CAP VIII- hunters and prey -
«Il sole stava sorgendo alto nel cielo e un'altra giornata meravigliosa si stava affacciando nella perfetta vita di Bill. Bill era un uomo onesto, di bell'aspetto sui trent'anni a cui piaceva vestire molto elegante. Tutti i giorni si svegliava, pieno di gioia, alle sei del mattino per arrivare al lavoro (lavoro in banca al quale teneva moltissimo) prima di tutti, anche del suo capo, che stimava molto. Aveva anche degli ottimi amici, che mai in tutta la sua vita avrebbe tradito...
A Bill: ma vaffanculo!»
Un foglio veniva accartocciato e lanciato su una piramide di fogli simili sotto la quale una volta doveva esserci un secchio, nella reception di uno squallido albergo senza stelle e senza nome nell'angolo più nascosto della City. In ogni foglio che componeva la strana costruzione vi erano idee, pensieri, inizi che non avrebbero mai visto un proseguimento, né, tantomeno, una fine. L'ultima piccola palla scartata, posta in equilibrio instabile sulla punta della piramide, cominciò a rotolare lungo la scoscesa parete cartacea fino ad arrivare nei pressi di chi l'aveva lanciata via. Una mano si chinò per raccogliere il foglio, lo dispiegò per leggerlo.
«Che merda!» Pensava Luke, portiere dello squallido albergo. Di progetti ne aveva fatti sempre tanti, mai nessuno di questi era stato portato a termine, ma sul libro si era impuntato: doveva riuscire a finirlo.
«Finirlo... ma se non so neanche come iniziarlo.»
Eppure ce la doveva fare, per lei più che per se stesso. Lei era la ragazza della quale era innamorato da sempre: occhi azzurri, capelli lunghi neri e delle bellissime labbra che erano stanche di parlare. Quante volte aveva sentito da quelle labbra che doveva trovarsi un lavoro? Quante volte quelle labbra gli avevano chiesto quand'è che si sarebbero sposati? Ora erano immobili, non si muovevano più. Luke stava insieme a lei da quattro anni, e aveva fuggito sempre ogni tipo di responsabilità, era sempre scappato... come quella maledetta notte di maggio. Con il libro le avrebbe dimostrato quanto teneva a lei, che non era un nullafacente, che era pronto a sposarla, che lo era sempre stato ma prima era troppo idiota per capirlo, e, soprattutto, con la dedica nella seconda pagina, le avrebbe chiesto scusa per come si era comportato... per ciò che aveva fatto. Lui ne era sicuro, con quello che stava facendo sarebbe riuscito a risvegliare i suoi sentimenti. Un libro per una dedica, un libro e una dedica per lei.
«Ma guarda qua! "molto elegante", "al quale teneva moltissimo", "che stimava molto"... un altro "molto" e avrei fatto vomitare "molto" qualsiasi editore.» Pensava a voce alta Luke rileggendo lo scritto.
Se anziché far sega a scuola avesse seguito le lezioni, pensava in quei momenti, probabilmente non si sarebbe trovato in quelle condizioni. Erano più i giorni nei quali era stato assente che quelli in cui aveva frequentato, e anche quando era presente in classe, dopo un paio d'ore riusciva a svignarsela grazie ad un po' di finte lacrime e a dolori inspiegabili e fortissimi che gli attanagliavano la bocca dello stomaco. Un attore nato. Pluribocciato, alla fine lo avevano promosso per esasperazione.
«Tieni figliuolo.» Gli aveva detto padre Carl, il preside del liceo, consegnandogli il diploma. «E ora sparisci dalla mia vista, bastardo.»
"Bastardo" è già una parola abbastanza forte e, se detta da un prete, lo è ancor di più. D'altronde come biasimare l'arzillo prete? Colto in flagrante da Luke e dalla sua Polaroid, in atteggiamenti non proprio "di preghiera" con una sorella del vicino istituto femminile "Sacred Heart". Diciamo che più che per esasperazione venne promosso grazie ad un ricatto.
Luke guardò il cellulare che stava in carica lì vicino a lui, lo aveva tenuto spento per tutta la mattinata. Erano le 12:25. Forse qualcuno aveva provato a cercarlo, magari aveva ricevuto qualche buona notizia. Lo accese e aspettò. Ricevette un messaggio e andò subito ad aprirlo, sperando di ricevere buone notizie di lei, e invece... pubblicità.
Iniziò a urlare una miriade di parolacce, tanto cosa poteva fregargli, in quello schifo di posto non c'era mai nessuno, solo lui e i topi. Ma il suo sproloquio venne interrotto da una voce:
«Mi scusi... avrebbe una stanza per tre?»
Una ragazza sui trent'anni, capelli castani, magra, con il naso livido e un tizio calvo, pantaloni lunghi, camicia a righe, scarpe nere erano entrati. Lei era lì davanti a Luke, le braccia le tremavano, le ancorò sul tavolo per farle smettere mentre l'uomo si avvicinò ad una finestra, tirò leggermente le tendine lerce a sé, e si mise a osservare la strada.
«Non vi avevo sentiti arrivare.» Nessuno, urlando come stava facendo lui, avrebbe potuto. «Una stanza per tre mi avete detto... certo, e il terzo?»
«Ci raggiungerà tra poco.» Fece lei. Poi gli occhi lucidi della ragazza si posarono sul cellulare di Luke.
«Ah! Ha il mio stesso modello. Le posso chiedere una cortesia? Ho la batteria del mio telefonino a terra... mi potrebbe prestare un attimo il suo? Devo fare una telefonata: è molto importante.»
«Certamente.» E così dicendo staccò lo spinotto e lo passò alla ragazza, che al terzo tentativo riuscì ad inserirlo nel suo cellulare. Lo accese e chiamò.
«Pronto Bill... scusami, ma avevo il telefono scarico. Siamo in un albergo, Street...» e guardò Luke.
«Street of angels 64.» Suggeri' il portiere.
«Street of angels 64.» Ripeté lei «Sbrigati a venire...» la voce le si fermò... cominciò a piangere «Sbrigati ti prego.» E chiuse la telefonata.
L'uomo che era entrato con la ragazza le si avvicinò e le porse un fazzoletto dalla tasca senza dire nulla, freddamente. Lei lo prese e si soffiò il naso, ringraziandolo. Dopo un po' si calmò, riprese il suo cellulare e lo ripose nella borsetta.
«Ecco signori, stanza 48 quarto piano, mi servirebbe un documento.» Guardò la ragazza e vedendola così gli si strinse il cuore.
«Se posso fare qualcosa per voi... qualsiasi cosa...»
«Non chiederci i documenti.» Rispose l'uomo guardandolo negli occhi.
«Ma...» cercò di controbattere Luke, che non riuscì a dire altro. Lo sguardo di quel tipo poco raccomandabile era simile allo sguardo di un demonio. Pensò che quel posto era una bettola e che era sottopagato da mesi: al diavolo i documenti!
«Quanto tempo pensate di fermarvi qui?»
«Il meno possibile.» Rispose sempre lui con tono scocciato, sbattendo una banconota da 100 dollari sul tavolo.
«Volete che vi accompagn...»
«No!»
Lei si stava incamminando verso l'ascensore quando lui la trattenne delicatamente per un braccio e le fece:
«Meglio per di qua.» Indicando le scale.
I due stavano cominciando a salire quando la ragazza si girò e rivolgendosi a Luke gli disse:
«Una cortesia. Il ragazzo che ci deve raggiungere si chiama Bill Will, non appena arriverà me lo può comunicare?»
«Naturalmente, non si preoccupi.» Fece lui, che strappò il penultimo foglio di carta e si appuntò il nome.
«Se qualsiasi altra persona ci venisse a cercare, noi non siamo mai entrati in questo hotel.» Disse l'uomo, non attendendo la risposta del portiere, probabilmente perché sapeva che, se ci fosse stata, non sarebbe potuta essere diversa da un "sì".
«Che tipo...» pensò Luke e, stringendo il block notes in mano, disse, tra sé e sé: «Bene torniamo a noi: ultimo foglio. Spremi queste tue cavolo di meningi, e fai vedere al mondo quanto vali!»
Un'idea cominciò a ronzargli in mente, come tante negli ultimi due mesi, ma questa sembrava valida. Non era ancora ben definita, ma poteva essere un inizio. Se lo sentiva, doveva solo dargli una forma, trovare le parole, la concentrazione giusta...
Il fastidioso cigolio della porta d'ingresso dell'albergo interruppe i pensieri del portiere. Due nuovi clienti erano entrati: uno secco allampanato e l'altro una sorta di balena incarnata in fattezze umane. Li riconobbe... li riconobbe subito. Loro, invece, sembravano non avere memoria di lui. Balbettando quasi riuscì, tra la tensione e la rabbia, a dire:
«B-buongiorno signori, de-desiderate una stanza?»
«Vogliamo questi due.» Disse il più largo mettendo a un palmo di distanza dagli occhi del portiere un paio di foto raffiguranti la ragazza e il pelato che erano entrati dieci minuti prima.
«Mai visti! Ora, scusatemi, ma devo lavorare.» E abbassò la testa sul notes, cercando in realtà con lo sguardo il foglio dove si era appuntato il nome della terza persona che sarebbe dovuta arrivare, ma il foglio di carta ce lo aveva in mano la balena, che con la sua sgradevole e stridula voce disse al suo compare:
«Toh! Bill Will! Rinfrescami la memoria fratello! Non è quello che stavamo pedinando da anni per conto di the Boss? E che deve incontrarsi con gli altri due qui?»
«Ragazzo, ragazzo» disse il magro guardando Luke. «Perché devi dirci le cazzate?»
«Adam!» Esclamò l'altro con un tono di disappunto rivolgendosi al collega: «Quante volte te lo devo ripetere? La devi far finita di dire parolacce. Che direbbe la povera mamma se ti sentisse parlare così?»
«Cornelius, mi hai rotto i coglioni!» Fece l'altro esasperato. «Siamo mafiosi, ammazziamo la gente, che pensi che direbbe nostra madre se fosse ancora viva?! "Ah! Bravi figlioli miei, che rubate ed uccidete, però Adam... queste parolacce!" Ma che cazzo ti frulla per la capoccia?!»
«Non sei simpatico! Non lo sei affatto.» Disse l'altro che cominciò ad alterarsi «Sai quanto lei ci teneva che parlassimo bene.»
I due cominciarono a litigare vivacemente, non prestando più attenzione a Luke. Il portiere tentò di allungare la mano verso la cornetta del telefono, ma il magro estrasse, dalla fondina sotto la sua giacca, una pistola munita di silenziatore, e fece saltare in mille pezzi l'apparecchio.
«Scusate, scusate, scusate, scusate...» iniziò a frignare il portiere.
«Che pensavi di fare stronzo? Prova a fare di nuovo l'eroe e la prossima te la piazzo dritta in mezzo agli occhi. E ora basta con queste cazzate» disse rivolgendosi al fratello «pensiamo ad eseguire gli ordini?! Poi riprenderemo l'argomento.»
«D'accordo. Anche se sono contrario. Non erano questi gli ordini che ci erano stati dati. Noi dovevamo solo seguire Will fino al luogo del loro incontro e aspettare Hyena, sarebbe stato lui ad occuparsi di Beast.»
«Beast... se sapevo che le cose sarebbero andate così l'avrei ammazzato quel giorno davanti alla villa del boss, anche se allora era solo un ragazzino. Anni e anni di fedeltà ripagati come? Esiliati dalla City per pedinare un idiota qualsiasi. Questa è la nostra occasione! Abbiamo intercettato la telefonata, sappiamo che sono qui, facciamo fuori il traditore, prendiamo la zoccola e poi quando arriva il coglione ammazziamo anche lui, così riconquisteremo la fiducia di the Boss.»
Il volto della balena si intristì.
«Che hai?»
«Niente è che in quattro frasi sei riuscito a dire tre parolacce.»
Cornelius rimase basito, poi in uno scatto d'ira diede una botta con il calcio della pistola in testa al fratello.
«Ahia! Ma sei matto?» Si lamentò quest'ultimo.
«Zitto! Zitto per favore, mi stai facendo veramente perdere la calma. Maledetto il giorno in cui promisi a nostra madre che mi sarei preso cura di te."»
«Di lui che ne facciamo?»
«Portarcelo appresso sarebbe solo un peso.» Fece il magro che tra i due sembrava essere il più sveglio. «L'idea dell'ostaggio non è neanche da prendere in cosiderazione, Beast, conoscendolo, sparerebbe prima a lui e poi a noi. E non possiamo neanche perdere tempo ad ucciderlo, tra un po' Will sarà qui e se avverte che qualcosa non va potrebbe allarmare i due... ragazzo, dammi il tuo portafogli: avanti!» Comandò Cornelius.
Rapidamente Luke glielo passò, il criminale tirò fuori la sua carta di identità, la aprì e disse:
«Allora Signor Luke Clark: ora sappiamo dove abiti. Se collabori non ti sarà fatto alcun male, viceversa verrò a casa tua e ti ammazzerò senza pietà.»
Delle lacrime iniziarono a scendere lungo il viso di Luke, che si accovacciò su se stesso.
«Quarto piano, stanza 48, è lì che sono. Farò tutto quello che vorrete, vi prego non fatemi del male.»
«Ti chiediamo solo una semplice cosa.» Disse la balena «Quando arriva Bill mandalo dove sono alloggiati i due, ed evita di fargli capire qualsiasi cosa mi raccomando.»
«Ehi! hai capito, IMBECILLE?» Disse il secco dandogli uno schiaffo sulla nuca con il dorso della mano, rimarcando il tono sull'offesa.
«Si, certamente signori.»
Mentre i mafiosi si stavano avvicinando ad uno dei due ascensori Luke disse:
«Scusate, signori.»
«Che c'è ancora?» Risposero all'unisono.
«Sono rotti.»
La balena guardò il fratello come per dire «non puoi farmi questo... quattro piani a piedi!» . Quest'ultimo provò a premere il pulsante di destra per chiamare l'ascensore, ma l'esito fu negativo, poi lo guardò e gli disse:
«Dai, muovi il culo!»
E mentre stavano salendo il portiere in tono ossequioso disse:
«Lieto di esservi stato d'aiuto, signori.»
I fratelli non lo calcolarono minimamente e proseguirono.
«Lieto di NON esservi stato d'aiuto, bastardi.» Disse a voce bassa mentre si asciugava quelle finte lacrime che aveva versato, come quando a scuola faceva l'attore per scappare dalle lezioni. Si alzò di scatto dalla sedia e corse verso l'ascensore di sinistra chiamandolo. Dopo pochi secondi arrivò.
«Quello di destra è rotto, IMBECILLE.»
Entrò dentro e pigio' il tasto 4: doveva avvertire quella ragazza in tempo e, considerando la mole del grassone, probabilmente di tempo ne avrebbe avuto parecchio. Perché stava facendo questo?
Primo piano : Ripensò a quella maledetta notte di maggio in cui lui e la sua ragazza si erano appartati in macchina per fare l'amore in una zona isolata.
Secondo piano: d'improvviso, fragore di vetri rotti, qualcuno aprì la portiera e trascinò fuori Luke per i capelli, mentre le urla della ragazza non potevano essere udite da nessuno. Erano tre balordi che cominciarono a riempirlo di botte: il magro, la balena di poco prima e un terzo sconosciuto. L'indomani il terzo si sarebbe dovuto sposare e aveva così deciso di dare il suo "addio al nubilato"violentando una donna, la prima che gli sarebbe capitata a tiro, lontano da occhi indiscreti. E loro lì, purtroppo, erano abbastanza lontani, erano in mezzo al nulla.
Terzo piano: lo lasciarono andare via, lei la trattennero lì. Corse con tutto il fiato che aveva in corpo, corse perché aveva paura... per la sua vita. Fece qualche chilometro e svenne, sfinito, ai piedi di un albero. Dopo un paio d'ore riprese conoscenza e si incamminò verso la più vicina stazione di polizia per chiedere aiuto.
Quarto piano: quando i poliziotti arrivarono sul luogo era, ormai, troppo tardi: il bastardo aveva abusato più volte di lei. Il suo amore non si riprese più da quel giorno, e cadde in un profondo stato catatonico. Sembrava che avesse perso qualsiasi tipo di emozione o sentimento. Le sue labbra erano diventate rigide, immobili, quelle stesse labbra che adoravano citare poesie di Yeats, quelle labbra che adorava baciare e osservare, così rosee, così vive ed ora, invece... ferme.
Luke non se lo perdonò mai: quella notte era fuggito via per salvare se stesso.
Perché stava ora cercando di avvertire quella ragazza?
Perché era stanco di scappare.
Quello sarebbe stato il suo primo passo verso il cambiamento, sperando che non fosse anche l'ultimo. Ma sopratutto gliela voleva far pagare cara a quei due gran figli di puttana.
Arrivò davanti alla stanza 48, bussò violentemente, i passi dei due mafiosi ancora non si sentivano... Bene!
«Vi prego aprite, sono il portiere, ci sono due tipi che sono venuti ad uccidervi.» Ma dall'altra parte non vi fu risposta.
Colpì ancora più forte con le nocche la porta alzando anche il tono della voce:
«Ehi! Mi sentite?! Sono venuto ad avvertirvi! Sto rischiando la mia vita per questo. Apritemi, per favore.» Ancora niente, in lontananza cominciarono ad udirsi cigolii di gradini: stavano arrivando.
«Vi scongiuro. Se mi vedono qui mi ammazzano. Non voglio morire. Non posso morire.» Cominciò a piangere, questa volta veramente. «Devo finire di scrivere un libro, devo metterci una dedica, e devo dirle ancora quanto la amo e quanto mi dispiace...»
Una porta alle sue spalle, quella di un'altra camera, si aprì. Una mano prese Luke e lo tirò rapidamente dentro. Era il tipo poco raccomandabile, lì vicino a lui c'era la ragazza.
«Ringrazia lei, fosse stato per me ti avrei lasciato lì fuori.» Disse lui, in mano aveva due pistole.
Luke, vedendole, indietreggiò spaventato.
«Tranquillo, tranquillo.» Fece la ragazza sussurrando: «Spero non ci siano problemi se all'ultimo abbiamo deciso di cambiare stanza... grazie per quello che hai fatto.» Sorrise, mentre il rumore dei passi cominciava ad essere più marcato, i due ora dovevano trovarsi in fondo al corridoio. Lei guardò l'uomo e, sempre a bassa voce, gli ordinò:
«Non voglio che tu li uccida.»
L'uomo abbassò il capo in segno di disappunto, poi, malvolentieri, le rispose:
«D'accordo.»
La balena e il secco in quel momento dovevano trovarsi proprio davanti la loro camera, tant'è che si sentivano confabulare tra di loro, neanche discretamente, su come far irruzione:
«Allora Cornelius, entri prima te, io ti copro le spalle, vado verso la troia, la prendo in ostaggio e...»
Una porta alle loro spalle si aprì fulmineamente, due fredde canne di pistola puntate dietro le loro nuche, poi una voce che conoscevano bene:
«E se non la piantate di dire stronzate faccio finta di aver ascoltato male la richiesta della signora e vi privo seduta stante di una cosa per voi completamente inutile: il cervello.» Poi, alzando i cani: «E ora buttate le armi per terra.»
«Diamine.» Disse la balena con la sua stridula e sgradevole voce. Seguirono trenta secondi di silenzio generale, poi il fratello esplose.
«Diamine?!» Ripeté Adam. «Tu dici "Diamine"? Abbiamo una pistola puntata alla testa, se ne usciamo vivi the Boss comunque ci ammazzerà e tutto quello che sai dire è: "Diamine"?! Ti dico io ora un paio di cose, anzi un paio di milioni di cose.»
«Non cominciare.» Lo imploro' il fratello, ma non venne ascoltato.
Adam iniziò ad elencare tutte le parolacce possibili ed immaginabili, e avrebbe continuato all'infinito se la balena, rivolgendosi a Beast, non gli avesse detto:
«Ti prego, fallo smettere.»
«D'accordo.» Disse sorridendo, e li stordì tutti e due.
«Al loro risveglio...» continuò la ragazza mentre si apprestava a legarli per bene «... troveranno la polizia.»
«Chiamala non appena saremo fuori da questo hotel.» Continuò l'uomo «Chiedi dell'ispettore Challagan. Sai... questi due, anche se non si direbbe, sono un po' ricercati.»
«Se vi dicessi cosa mi hanno fatto questi bastardi in passato.» Serrò i pugni e li guardò con l'odio più profondo, digrignando i denti che stridettero fra di loro.
«Qualunque male ti abbiano causato...» disse lei posando delicatamente la mano sulla sua spalla «... non troverai giustizia con il sangue, solo altro dolore.» E guardandolo, con una voce soave. «Fidati di me, quando ce ne andremo, contatta il 911."
«Ora scendiamo giù.» Disse il pelato, mentre Luke, a malincuore, entrò nell'ascensore.
«Noi prendiamo le scale.» Disse l'uomo.
«Perché?»
«Se quell'attrezzo si dovesse rompere o bloccare, per noi, che abbiamo i minuti contati, sarebbe un problema.» Rispose mentre le porte dell'ascensore si chiusero.
«La legge penserà a loro.» È quello che si ripeteva, cercando di convincersi, mentre scendeva, con il cuore più leggero quegli stessi piani che poco prima aveva fatto con il cuore in gola rituffandosi nel suo passato doloroso.
Sentiva che qualcosa era finalmente cambiata dentro di lui.
Quando arrivò giù, il portiere notò un nuovo cliente nella hall dell'albergo. Era un ragazzo sui 30, capelli castani, occhi idem, alto 1,73 circa.
«Buon pomeriggio signore, desidera?»
«Sto cercando una ragazza, mi ha detto che ci saremmo incontrati qui.»
«Ah! Tu devi essere...»
«Bill!» Urlò lei scendendo lentamente dall'ultimo scalino e, avanzando verso di lui, ripeté il suo nome più volte, come chi ha passato molti incubi e quando si trova davanti ad un sogno non gli par vero. I due si abbracciarono.
«Bill, perdonami,» Disse lei «non avrei dovuto coinvolgerti in questa pazzia.»
Lui le prese delicatamente il mento, e poi, passando la sua mano sulla guancia di lei leggermente su e giù, come un pittore che, finita la sua tela, dà gli ultimi sbuffi di colore con il pennello, e disse ridendo:
«Non c'è nulla che non farei per te.»
A sentire quelle parole, lei appoggiò la sua testa sul petto del ragazzo.
«E il lavoro? I tuoi?» Chiese lei.
«Il lavoro l'ho mollato, quel noioso posto in banca aveva cominciato a starmi stretto dai primi 3 mesi. Per quanto riguarda i miei li rivedrò non appena questa storia sarà finita... non preoccuparti.» Poi le diede un bacio sulla fronte e disse: «Ora mi racconti che cosa è successo? E chi è lui?» Indicando il tipo dallo sguardo sempre serio.
«È un amico, mi ha aiutata. Senza di lui a quest'ora sarei già morta.» Gli rispose mentre quest'ultimo si avvicinava ai due, ed esortandoli disse:
«Dobbiamo muoverci, ti dirà tutto strada facendo.»
«Dove andiamo?» Chiese il ragazzo.
«Da un'amica fidata, al sicuro. Lì decideremo il da farsi.» Rispose.
«Va bene, ho la macchina parcheggiata a pochi isolati da qui.» Disse Bill.
«E lì dovrà rimanere, loro la conoscono, saremo facilmente rintracciabili se ci muoviamo con quella. A piedi ci impiegheremo più tempo, ma saremo più sicuri.» rispose l'altro.
E così i tre se ne andarono via dall'albergo, lasciando Luke solo con i topi e due mafiosi legati come mummie al quarto piano. Andò verso il telefono, poi si ricordò che il secco l'aveva ridotto in mille pezzi. Si mise seduto dietro al tavolo della reception, prese il suo cellulare ma il suo sguardo cadde sull'ultimo foglio del block notes. Li guardò entrambi, per venti, trenta secondi. Poi posò il telefonino, pensando: «La polizia può anche aspettare qualche minuto, meglio che scriva questa cosa prima che me la dimentichi, sbadato come sono...»
Prese la penna, il foglio, e cominciò:
«Mollò tutto.
È questo quello che pensava mentre il tachimetro della sua auto segnava 80 miglia orarie.»
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