
«Ma possibile che mi devi seguire dovunque vada?»
Lui le raccolse e le rispose:
«Mi dispiace signora...» ma non era vero, non sapeva minimamente cosa potesse significare quella frase «... questi sono ordini, e io li sto solo eseguendo.» E, aprendo il bagagliaio della macchina, vi depose le buste.
«Ordini, ordini...» rispose seccata Ilary. «Facciamo così, tu ti giri dall'altra parte e io me ne vado un po' per conto mio, da sola, in giro. A lui dirai che ti ho seminato...che ne dici?»
«Dico di no!»
Ad un tratto, un padre che sgridava ad alta voce suo figlio interruppe il loro discorso.
«Ti ho detto di no! Lo vuoi capire! Lo vuoi capireeee!» un sonoro ceffone si stampò sul viso del bambino che iniziò a piangere.
«Stai zitto! Stai zittoooo! Non piangere! Non devi piangereeeee!» Altra manata rossa sulla parte che non era stata lesa.
Il bambino singhiozzando cercò di trattenere le lacrime, ma non vi riuscì. Si vedeva che il padre non c'era andato leggero, gli doveva aver fatto molto male.
«Allora non capisci?! Allora mi vuoi far arrabbiare» Aprì il palmo della mano per infliggere al piccolo un altro schiaffo, ma una forte botta in faccia lo fermò.
Questo, rintronato, si girò per vedere chi lo avesse colpito. Nel mentre ricevette una serie di altre borsettate.
«Non si picchiano i bambini, animale!» A dargliele era Ilary, che non ce l'aveva fatta a rimanere là immobile ad assistere a quella scena.
L'uomo cercò di pararsi il viso con il braccio, ma lei non accennava minimamente a smettere di picchiarlo. Tra una percossa e l'altra, riuscì a trovare il tempo giusto per spingerla lontano da lui.
«Cosa ti immischi tu? Stronza!» Provò a darle un pugno che venne bloccato da Beast con una mano.
«Se hai problemi parla pure con me, ti ascolto.» Strinse la mano del padre del bambino che cominciò a piegarsi in ginocchio.
«No, no, nessun problema.»
«Ok! Ora chiedi gentilmente scusa alla signora per come ti sei rivolto a lei.» Disse lui con tono pacato, così pacato che in quella circostanza pareva essere addirittura irreale.
L'uomo, tra smorfie di dolore, disse:
«Mi scusi, signora.»
Ma Ilary non lo stava ascoltando, si era avvicinata al piccolo per vedere come stava: due guance rosse come arance. Prese dalla borsetta una bottiglietta d'acqua che aveva con sè, ne buttò un po' su un fazzoletto e glielo passò sul viso.
«È fresco, senti?! Va un po' meglio così?»
Il piccolo, ancora singhiozzando, rispose di sì e la ringraziò.
«Mi scusi, signora.» Ripetè l'uomo alzando la voce.
«Non è a me che deve chiedere scusa, ma a suo figlio. Qualunque cosa abbia fatto non si meritava quei ceffoni.»
Il padre guardò il bambino, la bestia osservò gli occhi dell'uomo, e riconoscendovi uno sguardo che pensava di aver per sempre dimenticato, sentì un sussulto d'odio risalire dentro di lui, da quella parte di sè chiamata anima che pensava di non avere più. Strinse ancor più forte il pugno fino a che si sentirono distintamente due ossa cedere: indice e medio. L'uomo lanciò un urlo e disse:
«Scusa, scusami Aaron, non lo farò più, non lo farò più!» Ora era il padre che frignava e piangeva come un bambino.
«Va bene, basta così!» Disse Ilary, posando delicatamente una mano sul braccio di Beast. Lui lasciò la presa, anche se a malincuore. L'uomo lamentandosi si girò e andò via. Il piccolo rimase un po' lì interdetto, non sapendo cosa fare, mentre fissava Ilary. Lei guardò il bambino con un sorriso triste, portò le mani alla bocca e gli mandò un bacio con tutto il suo amore. Lui le sorrise, si girò e raggiunse il padre.
Un pensiero solo attraversò la mente della bestia in quel momento:
«Mamma.»
«Allora signor "la seguo ovunque va perchè gli ordini sono ordini", posso sapere qual è il tuo nome?»
In quel momento....
«Tutti mi chiamano "Beast".»
...decise...
«Oddio che brutto! Dai! Il tuo nome vero qual è?»
...senza comprederne bene neanche lui stesso il perchè...
«Frederick.»
...che l'avrebbe protetta....
«Oh! Frederick ti volevo dire...»
...per sempre...
«... per prima...»
... da tutti...
«... grazie di cuore.»
...anche da suo marito.
Una porta sbattuta con violenza e il rumore di passi che, pesantemente, salivano le scale, fecero tornare l'uomo che stava ricordando al presente: il figlio di the Boss era tornato. Il bicchiere di Baileys era ancora lì, il ghiaccio si era sciolto completamente annacquando il tutto. Bevve e vide l'ora: le 6:50 del mattino. Si toccò la pelata, prese una delle sue due pistole, aprì il tamburo assicurandosi che fosse carica, la mise sul tavolo facendola girare nervosamente. Non sapeva se salire anche lui e al minimo accenno di violenza da parte del figlio del boss intervenire, o stare lì ed aspettare. Ogni sua indecisione venne fugata dopo 5 minuti di elucubrazione da uno sparo, al quale ne seguirono altri cinque, tutti provenienti dal terzo piano. Si alzò di scatto dalla sedia, per poco non cadde, e corse lungo le scale. Nel frattempo incontrò un altro uomo del boss che, allarmato, stava anche lui salendo.
«Hai sentito?»
Ma la bestia non rispose, pensava solo ad arrivare il più in fretta possibile e sperava, sperava che lui non l'avesse uccisa. Aprì violentemente la porta: lei era viva, si sentì subito sollevato. Aveva le lacrime agli occhi, un po' di sangue che le usciva dal naso, un telefono in mano. Ai suoi piedi una pistola e il cadavere di suo marito. Vedendolo, Beast si sentì un po' meno sollevato.
«Oh Cristo! Ma ti rendi conto che cosa hai fatto, brutta stronza?!» Disse l'uomo del boss ad Ilary. «The boss ti ammazzerà! Neanche un miracolo potrà salvarti.»
«Un miracolo no, ma io sì.» Frederick puntò l'arma sulla tempia dell'uomo, alzò il cane e, senza dare il tempo a questo di realizzare cosa stava succedendo, sparò: le sue cervella arrivarono sulla parete prima che il suo corpo privo di vita toccasse terra. Beast guardò Ilary e le disse:
«Aspetta qui.»
Lei non rispose, in stato di shock, posò il telefono e si mise seduta sul letto. Fortunatamente la iena non era nella villa in quel momento: stava torchiando nella City un tizio che doveva al boss dei soldi persi a poker. Frederick si sentì, per un attimo, quasi contento nel saperlo lontano, perchè se fosse stato lì quella mattina, probabilmente uno dei due non ne sarebbe uscito vivo, e quello vivo non ne sarebbe uscito illeso. Ancora una volta da solo contro tanti.
Il rumore degli spari echeggiavano, pesanti, per tutta la villa. Sette minuti, dopo, il silenzio. Lui rientrò nella camera da letto e, sollecitandola a sbrigarsi, le disse:
«Andiamo.»
Lei non se lo fece ripetere e, asciugandosi le lacrime, uscì dalla stanza. Intorno a lei fori di proiettile e cadaveri dovunque: sulle scale, nell'androne, in cucina. Stavano per andarsene quando Beast vide su una mensola un foglio di carta bianco e una penna. Si fermò, tornò un attimo indietro e si mise a scrivere.
«Che stai facendo?» Gli chiese lei.
«Due righe, ho quasi finito.» Detto questo posò il foglio in bella vista e fece per andarsene quando lei gli domandò:
«Perché stai facendo questo?»
E lui:
«Perché tu non devi morire.»
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