Oneshot - Solo
Non negherò di essermi sentito solo qualche giorno.
C'era un tipo di solitudine esistenziale, quella di quando ogni tanto mi fermavo a riflettere sul fatto che a questo mondo ero fondamentalmente solo, e un'altra più ovattata e ricorrente, la solitudine di non avere nessuno intorno.
Non ho mai disdegnato la compagnia in realtà, ma non potevo fare a meno di guardare gli altri bambini con la compassione negli occhi: il loro desiderio di stare svegli fino a tardi, di rubare la marmellata e il pane dalla cucina durante la notte, l'eccitazione di vedere "papà" chiudere la porta a quattro mandate di chiave e catena e lasciarci soli a casa.
Non siamo mai stati una famiglia noi, e non ho mai sentito nulla che mi accomunasse a loro. Il nostro unico legame era l'uomo che aveva scelto di darci una vita, che aveva visto in noi del potenziale, forse compagnia, forse la sua realizzazione personale.
E dire che io ero uno dei più grandi..
Ricordo che venne l'inverno, e spesso io e gli altri giocavamo con le sciarpe intorno al tavolo, rincorrendoci e cercando di acchiapparci. Era diverso dall'addestramento fisico che facevamo, era puro divertimento e io finivo sempre per farmi coinvolgere nonostante di fondo fossi un cinico..
Guardavamo fuori dalla finestra i fiocchi di neve cadere, ci chiedevamo come sarebbe stato poter festeggiare il Natale.
Non nego di essermi sentito molte volte come uno di quei fiocchi di neve; mentre ero steso nel letto di camera mia mi sembrava di sentirmi sollevare dal vento, e immaginavo di poter guardare in basso e vedere tutto dall'alto. Alla fine era comunque così che vedevo il mondo, le persone, anche papà. Nel profondo mi sentivo superiore, mi sembrava di librarmi in alto come quei fiocchi di neve.. e mi sentivo leggero. In un certo senso mi opponevo alle folate di vento con tutte le mie forze, e infine col tempo capivo che essere trascinato da una parte all'altra mi dava sollievo. Era una cosa che nella vita non avrei mai lasciato che accadesse, farmi condizionare, farmi trascinare. Una parte di me inconsciamente lo desiderava, di chiudere gli occhi durante uno degli addestramenti e sentire il vento che mi portava su e sempre più su, lontano dagli altri.
Mi chiedevo, però, se fosse successo mi sarei sentito ancora più solo, lì in mezzo al cielo?
Papà iniziò a portarci al parco.
Non ci era mai stato concesso di uscire fuori dal giardino di casa, e questa fu una cosa nuova per tutti. Non era un parco molto grande, un ammasso di piccole e maltenute giostre di ferro e legno per bambini che veniva poco frequentato. Ci portò lì, ci disse di fare quello che volevamo.
I bambini sono una fonte immensa di conoscenze a priori, così liberi e spensierati subito si misero a provare ogni modo diverso di usare il nuovo materiale a loro disposizione. Caddero, si tagliarono con le sporgenze dei metalli, si fecero del male con le schegge di legno.. e nonostante questo risero, saltarono, gridarono e si rincorsero ora che finalmente avevano lo spazio per farlo.
Iniziai a sentirmi particolarmente solo in quel periodo.
Speravo che quelle gite finissero al più presto, speravo che papà ci riportasse tutti a casa e non ci lasciasse più uscire di nuovo. Volevo tornare nel posto dove sapevo di avere potere più di tutti, dove sapevo di essere migliore. Non potevo sopportare la novità, il sentirmi così perso e così solo in uno spazio così grande. In un certo senso diventai una cattiva compagnia con cui passare il tempo e dato che ormai i più piccoli non venivano più a chiedermi aiuto perchè non ne avevano bisogno, passai sempre meno tempo in compagnia degli altri e mi trovai un angolo di mondo tutto mio.
Lì, sullo scivolo rotto, sedevo nelle fredde giornate invernali nello scompartimento proprio al di sotto delle scale che conducevano alla casetta in legno. Lo scivolo era spezzato proprio a metà, nel punto in cui doveva girarsi a spirale per poi proseguire dritto in discesa, ed era quello il motivo per cui probabilmente nessuno dei bambini si era più avvicinato dopo un primo tentativo. Stavo lì stringendomi le ginocchia al petto perchè non avevo altro da mettere se non i calzoni corti e la sciarpa scaldava poco e niente proprio come la giacca. La neve trovava anche al coperto il modo di impigliarsi fra i capelli che avevo fatto crescere nella speranza di riscaldarmi un po', in un ciuffo lungo che mi ricadeva sugli occhi e a volte mi impediva di vedere. Probabilmente gli altri mi ricordano così: il vecchio scontroso seduto sotto lo scivolo, lo sguardo pungente che scruta e giudica il mondo intorno a sè mentre i fiocchi di neve e i bambini si godono la loro temporanea libertà prima di sciogliersi.
Un giorno tornammo a casa, e io so che mi sentivo davvero solo.
La testa bassa, me ne andai in camera mia e nessuno mi chiese cosa avessi, ricordo che addirittura non cenai per il secondo giorno di fila. Il letto non era più la piattaforma di lancio verso il cielo, sono un duro giaciglio che sembrava avere sempre più la forma della mia tomba.
Ricordo che mi rannicchiai su me stesso, afferrai il lembo del cuscino in un gesto inconscio. Sapevo che la neve che avevo addosso si sarebbe sciolta nel clima mite della casetta, e che probabilmente mi sarebbe venuto un bel raffreddore, ma a bagnarmi prima ancora della neve furono le lacrime che mi scesero lungo le guance, senza che nemmeno me ne accorgessi. L'espressione assente, volta in un punto indefinito della stanza, non osai neanche singhiozzare.
"Non voglio stare da solo" pensai.
"Ti prego, non voglio stare più da solo. Non mi piace, non voglio mai più sentirmi così solo"..
Ancora oggi penso che deve essere stato patetico da vedere; mi addormentai in quella posizione e non sognai assolutamente niente.
Il giorno dopo eravamo ancora al parco.
Andai per sedermi al solito posto, avevo un libro non troppo noioso nella borsa di cui mi mancavano le ultime pagine.
Mi sedetti senza guardare, ormai era diventato un gesto meccanico, presi il libro e lessi le prime due righe quando una voce poco familiare interruppe i miei pensieri.
<<Dovresti provarlo, secondo me non lo hai mai fatto>>
Non mi voltai di scatto ma lentamente, lo sguardo pregno del mio solito cinismo.
<<Cosa?>> chiesi, e notai seduto proprio accanto a me nel cantuccio un altro ragazzo che non era della famiglia, anche se doveva avere all'incirca la mia età. Al contrario di me aveva i capelli corti e mossi, spettinati, un giubbotto di pelle addosso e nessuna sciarpa. Sembrava immune al freddo, non aveva neanche la pelle d'oca e la sua pelle era un po' più colorita della mia.
Non c'era una regola che vietasse l'interazione con gli estranei, ma papà lo sconsigliava fortemente senza alcuna spiegazione al riguardo.
<<Lo scivolo, dovresti provarlo. Ti assicuro che è divertente>> mi disse lui, e io non seppi cosa rispondergli quindi mi limitai a riportare lo sguardo sul libro con un po' di disagio.
<<Lo sai che è rotto?>> gli chiesi.
<<Chi ti ha detto che è rotto?>>
<<Non serve che me lo dica nessuno, lo vedo>>
Il ragazzo si affacciò dal cantuccio sotto lo scivolo per controllare, lo sguardo assorto. Nel farlo mi diede una spallata, dato che lo spazio non era abbastanza per due persone se non fossero state molto magre e attaccate spalla a spalla come stavamo noi. Mi chiedi come non avevo fatto a notarlo quando mi ero seduto.
Dopo una rapida occhiata allo scivolo scosse la testa.
<<Sembra apposto>> scrollò le spalle, al che io accenni al buco con la testa.
Lui scoppiò a ridere.
<<Ah,quello?! Quello è da dove si salta!>> esclamò.
<<Si salta?>>
Lui annuì. <<Vieni su>>
Uscimmo dal cantuccio e salimmo la scaletta che portava alla casina di legno e al buco dello scivolo, Ci sedemmo sulle travi di legno scricchiolanti nuovamente spalla a spalla,con le ginocchia al petto per riuscire a entrare in quello che era uno spazio disegnato per bambini evidentemente più piccoli di noi. La neve cadeva a fiocchi pesanti e scrollando la testa ne vidi un bel mucchietto cadermi dai capelli. Il ragazzo lo trovò divertente, rise, mi scompigliò il ciuffo con aria amichevole. Io mi trovai a ridere a mia volta senza accorgermene.
Guardammo il cielo grigio, le nuvole e la neve cadere pesante per un bel po'.
Guardammo i bambini giocare, ogni tanto ci scambiammo qualche battuta che ci faceva ridere. A me piacevano i suoi occhi, qualcosa di lui mi invogliava a continuare a guardarlo, nemmeno mi accorsi di non avere più freddo. Respirammo l'aria della mattina e dopo un po' lui accennò allo scivolo con la testa.
<<Secondo me puoi farcela ora>> disse.
<<A fare cosa?>> chiesi, poi mi ricordai che aveva detto qualcosa sul saltare.
<<A scendere, è facile>> spiegò <<ti lanci con tutta la forza che hai e poi lì dove c'è il buco salti>>
<<Ma cadrò a terra>>
<<Non puoi saperlo, magari atterri proprio sull'altra parte dello scivolo e scendi dritto>>
Non mi sembrava fattibile.
Mi sedetti sul bordo del metallo che con il freddo era diventato più che congelato. Avrei avuto difficoltà a sedermi per giorni e giorni a causa delle ustioni. Lo guardai un ultima volta, e poi senza una preghiera o un bel respiro profondo ma nella maniera più avventata possibile mi lanciai all'interno. Il primo tratto era dritto, non durò neanche due secondi che sentii la curva della rampa, e il tubo metallico chiuso si aprì nell'estremità superiore. Fu una questione di istanti e sentii il metallo mancare sotto di me, la velocità con cui mi ero lanciato mi spinse dritto nel vuoto.. e quando alzai gli occhi vidi i fiocchi di neve proprio intorno a me.
Volavano, si libravano nell'aria in maniera non molto diversa da come stavo facendo io, con braccia e gambe allargate mente la sciarpa si gonfiava del vento che mi spingeva via a mezz'aria. Mi sembrò di volare.
Durò poco, perchè caddi rovinosamente con la faccia nella neve con le gambe piegate a pancia in giù.
Sentii un applauso, una risata e il rumore della neve calpestata affianco a me.
Quando rialzai lo sguardo lo vidi accanto a me che era sceso dallo scivolo. Da dove? Dalla scaletta o dal tubo? Come aveva fatto a scendere in così poco tempo e senza scomporsi minimamente più di quanto non avesse già il suo aspetto trasandato?
<<Hai visto? Ci sai fare?>> mi disse.
Mi alzai e cercai di scrollarmi la neve dalla sciarpa e dai calzoni.
<<Rifacciamolo>> ghignai.
Quando venne il tramonto eravamo ancora in cima allo scivolo, con le ginocchia al petto, spalla a spalla, mentre la neve si tingeva di rosa e arancio.
Non aveva smesso di fioccare, e il ragazzo mi passò un' ultima volta la mano fra i capelli arruffandoli e facendo cadere la neve che vi si era posata. Io mossi la testa per spostarmi il ciuffo da davanti agli occhi, la mia espressione si era addolcita e potevo sentirlo. Sapevo che lo stavo guardando con un sorriso abbozzato e gli occhi pieni di tristezza ammorbidita, non saprei ben dire perchè. Ricordo che mi piacevano molto i suoi occhi, anche se non rammento perchè.
Non rammento il resto della giornata, nè tutti gli anni a venire.
Quando tornai a casa mi toccai la spalla con la mano e sentii ancora un lieve calore.
Improvvisamente, mi sentii meno solo.
Dedicata al ragazzo del mio sogno, chiunque tu sia, grazie di aver passato la notte con me e di avermi fatto sentire meno solo.
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