Capitolo 11 [Prima Parte]
A Sunny servì dare giusto un'occhiata al quartiere dove stava, per capire più cose di Elliott di quante ne avesse imparate dal loro ultimo incontro.
La prima fu che la famiglia di Elliott non doveva avere molti soldi. Con un residence fatto di piccole e graziose villette appena al lato opposto della strada, chi avrebbe scelto di abitare in una palazzina dismessa? Le costruzioni nuove e moderne lasciavano spazio a piccoli blocchi grigi di quattro o cinque piani, lì dove questi esistevano ancora. Con la quantità di cantieri aperti che avevano passato lungo il loro cammino, era facile intuire che li stessero progressivamente abbattendo per costruire dell'altro. Qualcosa di meno antiquato, di meno triste.
Attraversarono la strada in silenzio, dandosi la mano fino a raggiungere l'ingresso della palazzina. Qui esitarono, incerti sul da farsi, fermi sotto la luce di un lampione tremolante.
―Io adesso vado di sopra, okay? So dove si trova la sua porta di ingresso, tu aspettami qui.―
―Cosa? No, fammi almeno entrare. Non voglio rimanere da solo nel cuore della notte, mi nasconderò nella scala―, protestò Sunny.
―Va bene, va bene. Hai ragione, è meglio così―, disse lei, portandosi una mano al petto ed obbligandosi a respirare. ―Ma ti prego, qualsiasi cosa succeda, non ti fare vedere.―
Sunny acconsentì con un cenno del capo, e senza aggiungere altro, oltrepassarono la piccola porta in metallo. Sunny fu sorpreso di scoprire che non era nemmeno stata chiusa a chiave, e la cosa lo turbò molto. Forse, anche i ladri ormai sapevano che in quel posto non era rimasto niente di interessante da rubare.
Esattamente come si era aspettato, le pareti erano macchiate di umidità e l'odore di muffa impregnava l'aria. Mentre salivano le scale, Sunny ebbe l'impressione che quella palazzina non fosse altro che un grande sgabuzzino. Uno sgabuzzino nel quale vivevano delle famiglie e, proprio lì al terzo piano, Elliott.
Lui e Cauchemar si scambiarono una lunga, loquace occhiata mentre Sunny si nascondeva sulle scale, vicino abbastanza da poter sentire qualsiasi cosa avvenisse sul pianerottolo. La finestra sopra di lui era stata lasciata aperta, e Sunny fu molto felice al riguardo, perché il caldo e l'odore di chiuso si stavano rendendo insopportabili. Si sedette sui gradini, accucciandosi ed aguzzando l'udito. Se qualcun altro fosse passato di lì e lo avesse visto, non sarebbe stato facile dare spiegazioni. Ma con un po' di fortuna, non ne avrebbe avuto bisogno.
―Cauchemar?―, disse una voce, seguita dal cigolare sinistro di una porta. ―Che sei venuta a fare qui? A quest'ora?―
―Hey, Elliott... come stai?―, rispose Cauchemar, appena udibile da dove si trovava Sunny. La voce di Elliott, invece, rimbombava benissimo, e lui poteva sentirla forte e chiaro.
―Che razza di domande fai? Guarda cosa mi ha lasciato la tua amica, come pensi che stia adesso?―
Sunny sentì il sudore imperlargli la fronte, e dovette lottare contro l'istinto di sporgersi e guardare. Avrebbe veramente voluto vederlo, il livido sulla faccia di Elliott, voleva vedere con i suoi occhi quello che le sue mani erano state in grado di lasciare.
Ma si trattenne. E si dispiacque molto.
―Sono venuta per questo, Elliott. Volevo chiederti scusa di persona. Sunny non è cattivo, ma... tu e Thomas lo avete spaventato. Tu come avresti reagito al posto suo?―
―La giustifichi anche, adesso?―, rispose Elliott, e dal tono di voce Sunny capì che aveva iniziato ad alterarsi. ―Con che razza di persone vai in giro, Cauchemar? Ringrazia che mia madre non è ancora tornata dalla boutique, immagina soltanto cosa direbbe se mi vedesse.―
Ci furono dei lunghi attimi di silenzio, durante i quali sembrò che Elliott volesse sbatterle la porta in faccia. Aveva ragione, dopotutto. E Cauchemar avrebbe fatto meglio a soppesare bene le parole, prima che quel viaggio si trasformasse in un buco nell'acqua.
―Hai ragione. E mi dispiace―, fu la sua risposta, uscita fuori in un sussurro. ―Ma voglio rimettere a posto le cose. Elliott, tu e Sunny avete più cose in comune di quanto credi, e se solo non foste partiti col piede sbagliato, allora...―
―È vero quello che mi hai detto?―, la interruppe Elliott. E Sunny dovette faticare per capire a quale fra le cose orribili che Cauchemar aveva detto stesse facendo riferimento. ―È vero che non ti piace neanche parlare con me?―
Altra pausa, altro silenzio. E ormai la tensione si stava facendo insostenibile.
―Elliott, io...―
―Lascia perdere. Ti credevo migliore di così, Badeau. Le tue scuse infilatele nel naso e strozzatici.―
Sunny contò i secondi, aspettando di sentire la porta sbattere.
Ma invece, con sua sorpresa, tutto ciò che sentì fu silenzio. E poi, singhiozzi.
―Mi dispiace... di tutto. Non solo di quello che è successo oggi―, proseguì Cauchemar, in tono lamentoso. La sua voce si spezzò fra una frase e l'altra, e Sunny pensò che, se quella era una recita, era stramaledettamente realistica.
Ma funzionò. Elliott non chiuse la porta.
―Ho fatto amicizia con te e Thomas perché volevo essere come Coraline. Ho pensato che se avessi avuto gli amici giusti, se avessi frequentato i giusti posti... non saprei nemmeno dirtelo Elliott, nella mia testa aveva tutto molto più senso quando l'ho escogitato. Non ti è mai capitato, di andare a letto con la sensazione di non essere mai abbastanza?―
Sunny si portò una mano al petto, sentendo il cuore martellargli contro lo sterno. Sì, rispose nella propria testa, pur sapendo che la domanda non era stata rivolta a lui. Sapeva cosa significava. Sapeva come ci si sentiva, ad andare in giro con addosso il peso di un ideale irraggiungibile, del fantasma di qualcuno che non avrebbe mai potuto essere.
Ogni istante che passavano insieme, ogni piccola frase che le sentiva pronunciare, Sunny si sentiva sempre più legato alla ragazza gatto che aveva urtato nel corridoio del centro commerciale. Ormai non gli era più chiaro se quella fosse solo una recita, ma se avesse potuto essergli vicino in quel momento, allora lui...
―Dai Badeau, non piangere...―
E d'un tratto i singhiozzi di Cauchemar si ovattarono, come se la sua testa fosse stata premuta contro qualcosa. E allora, fu come se qualcosa lo avesse colpito alla schiena, insinuandosi tra le sue costole e bloccando il suo diaframma, impedendogli di respirare.
Elliott aveva abbracciato Cauchemar.
―Tu non devi essere come Coraline. Dio, sarebbe un vero e proprio castigo se al mondo ci fossero due Coraline. Impazzirei se ci fossero due Badeau che mi impartiscono ordini, direi che una è già di troppo.―
Ah, giusto. Elliott era quello che faceva colpo sulle ragazze parlando male di altre ragazze. Se non fossero stati lì per una missione ben più importante, Sunny avrebbe volentieri dato ad Elliott un livido perfettamente simmetrico a quello di quel pomeriggio.
E invece, era costretto a soffocare su un misto di astio e gelosia. E con i pugni stretti e la mascella serrata pregò che ne valesse la pena.
―Non potevo non difendere Sunny, Elliott. Tu e Thomas siete piombati lì, l'avete messo alle strette ed io... non ha nessuno in questa città a parte me, lo capisci? Forse non ha nessuno al mondo intero...―
Ma come ti permetti? Io ho un sacco di persone pronte a farsi in quattro per me! La mia assistente sociale, ad esempio. Cavolo, la pagano per questo, pensò Sunny, sentendosi offeso nell'orgoglio dall'affermazione di Cauchemar. Una parte di lui sapeva che lo stava dicendo solo per impietosire Elliott, ma l'altra non ne era altrettanto convinta. E se lo stesse facendo per quello? Se avesse accettato di rimanergli accanto perché provava pena nei suoi confronti?
―Perché ti senti in dovere di soccorrere la gente? Non sei un'ambulanza, dovresti pensare al tuo bene, Badeau―, esordì Elliott, tirando fuori l'analogia peggiore che Sunny avesse mai sentito.
―Lo so ma... non ci riesco―, disse lei, tirando su col naso nel tono più innocente che riuscì a tirare fuori. Elliott sospirò, e mentre Cauchemar calmava i singhiozzi, si fermò a pensare.
―Sei venuta qui tutta da sola?―, domandò infine. ―A quest'ora? Solo per dirmi questo?―
Ci fu una pausa, durante la quale probabilmente Cauchemar annuì.
―Cavolo... allora immagino che ti dispiaccia realmente. Dai, vieni, lascia che ti accompagni almeno alla fermata.―
―Veramente, io... posso anche andare da sola―, provò a rifiutarsi Cauchemar. Dannazione, se Elliott avesse aspettato con lei alla fermata, lei e Sunny non avrebbero mai potuto prendere lo stesso tram senza essere visti. E chissà quanto a lungo avrebbe dovuto aspettare Sunny per quello seguente.
―Non se ne parla. Andiamo gattina, ti riaccompagno―, disse Elliott, e con un breve rumore metallico, segno che si era cacciato le chiavi di casa in tasca, si richiuse la porta alle spalle.
A quel punto, il caldo si fece soffocante.
E adesso? Rischiavano di essere divisi dall'unico atto di galateo di cui Elliott fosse stato capace, e la cosa peggiore era che non avevano raccolto la minima informazione su Dave. Tutta quella fatica era servita soltanto ad impietosire Elliott, e risanare un'amicizia fra lui e Cauchemar di cui lei avrebbe volentieri fatto a meno.
O questo è quello che lei mi ha fatto credere, si disse, mentre sentiva i loro passi allontanarsi giù per le scale. Non gli era piaciuto quello che aveva sentito quella sera, ed anche se con buona probabilità si era trattata tutto di una recita... non era neanche più sicuro di potersi fidare di lei.
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