CAP XII -blowin in the wind-
Lui era il vento. Alla guida della sua auto non esisteva nessuno che potesse batterlo. Era un tutt'uno con essa: cuore pistoni, lamiera corpo, mente motore, braccia volante, piedi pedali. E quando sfrecciava verso il traguardo, intorno a lui non c'era nessuno, solo un mondo sfocato, che pian piano riprendeva le sue forme originali. Fuori la City, nei circuiti illegali, se alla gara partecipava anche Enrick Ross il risultato era scontato: tutti sapevano chi sarebbe arrivato sul podio più alto e, quindi, tutti sapevano su chi puntare. Enrick era un asso, ma la sua bravura la doveva tutta al suo maestro: la madre.
«Gli uomini dicono che macchine e donne dovrebbero essere due cose separate. Ora la tua mammina ti fa vedere di che pasta è fatta. Alla faccia di quei maschilisti.» La madre, che si chiamava Lucy, ce l'aveva particolarmente con l'altro sesso. Comprensibile da parte sua, dato che il marito, nonchè padre di Enrick, era uno di quelli che un bel giorno disse:
«Vado a comprare le sigarette...» e non tornò più.
Con il passare del tempo Lucy scoprì che il coniuge non aveva terminato la frase e che quella completa era:
«Vado a comprare le sigarette in Colombia insieme alla mia amante.» E lì rimase.
Quando ciò avvenne Enrick non aveva che pochi mesi, quindi non aveva memoria del padre, nè ci teneva a ricordarselo, dato quello che aveva fatto. Per lui c'era solo la mamma, che lo aveva tirato su tutta da sola con le sue forze. E così a undici anni, in una giornata d'agosto, lei lo portò, per la prima volta, a guidare in un luogo deserto.
Mise la prima e cominciò.
Gli insegnò tutto: derapate, accelerazione, quando il motore andava su di giri, ripartenze scattanti. Lucy fu l'ultima di una generazione di piloti. Il padre correva, il padre del padre correva. Tutti avevano corso insomma, tranne lei, che era donna. Nessuna scuderia l'aveva mai presa in considerazione, nessuno le aveva mai dato la possibilità di dimostrare quanto valesse. Ed essendo figlia unica, fu l'ultima, a tutti gli effetti, di quella gloriosa generazione di piloti. Lei non si diede per vinta, e ripose tutte le sue speranze nel figlio, convincendosi che un giorno, non molto lontano, lo avrebbe visto sicuramente in Formula 1, insieme ai più grandi. Ma anche per Enrick non fu facile. L'unico provino che riuscì a strappare durò dieci secondi, non fece in tempo a salire in macchina che il tale che lo avrebbe dovuto esaminare lo fermò dicendogli:
«Aspetta, aspetta... tu sei...» e guardò sulla sua lavagnetta, levandosi il capello rivelando così la sua rada capigliatura sudicia. Sulla visiera vi era stampato, a caratteri cubitali, la marca dello sponsor, una catena di drugstore aperta dalle 7 del mattino alle 11 di sera: la 7/11, per l'appunto.
«Ehi, ragazzo, sei tra noi?» Gli disse schioccando le dita un paio di volte l'uomo lercio. «Qual è il tuo nome?»
Enrick tornò in sè e disse:
«Ah! Sì, scusatemi signore. Mi chiamo Enrick Ross.»
Quello ricontrollò la sua lavagnetta rossa facendo con l'indice su e giù tre, quattro volte.
«Ross... Ross...» poi sollevò lo sguardo «Ma chi ti manda?»
«Come scusi?» Rispose lui.
«Chi ti manda? Qual è il tuo aggancio? Sotto quale ala protettiva stai? In quanti altri modi te lo devo dire a nome di chi vieni?»
«A nome mio.» Rispose ingenuamente Enrick e aggiunse. «Sono cinque mesi che vi chiedo un provino.»
«Senti ragazzo, un sacco di gente vuole guidare, perché essere piloti al giorno d'oggi fa fico. Noi non siamo che una piccola scuderia, che fa correre figli di papà per far sentire quelle mezze seghe importanti per qualche attimo della loro vita. In compenso riceviamo un bel po' di soldi e, periodicamente, auto nuove per questo. Sei tu un figlio di papà?»
«No.» Fece seccamente.
«E allora puoi anche smammare.» E gli voltò le spalle.
Enrick lo rincorse chiedendogli:
«Ma non avete ambizioni? Diavolo! Tutti ne hanno!»
«La mia ambizione?» Rispose quello girando per metà il volto: «Sopravvivere.» E si incamminò verso una roulotte, probabilmente la sua casa.
«E va bene! Sapete che vi dico?» Ma quando c'era da insultare qualcuno Enrick non riusciva mai ad essere molto efficace. «Andate affanculo voi...voi e...» tentennò «I figli di papà. A me non è mai servito un padre.»
Nel mondo delle corse illegali, invece, nessuno ti faceva domande su chi eri. Non è che fosse un bel mondo visto quello che ci girava intorno, ma era l'unico posto, che aveva trovato dopo svariati anni di tentativi, nel quale poteva dar sfogo alla sua passione: la velocità. A farglielo conoscere fu Alexander, un suo vecchio compagno d'infanzia, che poi era stato compagno dai primi anni di scuola fin al liceo... un amico da una vita insomma. Questi scommetteva parecchi soldi ogni volta che Enrick correva e alla fine della corsa metà gliela dava a lui, metà se la teneva per sè. Un giorno gli chiese come mai non puntava anche lui su sè stesso ed Enrick gli rispose:
«Per tre motivi. Uno: non sarei sportivo.» Fece sorridendo. «due: non corro per i soldi...»
«Ma che stai dicendo?» Gli disse quello dandogli una spinta in avanti mentre stavano camminando lungo il molo.
«È vero!» Ribatté prontamente. «Non sto scherzando. Io lo faccio perché mi piace, e non mi interessa nuotare nell'oro, a me basta quel po' che mi serve per far vivere me e mia madre in modo dignitoso.»
«E tre?» Chiese l'amico incuriosito.
«E tre non te lo dico sennò mi prenderesti in giro... più del solito.» Prese un sasso da terra lanciandolo sulla superficie pacata dell'oceano. Fece come una ferita infinitesimale in quella gigantesca massa d'acqua, una ferita di cerchi concentrici, che nel giro di pochi secondi l'oceano stesso avrebbe rimarginato.
«Ma Lucy lo sa che sei in questo giro?»
«Assolutamente no! E mai lo dovrà sapere.» Rispose categoricamente.
«E che le dici quando esci la sera?»
Si fermò, mettendosi ad imitare goffamente una danza moderna:
«Che vado a ballare.»
Tutti e due deflagrarono in una sonora risata. Poi l'amico gli mise un braccio intorno al collo e gli abbassò la testa, iniziando a spettinare quella sua capigliatura quasi geometrica.
«Brutto str...proprio te che le odi le discoteche. Che falso che sei!»
Enrick si liberò, e, con uno scatto secco all'indietro, fece tornare i suoi capelli al loro posto.
«Lo faccio per il suo bene! Non voglio farla preoccupare inutilmente.»
Alexander si sdraiò. Un'enorme nave da crociera stava salpando in quel momento, diretta verso chissà quale paradiso. Continuando a guardare l'orizzonte gli disse:
«Quanto mi piacerebbe correre.»
«Se non sperperassi tutti i tuoi averi in cavolate e donne e li mettessi da parte, forse riusciresti a comprarti una macchina decente.»
«Allora credi che qualche possibilità potrei averla?» Gli domandò girandosi, tutto ansioso, verso di lui.
Anche l'amico in effetti non era male al volante, se la cavava decisamente, considerando che a lui non aveva insegnato niente nessuno: un perfetto autodidatta. La risposta di Enrick non tardò ad arrivare, detta poi con quella sua sincerità disarmante che non lasciava spazio a dubbi:
«Sì.»
«Sarebbe stupendo... correre e vincere, almeno una volta. Non ho mai vinto niente...»
«Ti do' un consiglio.» Disse Enrick diventando improvvisamente serio.
«Dimmi.» Fece quello tutto incuriosito prestandogli la massima attenzione.
«Se mai tu dovessi partecipare a qualche gara... cerca di farlo quando non ci sono io, altrimenti non avresti possibilità.»
«Ma senti che razza di sbruffone.» Disse sorridendo, poi prese dalla sua borsa a tracolla due lattine: una di coca-cola, per Enrick che era astemio, l'altra per sè, rigorosamente di birra.
Nel passargliela gli disse:
«A noi, re di questo mondo!»
Brindarono alle corse, ai soldi, alle donne, ai loro immortali vent'anni... a quella sera. Alexander tirò fuori una macchina fotografica, il suo ultimo grande acquisto, come era solito dire lui quando buttava i soldi. Era un gran bell'apparecchio, quasi da professionista, l'ennesimo oggetto col quale si sarebbe trastullato per una settimana prima di metterlo nel dimenticatoio, come tutte le altre cose. Ma quella sera la macchina fotografica tornò utile. Iniziarono a scattarsi delle foto, ne fecero parecchie fino a che finirono il rullino. Istantanei di istanti felici di una vita spregiudicata. Momenti di un'amicizia che sarebbero rimasti per sempre così, cristallizzati nel tempo. Ricordi che nessuno gli avrebbe mai potuto strappar via. I due si salutarono e cominciarono ad incamminarsi verso casa quando, dopo aver fatto non più di una ventina di passi, Ale si voltò verso l'amico e lo chiamò:
«Enrick.»
«Sssh! Ma che ti urli? Sono le tre! Vuoi che ci tirino le secchiate d'acqua?»
«Mi sono scordato di dirti una cosa importante.» Continuò quello mantenendo inalterato il suo tono di voce, nonostante il monito dell'amico.
«E dilla.» Rispose quasi sussurrando.
Un uomo in canotta, con un tappetino vistoso di peli che fuorisciva dal petto, si affacciò da una finestra pronto a sbraitare.
«Per me che sono solo al mondo, tu e Lucy è come se foste la mia famiglia. Sono contento di avervi incontrato.»
L'uomo rimase per un attimo indeciso... ma alla fine non disse niente. D'altronde chi avrebbe avuto il coraggio di dire qualcosa di fronte ad una frase così semplice e allo stesso tempo così malinconica e piena di gioia? Rientrò dentro richiudendo le persiane.
Quelle parole non meritavano una risposta a bassa voce, quindi urlò:
«Anche io sono contento d'averti incontrato!»
Erano le tre e mezza del mattino quando Enrick infilò la chiave nella toppa. Neanche fosse uno scassinatore esperto riuscì ad aprirla senza causare il minimo rumore. Sua madre a quell'ora stava sicuramente dormendo, e, conoscendo il suo sonno leggero, non aveva la benché minima intenzione di svegliarla. In parte perché non gli andava che Lucy iniziasse a subissarlo di domande su dov'era stato, cosa aveva fatto, come mai era ritornato a quell'ora, in un simil-interrogatorio che si sarebbe protratto per un'altra ora buona. Ma soprattutto perché, negli ultimi giorni, l'aveva vista molto stanca e affaticata e quindi, per il suo bene, era meglio che continuasse a riposare. Evitò di accendere luci, quella casa la conosceva come il palmo della sua mano. Sapeva dove era collocato ogni mobile, e come districarsi fra le stanze per arrivare alla sua camera da letto. Ma qualcosa lo fece inciampare. Mise le mani in avanti per non sbattere il muso sul pavimento, vi riuscì ma rumorosamente.
«Ma cosa...»
Si alzò in piedi accendendo una lampada che era accanto a lui, e quando vide su cosa aveva inciampato, la disperazione si dipinse sul suo volto:
«Lucy!» Urlò.
Si gettò su di lei per cercare di sentire il suo battito... e riscontrò che c'era, anche se debole. Iniziò a strattonarla e a chiamarla ma non sembrava dare segni. Era bianca, di un pallore quasi cadaverico. Prese il telefono per chiamare un'ambulanza, poi pensò che avrebbe fatto prima lui a portarla in ospedale. La prese in braccio e si avviò in macchina.
«Ti prego, mamma, resisti!»
Dopo un'ora veniva ricoverata d'urgenza. Rimase ad aspettare a lungo, mentre le venivano fatti esami ed analisi di ogni sorta. Dopo molti passi avanti e indietro nella sala d'attesa, un medico gli si avvicinò, spiegandogli che la madre soffriva di una malattia molto rara e doveva essere ricoverata al più presto in un centro specializzato in Europa. Gli disse che l'intervento sarebbe costato all'incirca 20.000 dollari, soldi che non aveva. Enrick entrò nella stanza della madre e si mise seduto accanto a lei prendendole la mano, immobile come il resto del corpo. In quel momento le dita di Lucy si strinsero, a fatica, intorno alle sue: aveva finalmente ripreso conoscenza, dopo otto lunghe ore.
A stento riuscì a parlare:
«Che cosa mi è successo, Enrick? Stavo andando in camera tua per prendere i miei occhiali... poi... non ricordo più niente.»
Lui esitò per qualche istante, poi pensò che sua madre, in tutta la sua vita, non gli aveva mai detto una menzogna neanche quando, a cinque anni, vedendo che tutti i suoi amichetti avevano un padre e lui no, una mattina, mentre stava facendo colazione le chiese :
«Ma papà dov'è?»
Lucy stava pulendo il pavimento con uno straccio, si fermò un attimo, sbuffò spostando un ciuffo di capelli ricci che aveva davanti gli occhi e gli rispose senza mezzi termini:
«Tuo padre cinque anni fa si innamorò di un'altra. È andato via e non tornerà più.» E, come se nulla fosse, continuò le pulizie che aveva interrotto.
Enrick rimase allibito. La sua ciambella, che stava galleggiando nel latte da qualche minuto, era oramai diventato poltiglia. Si fermò a fissare quel miscuglio per un po', dopodiché alzò lo sguardo e le disse:
«Papà stronzo.»
La donna gli sorrise, si levò i guanti ed andò ad abbracciarlo, riempendogli la testolina di baci.
«Sì hai ragione: papà stronzo.»
«Mamma...»
«Cosa c'è, piccolino?»
«Ti voglio bene.»
«Ti voglio bene.» Concluse, riuscendo a dirle tutto: la sua malattia, il ricovero che avrebbe dovuto effettuare in Germania e il costo dell'intervento.
Quando lei gli domandò dove avrebbe trovato quel denaro, lui le rispose che non si sarebbe dovuta preoccupare, che quei soldi era come se fossero già nelle sue tasche e che non appena avrebbe ritrovato un minimo di forze, sarebbe salita sul primo aereo per Berlino.
«Ora continua a riposare.» Le diede un bacio sulla fronte e aspettò che la madre si addormentasse. Uscì dall'ospedale dirigendosi in banca per prelevare i suoi risparmi: 10.000 dollari la metà di quanto gli sarebbe servito. Chiamò Alexander, spiegandogli la situazione, chiedendo all'amico di tenersi libero per incontrarsi al "solito posto", è così che chiamavano il circuito. Alle 10 di sera l'amico era lì a bordo pista. Gli si avvicinò quasi correndo con il casco della sua moto in mano e gli diede un forte abbraccio, come quello che avrebbe dato ad un fratello. Alexander sapeva che, a volte, le parole erano inutili... quella era una di quelle volte. Non parlò, aspettò che fosse Enrick a farlo. Quest'ultimo tirò fuori da una tasca interna del suo giubbetto di jeans un rotolo di banconote da 100 dollari e gli disse:
«Voglio che punti questi su di me.»
Lui li prese e si mise a contarli.
«Sono un sacco di soldi!»
«È tutto quello che ho!» Poi, fissando il circuito «sono quotato 2 a 1, quindi, se arrivo primo, vinco l'esatta somma che mi serve per mia madre.»
« Se?» Gli rispose Ale strattonandolo «Tu arriverai primo! Non provarci neanche a perdere! Perché non puoi!»
«Lo so!»
«Solo una domanda...»
«Dimmi.»
«Perché non li punti te?»
«Per il terzo motivo che non ti ho detto.»
«Ovvero?»
Scrollò le spalle, si prese qualche istante e rispose:
«Scaramanzia.»
Alexander si allontanò verso il botteghino che raccoglieva le scommesse. Mancavano ancora una ventina di minuti all'inizio della gara, Enrick si fece il segno della croce e si avviò verso la sua macchina ma, a pochi passi dal veicolo, due uomini, uno dei quali secco allampanato, l'altro una sorta di balena incarnata in fattezze umane gli sbarrarono la strada:
«Enrick Ross?» Chiese il secondo con la sua voce stridula.
«Forse.» Rispose lui.
«Sappiamo chi sei! C'è una persona che vuole parlarti, devi seguirci.» Fece il secco.
«Sentite... tra un po' comincerà la gara, ho bisogno di restare solo cinque minuti con i miei pensieri e con Dio.»
«Dio lo vedrai molto presto se non verrai con noi.» Lo guardò torvamente la palla di lardo alzando la sua giacca, mostrando la fondina sotto di essa... priva di arma.
Enrick trattenne a stento una risata, ma non riuscì a fare lo stesso con le parole:
«Una pistola invisibile! Non ne avevo mai vista una!»
Il magro, che tra i due sembrava essere il più sveglio, distolse lo sguardo da Enrick per dirigerlo verso il compare, il quale non si era accorto di nulla, ed era rimasto, tronfio e con un sorriso da ebete stampato sul viso, con la giacca alzata. Si massaggiò le meningi per un po', come se un fortissimo mal di testa gli fosse scoppiato all'improvviso, dopodiché mosse il braccio destro come una frusta che colpì, con un sonoro schiocco, la testa del collega.
«Ahia! Ma sei matto?!» Si lamentò quest'ultimo.
«Guarda, razza di imbecille!» Rispose quello indicandogli la fondina.
«Oh! La devo aver dimenticata in macchina.» Fece con aria trasognata.
Il magro lo prese per il colletto della camicia, tentando, inutilmente, di spostare quell'enorme massa di grasso.
«Mi dici come fai ad intimorire la gente, se sei così coglione?»
La balena si liberò dalla presa:
«Non ti permetto di usare certe volgarità con me! E poi lo sai quanto mamma ci teneva che parlassimo bene.»
I due iniziarono a discutere animatamente.
«Grazie per avermi regalato questo teatrino, ragazzi, ma ora devo andare!» Disse Enrick facendosi spazio tra i due per passare.
«Ehi! Ehi! Ehi» Disse il secco puntandogli una pistola, stavolta vera e non invisibile, sulla guancia «Forse non hai capito bene! Tu vieni con noi.»
«Va bene, va bene!» Rispose lui che era più spaventato dalla loro goffaggine che dalle loro minacce. Difatti disse «Vi seguo, però abbassa quel cannone, d'accordo? Non vorrei che ti partisse un colpo accidentalmente.»
Quello depose l'arma e gli ordinò:
«Da questa parte!»
Camminarono per pochi minuti finché non raggiunsero lo spazio che era adibito a parcheggio. Enrick pensò che quando c'era una gara era quasi impossibile trovare un posto lì, talmente tanta era la gente che andava ad assistere e, invece, quella sera... vuoto. C'erano solo cinque facce da cazzo, vestiti in giacca e cravatta uno accanto all'altro, i due giullari che erano andati a prenderlo, lui e una limousine nera.
«Bene, bene.» Fece una voce che sembrava provenire al di là dei cinque, che si scansarono lasciando intravedere la portiera anteriore della macchina aperta e un signore distinto all'interno di essa. Questi uscì fuori: era parecchio alto. Ben vestito, capelli neri con qualche sfumatura di grigio qua e là, due gemelli d'oro ai polsi grandi come la cicatrice che aveva sulla guancia sinistra, mentre su buona parte della destra, come anche sulle mani, segni di una grave ustione.
«Eccolo qui il nostro campione! Dai vieni!» Disse esortandolo con un cenno della mano a farsi avanti.
Enrick sapeva chi aveva di fronte. In tutto il mondo, per far andare i bambini a letto presto, le mamme raccontavano ai figli che, se non si fossero addormentati, sarebbe venuto l'uomo nero a prenderli. Nella City l'uomo nero era the Boss.
Il giovane pilota indugiò.
Il boss, con un tono di voce che cominciava ad essere scocciato, gli disse ancora:
«Dai, vieni!»
Ricordandosi quello che raccontava la gente sul suo conto, che era un tipo a cui non piaceva ripetere la stessa cosa più di due volte, Enrick non gli diede la possibilità di dire quel «Dai vieni!» Per la terza e lo raggiunse.
«Enrick Ross, ho sentito parlare molto bene di te!»
«Anche io di lei, Signore...» e, rammentando che aveva il capo della mala davanti, il "bene" non c'entrava nulla, perciò concluse «... ho sentito parlare molto.»
«Mi hanno detto che al volante sei un campione! E che quando tu partecipi ad una gara non c'è trippa per gatti!» Disse prendendo un cubano dal taschino. Se ne portò in bocca una estremità, la morse e sputò il mozzicone per terra. Uno degli sgherri tirò fuori uno zippo, azionò la fiamma e aspettò che il boss si accendesse il sigaro. Fece quattro tiri consecutivi finché la punta non fu incandescente.
«È più corretto dire che non ho mai perso! Ci potrebbe sempre essere una prima volta!» Rispose lui umilmente.
«Bravo ragazzo! Sei arrivato direttamente al punto!»
«Quale punto?»
«Alla prima volta.» Espirò una nuvola di fumo che andò a posarsi per qualche istante sulla faccia di Enrick, prima di essere potata altrove dal vento. Lui tossì.
«C'è sempre una prima volta: la prima volta che ti innamori, la prima volta che vai a letto con una donna, la prima volta che vinci... e stasera...» dandogli un leggero schiaffetto sul viso «... la prima volta che perderai.»
«Ma come?» Fece lui terrorizzato. Quella sera no, dannazione!
«Non chiederti"ma come"..." fece il boss "Ma "per chi".» Bussò sul tettuccio della macchina «Nicolas, dai!»
Un ragazzo sui 26 uscì fuori.
«Enrick ti presento mio figlio Nicolas! Gareggerà anche lui, e tu lo dovrai far vincere. Anche tutti gli altri piloti sono stati informati riguardo ciò.»
«Ma perché...»
«Perché stasera sono venuto a conoscenza che assisterà alla gara un noto talent scout di una importante scuderia. E voglio che quella persona si accorga di mio figlio. Quindi voglio che fili tutto liscio come l'olio.»
Chiuse gli occhi e contò fino a dieci, come gli aveva insegnato a fare la madre, in certe situazioni, per non perdere il controllo.
The Boss lo esortò alzando la voce:
«Allora?!»
Protese il braccio dando la mano al figlio del boss, che non contraccambiò, anzi, gli lanciò un sorriso odioso come per dire:
«Hai capito.»
I nervi gli ribollirono e qualcosa cominciò a salirgli su, con la velocità e la forza di un vulcano in eruzione. Pensò a Lucy, nel letto dell'ospedale, in quell'ambiente asettico dove l'aria era impregnata, in maniera quasi vomitevole, di disinfettantte, ed un filo di luce che, fuggitivo dalle persiane semichiuse, era riuscito ad entrare nella stanza rischiarando il viso pallido di lei. Si trattenne.
La sua bocca rispose:
«Con piacere.»
Nella sua testa rispose:
«Te lo puoi scordare!»
«Bene allora.» Disse il boss risalendo in macchina, a seguire fecero lo stesso i cinque sgherri.
«Non rimani?» Gli chiese il figlio.
«No, sai che vederti mentre fai il matto con la macchina non è il massimo per me.» The Boss andò via lasciando lì Nicolas con la balena e il secco.
Enrick cominciò ad incamminarsi verso il circuito: mancavano, ormai, solo una decina di minuti all'inizio, doveva parlare con Alexander. Lo trovò appoggiato al suo veicolo.
«Sei concentrato, campione?" Gli chiese l'amico. "Lo sai chi c'è tra il pubblico? Tu non lo puoi neanche immaginare.» Disse tutto eccitato.
«Ascolta, Ale.»
«Oggi è il tuo grande giorno! C'è...»
«Non mi interessa chi c'è.» Rispose con un tono di voce tombale. «Ascoltami... se alla fine della gara mi dovesse succedere qualcosa, promettimi che ti occuperai di mia madre.»
«Che cosa è successo?»
Gli spiegò ogni cosa.
«Maledizione!» Urlò lui dando un calcio alla ruota anteriore. Lo diede così forte che la macchina ebbe come un piccolo sussulto, dondolando, quasi impercettibilmente, a destra e a sinistra. «Va bene! Conta pure su di me.» E gli chiese: «Quindi stasera che hai intenzione di fare?» Domandandoglielo sapeva già quale sarebbe stata la risposta, ma tentò lo stesso, sperando che potesse essere differente.
«Vincere... come sempre.» E invece fu quella.
Intanto il figlio del boss salì sulla sua macchina e, girandosi, lo indicò all'amico:
«Ecco vedi? È quello lì! Quello stronzo borioso si sente già il campione.»
«Mi dispiace...» Fece Alexander.
Ma "Mi dispiace" per cosa? O per chi? Enrick non ebbe tempo di domandarlo perché sentì qualcosa di solido colpire la sua testa: il casco dell'amico. Poco prima di perdere i sensi pensò:
«Che stai facendo, Ale?» Dopodiché il nulla lo avvolse.
«Ragazzo... ehi, ragazzo!» Qualcuno lo stava chiamando.
Riaprì gli occhi a fatica come chi, dopo poche ore di sonno, viene svegliato. Di fronte a lui, accovacciato, c' era il vecchio che solitamente raccoglieva le scommesse.
«Che gara!» Disse sempre quello tutto eccitato. Già la gara! Cercò di rialzarsi di scatto, ma ogni cosa intorno a lui non riusciva a rimanere ferma: l'amico c'era andato giù pesante. Vacillò, il vecchio lo sorresse.
«Bevuto troppo, eh? Quanti brindisi hai fatto dopo la vittoria?»
Vittoria? Di chi? Nel frattempo si accorse che non aveva più addosso il suo giubbotto di jeans... qualcuno glielo doveva aver rubato, l'ultima delle sue preoccupazioni in quel momento. Doveva capirci qualcosa, vacillò di nuovo, stavolta volutamente, e, appoggiando la schiena a un pezzo di cemento, ultimo rimasuglio di quello che una volta doveva essere un muro, scese giù lungo fino a toccare terra. Modificò la voce e disse:
«Lo puoi dire forte, vecchio! Sono così ciucco che non mi ricordo neanche come è andata a finire... perché non mi rinfreschi un po' le idee?» Non era mai stato ubriaco in vita sua: era astemio! Mentre parlava, sperava che quella pessima imitazione potesse ingannare il suo interlocutore, e miracolosamente, o probabilmente perché era il vecchio ad essere effettivamente brillo, vi riuscì.
«Quindi non ti ricordi questi a chi vanno?» Disse agitando nella mano delle banconote da grosso taglio. «Allora li posso tenere io?»
«Da' qua!» Fece Enrick strappandoglieli dalle mani. Stava per iniziare a vedere quanti fossero quando il vecchio lo anticipò:
«22.000 tondi tondi. 20.000 della puntata, 2.000 di primo premio. Il tuo amico mi aveva informato che ti avrei trovato qui.»
«Perché non è passato a ritirarli lui?»
«Mi ha detto di darli a te.» Ruttò, rilasciando una puzza di puro alcol, risultato di un litro di rosso bevuto, sicuramente uno dei peggiori.
Alexander aveva corso al posto suo, e aveva vinto: questo era chiaro. Ma c'erano ancora delle domande a cui doveva dare necessariamente una risposta. 22.000 dollari erano comunque una bella somma e non capiva come mai il vecchio, che certo non era conosciuto come un campione di onestà, non fosse scappato via con i suoi soldi... glielo chiese.
«Perché tu, ragazzo...» disse puntandogli l'indice sul petto «non puoi neanche immaginare quanti soldi mi hai fatto vincere stasera.»
«Che vuoi dire?»
Sghignazzò, poi impiastrandosi la bocca che stava diventando secca con un po' di saliva, gli rispose:
«Stasera, chissà perché, tutti, compresi i piloti, hanno scommesso cifre di fronte alle quali i tuoi 22.000 quasi impallidiscono, e tutti su...»
«Nicolas.» Lo precedette Enrick.
«Già... e hanno perso! Ben gli sta a quei rotti in...» avvertì che qualcosa di liquido stava risalendo su, si girò verso il muro, non riuscendo a terminare la frase che si concluse con un conato di vomito. Si sdraiò per terra, esausto, passandosi le mani sulle labbra per pulirle, dopodiché le strusciò lungo la sua tuta da meccanico, sporca di olio e di grasso. Chiuse gli occhi per addormentarsi.
«Ti ringrazio!» Disse lui facendo per andarsene.
«E tu ...ngrazia ...mico.» Farfugliò.
«Eh?»
Tossì per stapparsi bene la gola
«E tu ringrazia il tuo amico. E digli che anche con un giubbotto di jeans addosso e con un casco da moto in testa, non può fregarmi. Sono vecchio...» sbadigliò profondamente «mica scemo.»
Enrick sorrise di cuore.
«È bravo sai? Dovresti vederlo! Che gara!» E, accovacciandosi sul lato destro, ripeté: «Che gara!» Prima di addormentarsi.
Non riusciva ancora bene a capire perché l'amico avesse fatto ciò, cercò di contattarlo mentre tornava a piedi: cellulare irraggiungibile. Trovò la sua macchina parcheggiata presso il portone della sua palazzina: era aperta ma le chiavi non erano attaccate. Perlustrò sotto i tappetini, in fondo ai sedili, finché non le trovò dentro il cruscotto. La accese e si diresse a casa di Ale. Citofonò: niente. Fece altri tentativi, ma nessuno di questi andò a buon fine. Ci rimase quasi incollato, con quel dito, al pulsante dove accanto c'era un'etichetta bianca con su scritti ancora i nomi dei vecchi affittuari che l'amico, vuoi per pigrizia, vuoi perché non gli interessava proprio, non aveva ancora cambiato. Svegliò sicuramente qualcuno, perché vide delle luci accendersi dalle finestre adiacenti all'appartamento di Alexander. Decise di lasciar perdere per il momento, anche se dentro di lui sentiva, senza volerlo ammettere, che ad Ale fosse successo qualcosa. La vita a volte è strana: riesci finalmente a scrollarti di dosso una croce di legno, che subito un'altra, di piombo, inizia a gravarti sulle spalle. E camminando lungo la salita del nostro Golgota interiore, speriamo di non arrivarci mai... su quella cima. Nei giorni successivi continuò a cercarlo incessantemente quando non era in ospedale a trovare la madre, che gradualmente, sembrava riacquistare le forze. È vero che era tipico dell'amico comportarsi così: ogni tanto spariva da tutto e da tutti, ma questo tutto e tutti non includeva lui e sua madre Lucy, le uniche persone con le quali rimaneva in contatto. Quindi non era da Ale comportarsi così.
Chiese dappertutto. Al bar dove lavorava:
«Quel nullafacente sono tre giorni che non si presenta, quando lo vedi digli che è licenziato.»
Magari poterglielo dire!
Nel locale che solitamente frequentava:
«Sono tre giorni che non lo si vede, uno dei miei migliori clienti! Ma gli è successo qualcosa?»
Sperava di no.
Al circuito:
«Niente da tre giorni.»
Al quarto giorno Enrick fu costretto ad abbandonare le ricerche poiché sua madre ora era in grado di affrontare il viaggio. Prima di partire denunciò la scomparsa di Alexander alla polizia, in modo abbastanza sbrigativo: senza dire nulla riguardo a the Boss e alle corse illegali. Temeva che, se gli avesse detto ciò, il detective di polizia che si trovava di fronte a lui, un tale John Callaghan, non lo avrebbe lasciato andare senza fermarlo per accertamenti. Lui e Lucy presero il primo volo per Berlino. Mentre l'aereo decollò, Enrick decise che tutti i suoi timori e le sue paure, nella sua mente e nel suo cuore, riguardo l'amico, dovevano rimanere incollati sul suolo della City. Ora la sua unica preoccupazione era quella di star vicino alla madre. Poi pensò che vicino alla madre, se non fosse stato per l'amico, adesso lui non avrebbe potuto starci. E i suoi timori e le sue paure si staccarono dal suolo della City per decollare anche loro, fino a raggiungere di nuovo la sua mente e il suo cuore.
Lucy vide che il figlio aveva qualcosa che lo turbava e non poté fare a meno di chiedergli:
«Che cosa c'è che non va?»
Lui non rispose. Sapeva che alla madre non riusciva a mentire, quindi preferì non parlare.
«Va bene» fece lei «se non vuoi...»
«Quando tutto questo sarà finito ti racconterò ogni cosa, ora vedi di non preoccuparti mamma.» Le rispose, accarezzandola.
L'intervento riuscì alla perfezione come anche la riabilitazione che seguì nei successivi trenta giorni nell'ospedale tedesco. In quel mese, anche se all'estero, Enrick non lasciò passare neppure un giorno senza provare a contattare telefonicamente ogni conoscente che avesse potuto dargli notizie dell'amico... ma di lui nessuna traccia.
Tornarono finalmente nella City. Aprì la cassetta della posta: una valanga di carta ne uscì fuori. La maggior parte era pubblicità, qualche bolletta e... una lettera con su scritto:
«Alla cortese attenzione del Signor Enrick Ross.»
In alto a sinistra, quasi sul bordo della suddetta, lo stemma di una nota scuderia che conosceva molto bene. La aprì, le mani gli tremarono per l'emozione, la lesse e non potè trattenere un urlo di gioia: era il provino tanto atteso. Corse dalla madre sventolando il foglio, ma quando aprì la porta di casa la vide col telefono in mano. I lineamenti del suo viso erano tesi come corde di un violino, che sembravano potessero spezzarsi da un momento all'altro. Gli passò la cornetta dicendogli:
«È per te... è la polizia.»
Quella felicità che aveva provato per la madre che si era rimessa, per la lettera che aveva ricevuto, venne spazzata via in un istante come un'onda che cancella quello che si è scritto sulla sabbia. Di quella sensazione di pace e tranquillità non era rimasto, in un secondo, neanche più il ricordo.
Avevano trovato Alexander in una discarica sotto cumuli di rifiuti... morto. Il suo cadavere era in avanzato stato di decomposizione, la data del decesso risaliva all'incirca a un mese prima. Il detective di polizia, dall'altra parte, gli chiese se poteva recarsi in centrale per identificare il corpo.
«Pronto, Signor Ross? Mi sente? Pronto?» Enrick cadde in ginocchio, la cornetta gli scivolò via, staccò la presa dalla parete ed iniziò a sbattere l'apparecchio per terra con una rabbia e disperazione incontrollabile. La madre corse a confortarlo:
«Me l'hanno ucciso, mamma!»
Anche Lucy, che oramai aveva capito cosa era successo all'amico del figlio, tra le lacrime gli chiese:
«Chi l'ha ucciso? Chi è stato?» Il tono della sua voce era divenuto come una fievole candela, che sembrava potesse spegnersi da un momento all'altro.
Le raccontò tutto.
Il giorno stesso, racimolando le ultime briciole di forze che gli erano rimaste, andò per il riconoscimento: era lui, non c'erano dubbi. Vari segni e lividi che aveva sul corpo testimoniavano che non gli avevano dato una morte rapida, nè, tantomeno, indolore. Se gli sgherri di the Boss volevano far sparire un corpo, quello non sarebbe mai stato ritrovato, o forse sarebbe stato rinvenuto casualmente da qualcuno dopo chissà quanti anni. Se il cadavere dell'amico, con tanto di documenti ancora addosso, era stato trovato è perché "loro" avevano voluto che lo trovassero. Era un avvertimento per Enrick. Alla polizia disse che non sapeva chi potesse esser stato. Mentendo si sentì un codardo: non lo fece perché temeva per la sua vita ma, ancora una volta, per quella della madre. In cuor suo giurò che, un giorno, gliela avrebbe fatta pagare cara a quel bastardo.
I funerali vennero celebrati una settimana più tardi: il tempo di terminare l'autopsia. Enrick pensò che solo lui e la madre sarebbero stati presenti in chiesa e, invece, silenziosamente entrarono: il datore di lavoro di Alexander, il proprietario del locale che frequentava, il vecchio delle scommesse, il vicino di casa e pian piano la chiesa si riempì tutta di gente con gli occhi lucidi che piangeva la sua scomparsa. L'amico riusciva sempre, a modo suo, a farsi volere bene da tutti. Se qualcuno aveva bisogno di qualcosa, anche se quel qualcuno lo conosceva da solo tre giorni, lui si faceva in quattro per aiutarlo. Enrick si incamminò verso l'altare, salì e, con tutto il fiato che aveva in corpo cominciò il suo discorso:
«Tu dicevi sempre che eri solo... ma guarda la gente, amico mio, che si è riunita qui oggi per te! Tu non sei mai stato solo, e mai lo sarai...»
Seppellirono la bara. Ognuno fece cadere un fiore diverso, Enrick una busta cartacea con dentro un foglio... la lettera del provino.
«Questo te lo sei guadagnato tu, campione! Io non ne ho diritto...»
Dopo alcune settimane Enrick venne a sapere, da alcune voci, che l'amico, subito dopo aver vinto la gara, la sera stessa, si era recato alla villa di the Boss, prendendosi tutta la responabilità per quello che era successo. Con la sua parlantina riuscì a convincerli che era stata tutta colpa sua: disse loro che aveva stordito il pilota e che aveva preso, di propria spontanea iniziativa, il suo posto. Riuscì così a tener lontano da eventuali future ritorsioni Enrick e Lucy. Alexander non solo aveva preso la croce dell'amico, ma si era fatto crocifiggere anche al posto suo.
Passarono anni e non passò un giorno in cui Enrick non pensò ad un modo per vendicarsi. Fece molti piani, ma non ne mise mai in pratica nessuno. Da solo poteva poco o niente contro il boss ed i suoi uomini.
Lui era il vento... ora solo un tassista come tanti. Non aveva più corso dalla morte di Ale. Aveva abbandonato il mondo delle gare illegali, rinunciando anche a fare provini.
Il calendario segnava il 13 di luglio quando spense la sveglia che lo destò bruscamente alle 6:30. Quella, a sentire le previsioni del tempo, sarebbe stata una delle giornate più calde di tutta l'estate, con qualche annuvolamento nel pomeriggio che non avrebbe fatto altro che rendere più umida l'aria. Scese da casa e vide che qualche teppista gli aveva bucato una gomma. I presupposti per tornare a letto e girarsi dall'altra parte aspettando che quel 13 di luglio passasse, c'erano tutti. Ma invece cambiò la gomma, sudando come non mai, e andò a lavorare. Si diresse all'aeroporto dove i clienti, in quella stagione, grazie al turismo, aumentavano esponenzialmente. Ne prese tre nella mattinata: una donna anziana che andava a trovare il nipote appena nato, un ragazzo che era scappato dal suo matrimonio, e un signore ritornato dal Giappone, il quale decantava le lodi di quella società per lui perfetta. Era curioso, osservava Enrick, come a volte la gente tendesse a identificare un tipo di lavoro con una determinata persona. E così il tassista diventava, per tutta quella gente, il confidente di una vita: la loro. Riassunta come nessuno scrittore al mondo saprebbe fare, nei pochi chilometri che li avrebbero portati a destinazione. Si erano fatte le 15:30 e nessun altro, da tre ore, era salito sulla sua macchina. Non c'erano altri taxi, a parte il suo, lungo il marciapiede, quindi doveva esser facile che qualcuno gli chiedesse una corsa, ma quel giorno sembrava che le persone preferissero andare con i mezzi pubblici. Solo la sua macchina gialla lungo tutto il marciapiede e altre tre nere, sicuramente non colleghi, parcheggiate a qualche metro dalla sua. Nubi grigie e solitarie si vedevano vagare nel cielo aspettando di collidere tra di loro. Osservò il termometro: 40 gradi. Stava per andare a prendersi qualcosa di fresco da bere ad un chiosco lì vicino quando un ragazzo e una ragazza, mano nella mano, uscendo di corsa da una delle entrate dell'aeroporto, si infilarono nella sua macchina.
«Presto, ci porti via da qui!» Disse lui quasi implorandolo. Aveva all'incirca la sua età: 27 anni, capelli castani, occhi idem. E continuando: «Ci vogliono uccidere! La prego!»
«Chi vi vuole uccidere?» Ma gli bastò alzare lo sguardo per trovare la sua risposta: the Boss, quel figlio di puttana e sette dei suoi dietro di lui, che stavano avanzando di gran lena verso di loro.
«The Boss, vuoi questi due?» Gli disse sbattendo con violenza i palmi delle mani sul tettuccio. «Vieni a prenderli... se ci riesci.» Salì in macchina e mise in moto, premendo l'acceleratore al massimo. Le ruote sgommarono sull'asfalto infuocato lasciando i segni degli pneumatici per terra, prima di partire a tutta velocità. Dallo specchietto retrovisore Enrick vide che i sette salirono sulle tre macchine nere lanciandosi al loro inseguimento.
«Ma come hanno fatto a trovarci?» Disse lei disperata.
«Marc deve aver perso la partita, o forse qualcuno ci ha visti e ha fatto loro una soffiata.»
Alcuni proiettili iniziarono a fischiare, uno di questi ruppe il vetro posteriore andandosi a conficcare nel poggiatesta del sedile accanto al guidatore.
«Ma che avete combinato per farli incazzare così?» Chiese Enric.
«Ho ucciso mio marito... suo figlio.» Disse la donna con voce rotta.
«Nicolas?» Chiese allibito.
«Sì.»
Gli ritornò in mente la faccia di quel borioso bastardo e come, per causa di un suo capriccio, Alexander ci aveva rimesso la vita. The Boss quei due ragazzi non li avrebbe avuti. Gli urlò:
«State giù e reggetevi forte, che adesso ci penso io a questi stronzi.»
Gli ritornarono in mente gli insegnamenti della madre, e, ancora una volta, il mondo intorno a lui divenne sfocato. Era Enrick Ross, l'asso del volante: nessuno poteva competere con lui. La prima macchina dietro di loro, prendendo male una curva, andò a sbattere contro un palo della luce... meno uno. La seconda riuscì ad avvicinarsi sul lato sinistro. Erano fianco a fianco, pistole in mano, pronti a sparare. Enrick urtò la loro macchina con la sua facendogli sbagliare la mira, già precaria in corsa, e scaraventandoli nella corsia opposta: vennero presi da un tir, di loro e della loro auto restarono solo fiamme e fumo... meno due. Ne mancava soltanto una: quella dove c'era the Boss e uno dei suoi sgherri al volante. Girò per una strada stretta a senso unico, pensando di tagliare, ma verso la fine un camion della nettezza urbana, fermo a svuotare i cassonetti, gli sbarrò la via di fuga. Enrick tirò il freno a mano, facendo un testacoda. Dopo pochi millesimi di secondo la macchina del boss imboccò anch'essa la strada e, vedendo che non potevano più scappare, l'autista decelerò fino a fermarsi a qualche centinaio di metri di distanza. Enrick mise in folle, cominciando a dare più gas possibile. Il rombo della sua macchina era come un tuono in terra.
«Che cosa hai in mente?» Gli chiese il ragazzo.
«Guardate!» Disse indicandogli la macchina del boss. All'interno di quest'ultima sembrò che il capo della mala desse un ordine al suo uomo, ma questi alzò le mani, in un gesto palese di rifiuto. Come ricompensa the Boss gli piantò una pallottola in testa e, scaraventandolo fuori del veicolo, prese il suo posto alla guida. Anche lui cominciò a dare gas. «Ha capito che cosa voglio fare, e non si tirerà indietro a quanto sembra. Vi odia proprio.»
«Che cosa hai in mente?»
«Al mio tre, voi saltate fuori dalla macchina.»
«E tu?»
«Io gli andrò addosso.»
«Ma...»
«Non vi preoccupate, ho un conto in sospeso con quel bastardo ed è giunto il momento di saldarlo.»
Iniziò:
«1»
La coppia si strinse per mano.
«2»
Il ragazzo aprì leggermente la portiera dell'auto.
«3»
I due si buttarono fuori dalla macchina ruzzolando per terra.
Enrick partì. Anche the boss fece lo stesso.
100 metri:
«Perché non punti mai su te stesso?»
80 metri:
«Quanto mi piacerebbe correre...»
70 metri:
«Sarebbe stupendo... correre e vincere, almeno una volta.»
60 metri:
«Non ho mai vinto niente.»
50 metri:
«Per me che sono solo al mondo, ...»
40 metri:
«... tu e Lucy è come se foste la mia famiglia...»
30 metri:
«... Sono contento di avervi incontrato.»
20 metri:
«Tu arriverai primo!»
10 metri:
«Mi dispiace...»
0 metri:
«A noi, re di questo mondo!»
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro